Blessed be

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-o- Too late to die young -o-
19 novembre 2009

Aghni Parthene Despina




Aghni Parthene Despina (o Vergine Pura) è un inno liturgico composto da San Nectario di Egina, sul finire del XIX secolo.
Secondo la tradizione fu la Vergine Maria in persona a presentarsi dinanzi al santo, chiedendoli di trascrivere il canto che un schiera di angeli stava per intonare.
Comunque sia andata, se un coro di angeli dovesse cantare, probabilmente il loro canto sarebbe qualcosa di molto simile.

32 comments to Aghni Parthene Despina

  • Santaruina

    Gli articoli con argomenti "pesanti" si stavano accumulando un po’ troppi.
    Questo canto, a mio parere, è davvero un inno celestiale, e penso che possa venire apprezzato anche da chi non è solito ascoltare questo genere di musica.

    Nel frattempo sono giunto circa a metà dell’articolo più volte annunciato che tratta del modo in cui i messaggi "occulti" vengono propagandati.
    Sta richiedendo più tempo di quanto pensassi.

    Blessed be

  • anonimo

    Mi immagino in un monastero quale possa essere l’effetto.
    Ti propongo questo brano che forse conosci, di un’ Ave Maria di Giulio Caccini, anche se forse è preferibile la versione per Voce ed accompagnamento di organo solo.

    Grazie sempre!
    Nico caminante de Napoles

  • gigipaso

    ciao Carlo non posso che essere daccordo con te ….

    un abbraccio corale….. gigi

  • anonimo

    Stupendo.
    Saluti
    Faurio

  • Chapucer

    carissimo Carlo, questa melodia angelica fa ripercorrere un corridoio in pietra profondo che porta in oscure regioni dello spirito, sa di antico e sa di alto…dove per alto si intende l’inafferrabile.
    gradirei tanto una traduzuine di questo canto…
    serena serata
    c.

  • anonimo

    Sono d’accordo sull’intercalare finalement il sacro dopo vari argomenti sulla deviazione moderna altrimenti ci imbeviamo troppo di influenze malvagie. Nonostante la Tradizione stia diventando sempre piu’ inaccessibile, non potra’ mai scomparire del tutto in quanto il Verbo e’ perpetuo.  Mi piacciono molto le icone delle Chiese Orientali  e sono molto belle anche le loro Chiese. Nella mia citta’ ce ne sono due e sono entrambe molto ricche di fascino e di sacralita’.

    Zodiacus

  • anonimo

    exomologia..

    de

  • anonimo

    Decisamente un bel canto :-)

    Paolo

  • anonimo

    Apprezzo moltissimo il tuo gesto di postare qualcosa di sacro.

    Amo i cori a cappella, i canti gregoriani, la musica definita sacra.

    Però questa musica la trovo monotona, tetra,cupa, priva di elevazione spirituale, e tra l’altro cantata anche male.
    Non credo affatto che sia stata cantata da angeli. Sinceramente vedrei meglio demoni a cantarla.
    A mio modesto parere.

    Saluti sinceri

    fiore

    p.s.
    a questo indirizzo

    http://www.lucafrancioso.com/pagine/lucafrancioso.html

    trovate una nota interessante riguardo 432Hz

  • anonimo

    Stavo per starmene zitto, ma visto che qualcuno mi ha dato il "la"….
    ..bè, anch’io se devo essere sincero non sono dello stesso parere.

    p.s.
    ..voce fuori dal coro, ma non per questo non intonata :D

    patmos

  • fabianox

    Per le orecchie più delicatine :D

    CLICCARE QUI

  • fabianox

    Per le orecchie più delicatine :D

    CLICCARE QUI

  • fabianox

    Per le orecchie più delicatine :D

    CLICCARE QUI

  • Santaruina

    Sui gusti come si suol dire non si discute.
    la versione segnalata da Fabiano non la conoscevo, e la trovo davvero toccante.
    Ideale anche per le orecchie maggiormenteete abituate ai suoni contemporanei :-)

    A presto

  • anonimo

    L’omelia del Papa durante la messa di martedì mattina con i membri della Commissione Teologica Internazionale

    La ragione che si apre al mistero
    diventa vera saggezza

     

    Pubblichiamo il testo dell’omelia tenuta a braccio da Benedetto XVI durante la messa celebrata martedì mattina, 1 dicembre, nella Cappella Paolina, con i partecipanti alla plenaria della Commissione Teologica Internazionale.

    Cari fratelli e sorelle,
    le parole del Signore, che abbiamo ascoltato poc’anzi nel brano evangelico, sono una sfida per noi teologi, o forse, per meglio dire, un invito a un esame di coscienza:  che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti – essi non l’hanno conosciuto -, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai nèpioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.
    Con queste parole il Signore descrive semplicemente un fatto della sua vita; un fatto che inizia già ai tempi della sua nascita, quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia:  a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare:  per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita.
    Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce:  questi è il Figlio di Dio.
    I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo:  che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.
    Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia "non scientifica", ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo:  santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!
    Ma da tutto ciò nasce la questione:  perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo? Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una "specie" di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa "il teologo", perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo:  con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino. Così, anche dopo la sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce "ignorante" in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca:  diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.
    Potremmo continuare a leggere tutta la storia in questo modo. Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sofòi e sinetòi, nella prima lettura, appaiono in un altro modo. Qui sofìa e sìnesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato:  in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia:  si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico:  una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa "captare" certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura:  ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re magi:  non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.
    E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sofìa e sìnesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.
    In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza. Amen.

     

    (©L’Osservatore Romano – 3 dicembre 2009)

  • anonimo

    L’omelia del Papa durante la messa di martedì mattina con i membri della Commissione Teologica Internazionale

    La ragione che si apre al mistero
    diventa vera saggezza

     

    Pubblichiamo il testo dell’omelia tenuta a braccio da Benedetto XVI durante la messa celebrata martedì mattina, 1 dicembre, nella Cappella Paolina, con i partecipanti alla plenaria della Commissione Teologica Internazionale.

    Cari fratelli e sorelle,
    le parole del Signore, che abbiamo ascoltato poc’anzi nel brano evangelico, sono una sfida per noi teologi, o forse, per meglio dire, un invito a un esame di coscienza:  che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti – essi non l’hanno conosciuto -, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai nèpioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.
    Con queste parole il Signore descrive semplicemente un fatto della sua vita; un fatto che inizia già ai tempi della sua nascita, quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia:  a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare:  per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita.
    Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce:  questi è il Figlio di Dio.
    I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo:  che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.
    Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia "non scientifica", ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo:  santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!
    Ma da tutto ciò nasce la questione:  perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo? Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una "specie" di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa "il teologo", perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo:  con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino. Così, anche dopo la sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce "ignorante" in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca:  diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.
    Potremmo continuare a leggere tutta la storia in questo modo. Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sofòi e sinetòi, nella prima lettura, appaiono in un altro modo. Qui sofìa e sìnesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato:  in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia:  si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico:  una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa "captare" certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura:  ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re magi:  non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.
    E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sofìa e sìnesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.
    In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza. Amen.

     

    (©L’Osservatore Romano – 3 dicembre 2009)

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