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- Icona egizia del VI Secolo -






¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
27 Novembre 2012

Nascita di civiltà


Il Governatore prese la spada e il pugnale, con alcuni uomini si gettò nella folla di indiani e con grande coraggio raggiunse la lettiga di Atahualpa.

Senza alcun timore afferrò il braccio del tiranno gridando «Santiago!», ma l’eccessiva altezza della lettiga non gli permise di tirarlo a sé.
Uccidemmo gli indiani che portavano a spalla Atahualpa, ma altri prendevano subito il loro posto, e in questa maniera perdemmo molto tempo tentando di ucciderli man mano che sopraggiungevano.
Allora sette o otto cavalieri lanciarono i loro cavalli contro la lettiga e con grande sforzo riuscirono a rovesciarla su di un lato.
Cosi Atahualpa fu catturato e portato negli alloggi del Governatore.
Gli indiani di scorta non lo lasciarono un solo istante, e morirono tutti con lui.
I rimanenti indiani nella piazza, gettati nel più profondo terrore dagli spari e dai cavalli – che non avevano mai visto prima -, cercarono di fuggire verso i campi abbattendo un muro.
Ma la nostra cavalleria usci a sua volta dalla breccia e si sparse nella valle, al grido di «Inseguite i nobili! Non lasciateli fuggire! Uccideteli tutti!»
Tutti i guerrieri indiani portati da Atahualpa erano a un miglio da Cajamarca pronti a dar battaglia, ma nessuno di loro si mosse, e nessuna arma fu alzata contro gli spagnoli.
Quando gli indiani rimasti fuori dalla città videro i compagni in fuga e nel terrore, anch’essi presero spavento e scapparono.
Era una visione da far meraviglia, perché l’intera valle era colma di soldati per 15 o 20 miglia.
La notte era già scesa e i nostri cavalieri continuavano ad infilzar indiani nei campi aperti, quando fu dato il segnale di ritirata.
Resoconto redatto dai compagni di Pizarro.

 

Era il 16 Novembre del 1532, e il conquistador spagnolo Francisco Pizarro si trovava accampato nei pressi di Cajamarca, città andina del Perù.
Pizarro, a capo di un gruppo di 168 soldati, stava attendendo la visita del grande Imperatore Atahulpa, sovrano Inca e signore incontrastato di un dominio a cui sottostavano milioni di fedeli sudditi, seguito da un esercito composto da 80.000 guerrieri.
Gli eventi che seguirono passarono alla storia come Battaglia di Cajamarca.
Pizarro e i suoi con un attacco a sorpresa compirono una carneficina, sterminarono la guardia di Atahulpa e lo presero prigioniero: 168 spagnoli uccisero più di 7.000 guerrieri Inca.

Si trattò di uno scontro emblematico, un episodio che a suo modo riassume il modo in cui gli europei siano riusciti nei secoli ad imporre il loro dominio e la loro cultura al resto del mondo.
Ma perchè tocco proprio agli europei?
Perchè non furono gli Inca ad invadere l’Europa, oppure qualche altro potente esercito esotico?
Da dove effettivamente deriva la superiorità tecnologica che ha permesso al vecchio continente di imporsi sul resto del mondo?
Si tratta di una domanda fondamentale, una questione che nondimeno non viene mai affrontata fino in fondo in nessun testo di storia.

Fino ai primi decenni del 900 era opinione comune ed accettata che “l’uomo bianco”, caucasico, fosse intellettivamente superiore alle altre “razze”, ed in tal modo si spiegava, e si giustificava, l’egemonia che gli stati europei avevano imposto sul resto del mondo; oggi, fortunatamente, tali assurdità vengono generalmente deprecate, anche se non sono pochi coloro che ancora ragionano basandosi su tali pregiudizi che i secoli passati ci hanno tramandato.
In ogni caso, la questione iniziale resta, e la supremazia tecnologica dimostrata dagli europei rimane un dato di fatto.
Quali sono state, dunque, le ragioni di tale vantaggio?

A questa scomoda domanda ha tentato di rispondere il biologo statunitense Jared Diamond, nella sua fondamentale opera “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”.
Come già si evince dal titolo, Diamond ha individuato tre precisi fattori che hanno permesso ai popoli stanziati nel nostro continente migliaia di anni fa di intraprendere nel tempo una vera e propria conquista del mondo; l’autore del testo, però, non si limita a descrivere  i fattori che hanno permesso questa egemonia, ma andando ancora più a fondo indaga sulle motivazioni per cui queste circostanze si verificarono proprio in Europa.
Le sue conclusioni sono in parte prevedibili ed in parte inaspettate.
E’ infatti semplice comprendere come il continente europeo abbia favorito lo sviluppo di raffinate civiltà sin dai tempi antichi grazie alla sua conformazione geografica, al clima mite favorevole all’agricoltura, al Mediterraneo che da sempre ha facilitato scambi di merci e di conoscenze, all’abbondanza di corsi fluviali e di fertili pianure.
Quello di cui invece non si tiene mai conto, e che risulterà essere il fattore decisivo per lo sviluppo delle civiltà eurasiatiche, è la presenza nel nostro continente, sin dai tempi più remoti, di grandi mammiferi addomesticabili.
La tabella che segue, tratta dal libro sopra citato, è molto chiara a tal riguardo.

Poter disporre di grandi mammiferi addomesticabili significa avere un enorme aiuto nella coltivazione dei campi, con gli animali da traino, avere un grande vantaggio in caso di guerra (gran parte della superiorità dei conquistadores spagnoli a scapito delle popolazioni sud americane, ad esempio, era data dal possesso dei cavalli, sconosciuti alle popolazioni precolombiane), e soprattutto significa avere una certa fonte di cibo sempre a disposizione, sia sotto forma di prodotti derivati (latte, burro, ecc) sia come fonte primaria di carne.

Inoltre, la convivenza nei secoli al fianco degli animali domestici, ha fatto in modo che gli europei venissero a contatto con diverse malattie trasmesse dagli animali stessi, sviluppando così nel tempo gli anticorpi necessari per combatterle.
Non a caso, i conquistadores poterono conquistare le Americhe anche perchè facilitati dallo sterminio delle popolazioni autoctone decimate dalle malattie degli europei, malattie contro le quali i locali non possedevano anticorpi.

L’opera di Diamond merita quindi una lettura attenta, e come si potrà immaginare non è facilmente sintetizzabile.
L’invito è di conseguenza quello, per chi fosse interessato nell’approfondire l’argomento, di procurarsi direttamente il testo: ogni pagina contiene infatti informazioni e considerazioni che stimolano la riflessione.
Nondimeno, vi è un’altro aspetto analizzato dall’autore che merita una particolare attenzione, un aspetto che è utile qui introdurre in quanto correlato con più ampie riflessioni che riguardano il concetto stesso di potere e di governo.
Nell’analizzare quindi la nascita e lo sviluppo di diverse civiltà, l’autore individua un fattore essenziale nella scoperta dell’agricoltura.
Fin qui, nulla di nuovo; risulta però interessante una ulteriore considerazione che emerge nel momento in cui si confronta l’organizzazione sociale delle culture sedentarie – agricole con quelle dei popoli composti da cacciatori – raccoglitori.
Questa ultima forma di organizzazione, infatti, conduce immancabilmente alla formazione di una struttura sociale egualitaria, senza alcuna divisione della popolazione in caste e dove tutti gli individui condividono un medesimo stile di vita.
Il motivo è presto detto: nel mondo dei cacciatori – raccoglitori ogni membro del gruppo deve partecipare alla comune attività di ricerca del sostentamento, e dovendo consumare subito quanto trovato, non potrà verificarsi la comparsa di un accumulo, di un surplus che possa dare origine alla presenza di individui che possiedano più di altri.
In altre parole, ogni membro della comunità possiede quel che trova ogni giorno, e che è costretto a consumare, e tutti sono pari in questo.

I quattro tipi di società individuati da Diamond

La reale rivoluzione che si verifica nelle civiltà agricole, infatti, è quella dovuta al conseguimento delle conoscenze necessarie per poter conservare la produzione in eccesso.
Si può anzi affermare con una certa sicurezza che la civiltà per come noi la conosciamo nasce proprio nel momento in cui gli esseri umani si ritrovano a dover fare i conti con questa sovra-produzione.
Se nelle società dei cacciatori – raccoglitori infatti tutti dovevano preoccuparsi di procacciarsi il proprio cibo, pena il patire la fame, con le civiltà agricole sedentarie vi sono alcuni individui che possono ottenere il cibo ed il sostentamento senza necessità di dedicarsi al lavoro manuale, potendo usufruire della sovrapproduzione.
Questo è il momento esatto in cui si formano anche i “governi”, dal momento che gli individui più scaltri della società comprendono che esiste un modo per soppravivere evitando il lavoro manuale.
Si formano così delle strutture di governo, alcuni membri della società assumono il compito di mantenere l’ordine esistente, ed in seguito alcuni si specializzano nel solo combattere: i guerrieri.
La società diviene più complessa, si formano le caste, e tutto questo processo è reso possibile dal fatto che il lavoro di una parte del gruppo è sufficiente a mantenere ed a nutrire anche coloro che non producono direttamente.
Col surplus nasce quindi anche il concetto di ricchezza, dal momento che è ora possibile l’accumulo di beni, e conseguentemente si manifestano anche le mire di maggior possesso.
Si moltiplicano così le guerre di espansione, gli scontri atti ad assicurarsi maggiori risorse, maggior possibilità di accumulo.

Un esempio storico che Diamond stesso riporta aiuta a comprendere bene il modo in cui le diverse forme di organizzazione sociale portino ad una radicale differenza di mentalità nei membri delle diverse culture.
Verso l’anno mille, un gruppo di agricoltori polinesiani colonizzò la Nuova Zelanda, dando origine al popolo dei Maori.
Poco tempo dopo, un gruppo di essi si spostò ed andò a sua volta a colonizzare le isole Chatham, situate a 800 chilometri dall’isola di origine, iniziando un’evoluzione separata da quella della madrepatria.
I Maori diedero vita ad una complessa società fondata sull’agricoltura intensiva, una società divisa in caste, dove spiccava la figura dei temibili guerrieri sempre pronti ad intraprendere nuove conquiste territoriali.
Il gruppo che si era recato nelle isole Chathman, i Moriori, si adattò invece alle particolarità del nuovo ambiente, ricco di pesci e di frutti, ritornando ad essere cacciatori – raccoglitori.
Crearono una società pacifica ed egualitaria, senza particolari forme di governo complesse.
I due gruppi vissero a lungo separati, dimenticando l’uno la presenza dell’altro, finché i Maori vennero a conoscenza dell’esistenza di un isola ricca di pesce e di materie prime, e partirono alla sua conquista.
Vedendo giungere gli stranieri, i Moriori decisero di accogliere i nuovi arrivati tra di loro, impegnandosi nel dividere equamente le proprie risorse.
Di tutta risposta, i Maori li sterminarono, senza trovare eccessiva resistenza – pur essendo numericamente molto inferiori –  e si appropriarono dell’isola.
Questo episodio ci mostra chiaramente come le diverse “indoli” dei due popoli fossero conseguenza delle diverse situazioni ambientali in cui si erano venuti a trovare.
Si trattava infatti di individui appartenenti allo stesso ceppo etnico, “parenti” tra di loro, con la differenza che il gruppo di cacciatori – raccoglitori aveva costruito una società pacifica ed egualitaria, conseguenza del vivere in un ambiente ricco di risorse spontanee, mentre i Maori agricoltori – guerrieri avevano sviluppato una cultura basata sulla violenza e la sopraffazione.

Nel nostro tempo la società si è fatta, ovviamente, ancora più complessa, e forse anche la stessa utopia di una società egualitaria è destinata a rimanere tale, dal momento che non esistono più i presupposti per la sopravvivenza di civiltà sul modello arcaico.
Eppure, il conoscere l’origine della formazione della nostra struttura sociale, ed il modo in cui la sua nascita ha da subito portato a tendenze espansioniste dettate da una sempre maggiore necessità di ottenere nuove risorse, tendenza evidente ancora ai nostri giorni, può risultare utile per poter poi interrogarsi sulla reale essenza della nostra attuale civiltà.

 

29 Marzo 2012

Massoneria: dall'edificare al dissolvere

Volendo trattare di Massoneria, vi sono due aspetti che possono essere investigati, entrambi degni della massima attenzione.
Vi è, innanzitutto, il carattere intrinseco di questo ordine iniziatico, la sua storia, le sue origini, la sua finalità.
E vi è, in secondo grado, la percezione che nel tempo il grande pubblico ha di questa organizzazione.
Nella nostra nazione, in particolare, l’idea che la massoneria generalmente trasmette è quella di un club elitario a cui si affiliano persone potenti con lo scopo di complottare alle spalle dei molti, nel peggiore dei casi, oppure in cerca del favore e dell’appoggio di personalità influenti, nel migliore.
Questa visione è in gran parte frutto delle note vicende che sul finire degli anni settanta coinvolsero gli appartenenti alla ormai famigerata Loggia P2.
Si trattava, in sintesi, di una loggia massonica a cui aderirono alcuni tra i protagonisti più influenti della scena politica e civile italiana dell’epoca, politici, magistrati, vertici delle forze armate, personaggi dello spettacolo.
Senza entrare nel merito della vicenda, i cui sviluppi sono facilmente consultabili da chi ne avesse interesse, diviene interessante cercare di comprendere quanto effettivamente l’operato di tale loggia fosse riconosciuto dal Grande Oriente d’Italia, l’obbedienza a cui la P2 aderiva, oppure si trattasse effettivamente di una scheggia impazzita all’interno del mondo massonico italiano, una “loggia deviata”, come lo stesso Grande Oriente sostenne.
Dare un valutazione definitiva non è effettivamente possibile per chi non fosse direttamente coinvolto in quei fatti, ma vale comunque la pena ricordare come la costituzione di una loggia coperta, quale effettivamente la P2 era, rientrava all’interno della tradizione del Grande Oriente stesso.
Un loggia coperta veniva istituita quando vi era necessità di garantire la massima segretezza sul nome di alcuni iniziati particolarmente influenti, e lo stesso nome della loggia facente riferimento a Licio Gelli rimandava alla loggia coperta più celebre della massoneria italiana, quella Propaganda Massonica operante nei primi decenni del XX secolo, loggia di cui fecero parte, tra gli altri, Francesco Crispi ed Adriano Lemmi.
Una loggia coperta, in altri termini, potrebbe dare la possibilità ad illustri appartenenti alla libera muratoria di agire ai limiti per il raggiungimento di determinati scopi, qualsiasi essi siano, e nell’eventualità in cui il gioco venga scoperto l’obbedienza madre ha facile gioco nel rinnegare questi suoi fratelli, dichiarando la loro loggia di riferimento ‘deviata’.

Ma ancora prima che lo scandalo della Loggia P2 esplodesse, l’idea che della Massoneria era diffusa a livello popolare era quella di un club privato in cui personaggi potenti ed eccentrici si riunivano per farsi dei favori a vicenda.
Emblema di questa percezione è la classica scena dell’iniziazione dell’impiegato Giovanni Vivaldi, interpretato da Alberto Sordi, presente all’interno del film “Un borghese piccolo piccolo”, del regista Mario Monicelli.
Nella pellicola, girata nel 1977, si racconta la storia, prima comica poi estremamente tragica, di un modesto impiegato, Sordi, appunto, che pur di trovare una sistemazione al figlio si affilia alla massoneria, nella speranza di poter avvicinare uomini influenti che possano aiutarlo nel suo intento.
La stessa scena della iniziazione è presentata in maniera alquanto grottesca, con i massoni dipinti quali attempati e pomposi, buffi e ridicoli nel loro bizzarro abbigliamento e boriosi nell’atteggiarsi a grandi iniziati.


 

Il personaggio di Sordi, nella sua classica interpretazione dell’italiano medio, caciarone ed arrivista, fa assumere all’intera rappresentazione un carattere buffonesco, e l’atmosfera che regna nella sala è tutt’altro che solenne e ieratica.
Questa era quindi l’idea vaga che della massoneria si aveva in Italia all’epoca.
A questo si aggiunga che nel nostro paese, a differenza di quanto accadeva altrove, l’influenza  della libera muratoria nella costituzione dello stato italiano, così come l’appartenenza ad essa di numerosi “Padri della Patria” veniva prudentemente sottaciuta nelle scuole dell’obbligo, ammantando così la questione di un certo “mistero”.

Al contrario, negli Stati Uniti, nazione la cui storia notoriamente deve molto all’influenza di importanti membri della libera muratoria, l’appartenenza alla massoneria ed a circoli “simil – esoterici” ha da sempre fatto parte della cultura popolare, tanto che si stimano in quasi cinque milioni gli americani affiliati in qualche confraternita, da quelle più serie a quelle a connotazione più “goliardica”, ma sempre imparentate con la massoneria.
Personaggi pubblici assai noti non fecero mai mistero della loro affiliazione, e persino nei film e nelle produzioni destinate al grande pubblico non è raro imbattersi nella figura del massone.
Stan Laurel ed Oliver Hardy, i nostri Stanlio ed Ollio, massoni anche nella vita vera, lo furono ad esempio anche nel grande schermo, nel film “Sons of the desert”, così come era massone il padre di Richie Cunningham di Happy Days, che appare in diversi episodi col tipico fez leopardato dopo essere tornato da una riunione dei confratelli, ed addirittura sono stati membri di una confraternita anche Fred e Barney dei Flinstones.

Stallio e Ollio con i paramenti massonici

Stallio e Ollio con i paramenti massonici

Papà Cunninghum di ritorno da un incontro con la confraternita

Papà Cunningham di ritorno da un incontro con la confraternita

Fred e Barney nella loro confraternita

Fred e Barney nella loro confraternita

Ancora oggi nelle televisioni statunitensi ci si può imbattere in spot propagandistici della Massoneria che invitano ad entrare a far parte dell’organizzazione, pubblicità che in Italia risulterebbero sicuramente impensabili.



Si potrebbe a questo punto pensare che la Massoneria non sia davvero altro che un club un po’ esclusivo, una organizzazione in cui aderiscono persone di una certa influenza che desiderano allargare la loro cerchia di conoscenze, così come uomini magari un po’ frustrati dall’ordinarietà della propria esistenza che vanno in cerca di una esperienza esotica, capace anche di accrescere la considerazione di sé per mezzo di titoli antichi ed altisonanti, quali ‘cavaliere’, ‘sorvegliante’, ‘oratore’, ‘maestro’, e via dicendo.
C’è del vero in tutto questo, ed effettivamente non sono pochi coloro che aderiscono alla libera muratoria per tali motivi.
Ma non sarebbe corretto sostenere che la Massoneria è questo e nulla di più.
Non bisogna dimenticare che la libera muratoria è pur sempre un Ordine Iniziatico, un ordine in cui il simbolismo e lo studio dell’esoterismo hanno un ruolo fondamentale.
Se scopo dei suoi membri fosse solamente quello di crearsi un ambiente riservato in cui portare avanti piccoli o grandi complotti, infatti, non vi sarebbe alcuna necessità di avvolgere il tutto con questa aura misterica.
Inoltre, lungi dall’essere una semplice aggiunta costruita per darsi un tono esotico, il sapere che nel simbolismo massonico è accudito rimanda realmente a conoscenze che una parte dell’umanità si tramanda da secoli, innegabilmente.
Sul versante opposto, di conseguenza, sono molti coloro che vedono nella massoneria non solo una organizzazione frequentata da intrallazzatori di alto livello, ma addirittura una sorta di contro-chiesa luciferiana che da secoli trama nell’ombra per il ribaltamento dell’ordine sociale corrente, in previsione dell’edificazione di un nuovo ordine in cui i fratelli avranno il compito di formare l’élite illuminata che guiderà il resto della popolazione sottomessa.
In mezzo a queste due visioni, vi è infine quella propria dei Massoni più ‘consapevoli‘, che vedono nella loro organizzazione uno degli ultimi luoghi in cui il sapere cosiddetto esoterico della tradizione occidentale viene ancora trasmesso.
A questi si uniscono coloro che pur ammettendo una decisa decadenza della istituzione riconoscono che per le persone in buona fede è ancora possibile ritrovare nella massoneria un depositario del suddetto sapere.

La locanda "All'oca e al girarrosto" dove nel 1717 si istituì la Gran Loggia di Londra.

La locanda "All'oca e al girarrosto" dove nel 1717 si istituì la Gran Loggia di Londra.

Dove sta, quindi, la verità, e sopratutto, cosa esattamente è la massoneria, e quali sono le sue reali origini?
Occorre, a questo punto, fare una doverosa precisazione.
Nel parlare di massoneria, oggi, occorrerebbe sempre specificare che si tratta della Massoneria Moderna, così come è stata concepita a seguito della fondazione della Gran Loggia Madre del mondo, nata a Londra il 24 Giugno del 1717: questa Loggia riuniva ed unificava i diritti e i doveri degli affiliati delle precedenti e sparse logge.
Ma ancora più importante per la presente trattazione è l’operato del pastore presbiteriano James Anderson, il quale nel 1723 pubblicò le “Constitutions of Freemasons” in cui venivano definiti i Landmarks, i punti fondanti dell’ordine, e le prescrizioni rituali.
Anderson diede alla libera muratoria una impronta “deista”, e rescisse ogni legame che in precedenza legava la Massoneria con la Chiesa Cattolica: da questo momento, il carattere ‘tradizionale’ dell’ordine si andò sempre attenuando.
Questo strappo col passato fu il secondo fattore che condusse la massoneria a divenire nel tempo quello che è oggi, ed a differenziarsi nettamente dalle confraternite dalle quali in qualche modo discende.
Come è noto, la simbologia di cui la massoneria fa uso si rifà in gran parte alla strumentazione di lavoro degli antichi maestri muratori medioevali, i costruttori delle Cattedrali, ed in seno alle loro logge ebbe origine quel processo che condusse, a distanza di secoli, alla formazione di una organizzazione per molti versi in antitesi con gli ideali stessi di quei primi muratori.
Le confraternite di costruttori medioevali erano infatti dei luoghi in cui si trasmettevano le conoscenze pratiche e spirituali che il mestiere di costruttore portava con sé.
E’ importante soffermarsi sulla associazione dei termini “pratico e spirituale”, dal momento che in epoca medioevale queste due componenti formavano le basi di una unica ricerca interiore, ed erano imprescindibili l’una dall’altra.
Il costruttore nel suo operare imparava infatti i segreti della materia e della edificazione, e questa era la strada per intraprendere una costruzione personale ancora più importante, che passava per il centro del proprio essere.
Il simbolismo usato all’interno delle confraternite medioevali – la squadra ed il compasso, la livella, le colonne, l’arco, e così via – di conseguenza portavano in sé una connotazione potente, dal momento che non erano mere rappresentazioni astratte, ma ricordavano al costruttore le realtà superiori per mezzo di esperienze vissute direttamente, sulle quali la pratica stessa del mestiere induceva a meditare.
Con il passare dei secoli, iniziarono a prendere parte all’interno delle riunioni delle confraternite anche dei membri non-operativi, degli accettati o speculativi, ovverosia degli intellettuali che non svolgevano direttamente il mestiere di edificatore, ma erano affascinati dal simbolismo dei costruttori e dalle implicazioni spirituali della loro opera.
Questi speculativi furono a tutti gli effetti i veri precursori dei massoni moderni, dal momento che da un certo punto in poi il fattore operativo, propriamente detto, cessò di far parte delle esperienze di un confratello.
Si perse, inoltre, gradualmente il carattere prettamente cristiano che le logge degli antichi costruttori portavano con sé, finché, come si è visto, si arrivò allo strappo di Anderson, in cui la massoneria si avviava ad assumere dei connotati anti-cattolici, consolidati sul finire del XVIII secolo.

Portale della cattedrale di Chartres

Portale della cattedrale di Chartres

Va aggiunto che l’insegnamento spirituale che gli antichi costruttori tramandavano sopratutto per mezzo delle loro opere, era espressione di quella Sophia Perennis che aleggia immutata nel cuore delle principali religioni tradizionali, quel sapere esoterico, ovvero ‘interno’, e non ‘nascosto’, a cui si giungeva per vie diverse rispetto alle conoscenze ‘exoteriche’.
La massoneria moderna abbandonò gli antichi legami con la religione tradizionale, trasformandosi in qualcosa del tutto nuovo, recuperando nel tempo dottrine, quali lo gnosticismo, in netto contrasto con l’ortodossia cristiana.
Questo passaggio risulta oltremodo importante, essenziale, per comprendere il futuro ed attuale sviluppo della libera muratoria: occorrerà quindi soffermarsi sulla distinzione tra la gnosi e lo gnosticismo.

La questione della “gnosi” è altamente intricata, e ciò è dovuto principalmente ad un cattivo uso del termine che negli ultimi tempi è stato fatto.
Gnosi, in primo luogo, significa semplicemente conoscenza.
Letteralmente.
Col termine gnosi si è poi voluto descrivere un insieme di dottrine più o meno “ortodosse” che si sono sviluppate in parallelo alla religione cristiana ed ebraica.
Il problema nasce nel momento in cui il termine gnosi viene applicato unicamente a quelle dottrine principalmente dualiste che svalutano e banalizzano l’iniziale ricerca mistica ed esoterica, una ricerca che si sviluppava in conformità con la dottrina exoterica della religione.
Tale banalizzazione ha luogo nel momento in cui la ricerca spirituale viene tradotta in termini immanenti, e viene fatta una lettura letterale di concetti allegorici e simbolici.
La gnosi autentica, invece, è, in sintesi, la ricerca del divino attraverso un percorso sovra-sensoriale e sovra-razionale, un percorso necessariamente legato e complementare al culto ed ai riti exoterici.
Oggi, invece, col termine gnosi si descrivono quelle dottrine in antitesi con l’ortodossia cristiana accomunate da un forte dualismo (dualismo che ad un livello superiore non ha motivo di esistere, essendo qualsiasi contrapposizione estranea alla divinità), e da un generale disprezzo nei confronti del creato.
Idea condivisa di questi movimenti è la presenza di un dio malvagio (il dio che crea il mondo materiale) contrapposto ad un dio che dona la vera conoscenza (identificato spesso in Lucifero-Satana).
Se seguita con coerenza tale teologia porta inevitabilmente a disprezzare il creato, in quanto realtà corrotta e regno del male, e di conseguenza la dissoluzione diviene atto auspicabile.
Di questa dottrina abbiamo tracce nelle cosiddette eresie manichea, bogomila, catara, e in tutte le loro derivazioni.
Per evitare confusioni sarebbe forse opportuno chiamare queste dottrine “gnosticismi”, ridando al termine gnosi il suo iniziale significato.

Il creato può essere quindi considerato da due opposti punti di vista: da un lato si può vedere nel mondo ed in tutto ciò che è esistente l’opera del creatore, ed in essa, per mezzo di essa a e trascendendo essa riscoprire il senso ultimo della propria essenza e dell’esistenza stessa, oppure si può considerare il mondo materiale come una degenerazione, una sorta di opera uscita male da demolire in vista di una migliore ricostruzione.
Questa seconda visione è propriamente quella gnostica, fatta propria nel tempo da sette quali i bogomili, i catari, i manichei, e gli attuali massoni.
La riconsiderazione della figura di Lucifero, la dissoluzione ed il caos visti da una prospettiva positiva si inseriscono tutti all’interno di questa dottrina.
Ecco quindi che la Massoneria moderna si diede uno scopo nuovo, l’edificazione di quel Nuovo Ordine oggi tanto in voga, un processo sintetizzato nell’innalzamento del Tempio che rimane scopo ultimo dichiarato di ogni loggia.
Seguendo quindi i passaggi del processo alchemico, la libera muratoria divenne per mezzo dei suoi membri più influenti uno strumento atto a contrastare ed eliminare tutte le vestigia del mondo religioso-tradizionale che sopravvivevano in occidente, in prospettiva della edificazione di un nuovo sistema basato sul sapere esoterico rivisitato di cui le logge si fecero portatrici.
Ancora oggi molti, ingenuamente, hanno visto nella massoneria moderna una organizzazione che se non altro ha contribuito a portare eguaglianza e democrazia e libertà di espressione in un mondo che era piombato nelle tenebre, ma questi non furono che passaggi in preparazione della nuova era che i membri delle società iniziatiche andavano delineando.

Più che di un ‘complotto’ si tratta quindi di un progetto attentamente pianificato che si va sviluppando nei secoli, un progetto del quale molti massoni, la maggioranza con ogni probabilità, ignorano l’esistenza.
Paradossalmente, infatti, il simbolismo massonico racchiude invece in sé ancora adesso i semi delle antiche conoscenze antiche, quel simbolismo che narra di costruzione e di edificazione, e non di dissoluzione, mentre i vertici della libera muratoria, per ignoranza o malafede, hanno reso l’organizzazione un luogo adatto al reclutamento di alcuni degli esponenti più ‘materiali’ del genere umano, una sorta di palestra di formazione per chi punta all’arrivismo ed alla scalata sociale ai danni del suo prossimo.

7 Marzo 2012

La Cattedrale di Salomone

Cattedrali, templari, tesori, e conoscenze perdute.


Riferendoci a questioni irrisolte del passato, si tende spesso ad abusare del termine “mistero”, cercando a volte connotazioni “misteriose” anche laddove tale necessità non appare impellente.
Così, quando ci imbattiamo realmente in fatti difficilmente spiegabili con le nostre attuali conoscenze, viene a mancare il termine adatto per riferirsi ad essi.
Uno di questi casi riguarda certamente la complessa questione dell’edificazione delle grandi cattedrali gotiche che sorsero in contemporanea nell’Europa centro settentrionale nel corso del XII e del XIII secolo.
Strutture architettoniche poderose, tali da lasciare perplessi persino gli ingegneri nostri contemporanei, questi maestosi templi di pietra vennero innalzati nel giro di pochi decenni in diverse città europee, sopratutto francesi e tedesche, introducendo ex novo delle soluzioni architettoniche praticamente sconosciute nel nostro continente, come l’arco a sesto acuto, gli archi rampanti oppure le volte a costoloni.
Le questioni quindi ancora irrisolte riguardo queste uniche costruzioni riguardano essenzialmente due campi: quello tecnologico e quello economico.
Come furono apprese le conoscenze necessarie per l’edificazione di tali edifici, e come furono trovati i fondi necessari per la loro costruzione?
Queste domande hanno ispirato l’articolo che segue, scritto dall’amico Pike Bishop, e pubblicato sul sito del Portico Dipinto.
Nella seconda parte dell’articolo, che invito a leggere direttamente sul Portico, viene anche avanzata una ipotesi orginale ed alquanto interessante sul quale fosse realmente il celebre Tesoro dei Templari.


La Cattedrale di Salomone

di Pike Bishop

[…]
La cattedrale di Bourges è stata con tutta probabilità la prima grande cattedrale gotica ad essere terminata (i lavori cominciarono pressapoco all’epoca dello stabilimento della fabbrica di Chartres) ed è particolare per la sua pianta che non è cruciforme.
Bourges è grossomodo nel centro geografico del grande paese europeo e ne è stata la capitale per lungo tempo proprio in virtù di questo fatto.
Era già un centro importante ai tempi della campagna di Giulio Cesare e i suoi abitanti (che probabilmente erano più o meno lo stesso numero che sarebbero poi stati nel medioevo, circa 15.000) non sfollarono e non applicarono la dottrina della terra bruciata di Vergingetorige, sicuri della solidità del loro unico muro di difesa e della impraticabilità delle paludi che la circondavano da tre lati, come insegna Kurosawa nei 7 samurai.
A differenza dei giapponesi del film, la banda di delinquenti romani era dotata di ferrea disciplina e riuscì ad abbattere la formidabile muraglia: tutti gli abitanti (tranne gli 800 che si rifugiarono nelle paludi) furono trucidati, e la città distrutta.
I Romani però compresero l’ottima posizione geografica e la ricostruirono come città romana erigendo un tempio sulle rovine del precedente tempio pagano.
In epoca cristiana una cattedrale in stile romanico fu eretta al di sopra del tempio romano, ma nel secolo XII si rivelò troppo angusta per la cittadina che aveva nel frattempo raggiunto di nuovo i 15.000 abitanti.
O almeno questa è la versione ufficiale che giustifica la costruzione di una nuova cattedrale.
Tenete in conto che 15.000 anime non sono certo una metropoli, che la chiesa non era nemmeno una parrocchia ma solo la sede dell’arcivescovado, che non era mai stata meta di pellegrinaggio (e mai lo sarà, tranne per il sottoscritto ed i soliti turisti giapponesi) e non conteneva nessuna reliquia che ne giustificasse il pagamento del biglietto per l’ingresso, che non ci fu mai.
Come per l’altra ventina di cattedrali gotiche spuntate tutte assieme con tecnologie che paiono improvvisamente portate da un uomo su una torta fiammeggiante che disse vi chiamerete Beatles, con la “a”, il problema principale (se credete nell’omino della torta) non è tanto dove avessero preso la tecnologia sconosciuta, ma da dove arrivassero i soldi per pagare un esercito di lavoratori altamente qualificati che venivano da ogni parte d’Europa per un centinaio d’anni e procurarsi e trasportare una mole di materiale che sarebbe bastato per una piccola (ma neanche tanto) piramide egizia.

E’ già difficile capire come l’arcivescovo Henry De Sully potesse giustificare una impresa titanica di quel tipo (al confronto TAV e ponte sull Stretto sono abbastanza economici) considerando anche che i pellegrini non sarebbero fioccati anche perchè pressapoco allo stesso tempo si stavano realizzando un’altra ventina di progetti analoghi nel centro-nord della Francia, ma è inconcepibile pensare in che modo si sarebbero potuti raccogliere i fondi in un periodo economicamente non particolarmente florido e nel mezzo di continue dispute militari, anche esse molto costose.
Quindi i problemi – o misteri, se siete più inclini all’occulto – essenzialmente sono due: quello economico e quello tecnologico.
A quello tecnologico si è cercato di rispondere, specie negli ultimi anni con ogni sorta di teoria – e badate bene, quella dell’omino sulla torta fiammeggiante non è neanche la più bislacca.
Dopo una preventiva epurazione delle teorie più folli, i casi si restringono di nuovo a due: o la tecnologia è stata inventata di sana pianta mentre stavano costruendo St. Denis o l’hanno appresa da qualche altra parte.
La prima ipotesi non sarebbe da scartarsi se si fosse stati in un periodo particolarmente fecondo della cultura europea.
Purtroppo non era così, anzi, piuttosto, il contrario: c’era una tale crisi di idee e di mezzi che si scelse di finanziare (molto poco) un’impresa folle di attacco all’Islam più che altro per sbarazzarsi di gente che non si voleva tra i piedi e di nobili che avrebbero solo seminato morte e distruzione per l’Europa.

A questo proposito, però, spicca la differenza tra i crociati e un piccolo manipolo di nove uomini, tutti parenti o relazionati con Bernardo di Chiaravalle (abate sull’orlo del crollo finanziario la cui abbazia era stata donata proprio dalla famiglia di uno dei nove, i De Champagne signori di Troyes, alla cui corte nacquero i Troubadours e la leggenda di Re Artù e che incoraggiavano la presenza di ebrei e studi cabalistico-esoterici) che si recarono all’Outremer per prendere possesso delle “stalle” di quel che si pensava essere ciò che restava dell’antico Tempio di Salomone a Gerusalemme.
I cavalieri restarono a Gerusalemme per 9 anni e nessuno ha mai trovato traccia di documenti che ci spieghino cosa ci facesse lì un ordine cavalleresco formato da nove membri che non accettavano proseliti e che non combattevano o facevano niente che sia mai stato riportato.
Tutto questo è ampliamente conosciuto ed è stato scritto già da tutti gli emuli di Dan Brown in tutte le salse, tutte melense e di pessimo gusto.
Qualcosa però questi cavalieri avevano portato a casa di sicuro visto che l’ordine improvvisamente divenne ricchissimo, potentissimo e creò innovazioni in campo finanziario.
Allo stesso tempo la tecnologia europea fece un balzo incredibile all’indietro, nel senso che tecnologie romane non utilizzate da un mezzo millennio vennero utilizzate di nuovo improvvisamente proprio per costruire le cattedrali (la gru propulsa dalla ruota da criceto con operaio cricetato, il maglio automatico ad acqua e via elencando) e parimenti in avanti con tecnologie di cui non si ha notizia precedente come quella dell’arco ogivale e del soffitto a doppia crociera delle cattedrali gotiche fiorite proprio nei paesi di origine dei 9 cavalieri.


Ora, se questa tecnologia, come alcuni dicono sia frutto di segreti appresi nelle stalle del Tempio di Salomone, non è dato sapere.
Ma non c’è alcun dubbio che i 9 cavalieri siano connessi con la nascita repentina delle cattedrali.
Se andate dalle parti di Urfa, l’antica Edessa, capitale di un regno crociato e luogo di nascita di Abramo, troverete delle rovine romane ma anche altre molto più antiche che secondo l’archeologia ufficiale, badate bene, non quella alternativa, sono risalenti a 11.000 anni addietro.
Nel mezzo si trovano resti non datati in cui si possono distinguere chiaramente archi ogivali. Che anche il famoso Tempio di Salomone fosse costruito come una cattedrale gotica?


Sembrerebbe di si. Le dimensioni di Notre Dame di Parigi e di Chartres ricalcano fedelmente quelle che la Bibbia attribuisce al tempio.
Bourges, che non ha la forma a croce, sembra di tutte quella più somigliante.
Viene inoltre da pensare che le due famose colonne del Tempio che vengono ricordate nella mitologia massonica potessero essere invece le due torri delle cattedrali: probabilmente le si è sempre chiamate colonne solo perchè tempio, a tutti, ha sempre ricordato l’architettura greca classica.
Altre menzioni massoniche ci ricordano che nel tempio (e nelle cattedrali) visto il lungo tempo in cui le impalcature dovevano restare erette, formassero una struttura dall’aspetto niente affatto provvisorio e ci fossero più piani (almeno due secondo la lettura massonica della tavola del secondo grado) di legno collegati con scale dotate di alzata, pedata e balaustra.
Altra notevole similitudine, sempre secondo il rituale massonico, il rosone e la posizione del Sancta Sanctorum, esattamente quella della Cattedrale di Bourges, il che può significare solo due cose: o il Tempio era come Bourges o i massoni hanno ricostruito la loro versione del tempio adattandola a ciò che conoscevano, cioè le cattedrali.
Ma ciò farebbe in ogni caso pensare che la Massoneria non sia così recente come si suole pensare.

continua

si veda anche:
Stelle e Cattedrali
Nostra Signora di Chartres

4 Marzo 2012

Il Sacrificio, ieri e oggi

Chac Mool
Il sacrificio, come l’etimologia del nome stesso indica (sacrum facere), rappresenta l’atto più sacro all’interno di ogni religione, l’elemento fondante attorno al quale ogni credo si sviluppa.
Nella religione vedica, tutti gli esseri viventi ebbero origine dal sacrificio di Purusha, l’Uomo Primordiale, smembrato dai Veda nell’atto di creazione del mondo.
Questo smembramento è simbolo del passaggio dall’unità al molteplice, l’atto necessario affinché il mondo materiale possa iniziare ad esistere: si tratta di un passaggio che si ritrova in tutte le cosmogonie religiose dell’antichità, patrimonio comune della conoscenza condivisa dall’umanità delle epoche passate.
Il rito sacrificale, quindi, condiviso dalle religioni del passato e del presente, ricrea e ripete ogni volta quel sacrificio primordiale, il momento di divisione e di sofferenza con cui la realtà ebbe inizio.
Scopo principale del rito è infatti ricreare nel mondo materiale le realtà celesti, e ripercorrere in terra le azioni dei mondi superiori, creando un legame tra le diverse dimensioni dell’essere in un momento in cui il tempo e le distanze cessano di esistere.
Questo elemento fondante non manca nemmeno nel Cristianesimo, la cui dottrina si fonda sul Sacrificio per eccellenza, quello del Cristo Figlio di Dio.
Il Cristo ripercorre col suo gesto il sacrificio originario, ricrea in sé la divisione primordiale che condusse dall’unità al molteplice, ed in una dimensione a-temporale chiude il ciclo della creazione stessa.
Da questo punto di vista, per la religione cristiana non vi potrà più essere alcun sacrificio dopo quello di Gesù, dal momento che nella sua figura si compie il ciclo della divisione originaria, ed in sé il Figlio di Dio ricompone lo strappo dell’inizio dei tempi.

Nelle epoche passate, e anche in quelle presenti, come si vedrà, questo rito oscillò spesso tra un richiamo simbolico ed un crudo realismo, laddove nel tempo diverse culture non esitarono ad “utilizzare” esseri viventi, animali ed anche uomini, per portare a termine il rituale.
Il sacrificio umano era comune nelle popolazioni semitiche dell’antichità, nelle culture precolombiane dell’America centrale, ed anche nelle popolazioni che abitavano il continente europeo prima dell’arrivo delle stirpi indoeuropee.
La commistione tra piano simbolico e piano contingente può infatti avere come esito un approccio confusionale nei confronti del rito stesso, una degenerazione che dal piano religioso porta a quello magico: questo è propriamente ciò che accadde in quelle culture che nel ricreare il sacrificio originario dell’ Uomo Primordiale ricorsero a dei sacrifici umani veri e propri.
L’aspetto simbolico lasciò il campo a quello “magico”, e l’atto in sé acquisì una valenza diversa, utilitaristica e “materiale”.
Tale processo rappresenta un aspetto comune in diverse tradizioni, laddove nel termine del loro ciclo terreno all’antica sapienza si sostituiscono il richiamo magico e la superstizione, che come il termine stesso indica rappresenta ciò che rimane di un’antica conoscenza nel momento in cui si smarrisce il suo significato più profondo.

Per comprendere il modo in cui il concetto di sacrificio ha assunto nel tempo una ulteriore valenza, è bene ricordare come il piano simbolico si contrappone a quello magico-utilitaristico.
Nel primo caso, come già accennato, il rito rappresenta quel momento in cui la dimensione temporale si annulla, e si ricrea in terra l’azione celeste, unendo in questo modo le due realtà e creando un legame tra i diversi mondi.
Nella visione magica, al contrario, il rito assume anche uno scopo “utilitaristico”, e per mezzo del suo compimento gli officianti si attendono un responso: l’atto magico è propriamente questo, infatti, ovvero l’attendere un fenomeno a seguito di una propria azione rituale, in contrapposizione con la teurgia, che invece mira solo a stabilire un ponte tra ciò che è tangibile e ciò che appartiene ad un piano superiore.

I sacrifici umani, di conseguenza, appartengono al piano magico-utilitaristico, e sono sempre stati effettuati nella convinzione di poter per mezzo di essi ottenere benefici materiali in questo mondo.
Il sacrificio di Ifigenia narrato nell’Iliade, l’uccisione di migliaia di prigionieri di guerra eseguiti dai sacerdoti Aztechi, i bambini immolati al Dio Moloch dalle antiche popolazioni semite, ogni sacrificio umano di cui la storia ci porta notizia venne compiuto in attesa di una contropartita contingente.
Secondo le scienze magiche, infatti, nell’atto del sacrificio entrano in gioco potenze psichiche dirompenti, e l’energia vitale della vittima può essere indirizzata affinché si possa compiere il proprio scopo, che si tratti di stimolare i venti che aiutino la partenza delle navi, di allontanare la fine del mondo, oppure di affrettarla.
Aleister Crowley,il principale mago ed occultista del novecento, descrisse nel dettaglio il modo in cui i sacrifici umani debbano essere compiuti, affinché le energie vitali liberate potessero essere ottimamente convogliate ed utilizzate, così come la teosofa Alice Bailey, madrina della New Age, non mancò di ricordare come queste forze psichiche liberate dalla morte di milioni di persone potessero aiutare e favorire il tanto agognato processo del “passaggio di era”.

I sacrifici, quindi, lungi dall’appartenere alle civiltà del passato, continuano ad essere officiati anche nei nostri tempi, in modi invero più subdoli ed assai meno visibili, rispetto ai tempi antichi.
La nuova religione luciferiana che nei nostri tempi si sta imponendo, in maniera sempre più evidente, necessita infatti di grandi quantità di queste “energie vitali”, affinché i suoi scopi possano essere raggiunti.
Il rito per eccellenza di questa nuova religione ebbe luogo l’11 Settembre del 2001, il giorno in cui migliaia di persone perdevano la vita all’interno delle due colonne del vecchio tempio che crollava, propiziando con il loro sacrificio l’edificazione del Nuovo Tempio spirituale che dovrebbe fare da suggello al Nuovo Ordine.

Ma riti sacrificali di stampo magico continuano a verificarsi ogni giorno, con continuità in ogni parte del mondo.
Sacrifici più o meno potenti, spesso portati avanti in maniera ignara da officianti inconsapevoli.
Sempre Crowley,  sottolineava nei suoi libri come la vittima sacrificale per eccellenza fosse un bambino, dal momento che la sua purezza poteva garantire un forte “rilascio” di energie psichiche: secondo questa visione, di conseguenza, le forze vitali più potenti vengono ottenute per mezzo dell’uccisione di infanti, e risultati ancora maggiori si potranno avere se il bambino non è ancora stato nemmeno “contaminato” dal mondo esterno, ed ancora vive all’interno del grembo della madre.
Ecco quindi che quello del feto risulta il sacrificio più potente, dal punto di vista magico.
Forse, la tragedia dei milioni di aborti compiuti al mondo ogni anno, potrebbe assumere una valenza ancora più oscura, e terribile.

30 Gennaio 2012

Ciò che splende

I’d try to tell you that the things we had were right


Quando veniamo al mondo le nostre anime sono come dei vasi pronti ad accogliere in sé i semi più disparati che le opportunità della vita vorranno elargire.
Alcuni di questi vasi saranno più propensi a far crescere i migliori fiori, altri troveranno difficoltà nel far fiorire i loro semi, ed altri ancora avranno bisogno di essere annaffiati a lungo, prima di dare vita alla loro pianta.
In ogni caso, la qualità della terra ospitata e i semi che si avrà la sorte di accogliere determineranno quello che il vaso diverrà nel tempo.
E come le piante ospitate, così le anime possono crescere ed espandersi nel tempo, allargarsi fino a trascendere il corpo materiale, oppure possono avvizzirsi nel silenzio fino ad arrivare a sopravvivere a stento.
Perchè per quanto il terreno sia buono, nulla cresce se non riceve la luce del sole, nulla lo può fare senza l’acqua di cui necessita.

Pare quindi a volte che molte cose attorno a noi si adoperino affinchè le piante che portiamo dentro rimangano all’ombra, si ha a volte l’impressione che vi siano forze che della nostra stessa anima si nutrono.
I segnali che ci circondano ci parlano di paure, di insicurezze, di precarietà, e compito dei grandi mezzi di comunicazione pare sia proprio quello di amplificare questi messaggi di sventura.
Come il ruggito a bassa frequenza degli animali feroci che tentano di immobilizzare la loro preda, così coloro che determinano gli etat d’esprit del nostro tempo paiono tentare in tutti i modi di nasconderci la luce, affinchè il timore e la rassegnazione divengano la guida dei nostri giorni.
E quando le anime si rinseccano si ritirano in se stesse, e così facendo non sono più in grado di comprendere ed unirsi a quelle che le circondano.
Quando questa è la realtà, non rimane altro da fare che cercare a tutti costi i luoghi in cui la luce ancora compare, ancora risplende.
Il calore umano, la consapevolezza che vi è qualcosa che accomuna gli uomini, e che quel qualcosa sarà l’unica fonte di salvezza.



Il videoclip della canzone Another Chance, di Roger Sanchez, si sviluppa attorno ad una idea semplice e straordinaria nello stesso tempo.
E’ la storia di una ragazza che si porta appresso un cuore troppo grande, il ché crea imbarazzo e diffidenza in coloro che la circondano.
Disillusa dalla freddezza e dall’indifferenza degli altri, la giovane ragazza vede il suo cuore divenire sempre più piccolo, finché un giovane non si interessa a lei.
Il contatto umano farà sì che il cuore divenga di nuovo grande, e la giovane ritroverà il sorriso e la forza di affrontare un nuovo giorno.

Siamo ormai abituati ad analizzare videoclip musicali che propagano messaggi sostanzialmente oscuri, facenti uso di un simbolismo occulto che trasmette sensazioni negative anche in coloro che del simbolismo stesso si disinteressano.
In questo video, che si tratti di una operazione cosciente o meno, viene raccontata in maniera allegorica una delle più grandi verità riguardanti il genere umano, ovvero la capacità dell’anima di crescere o di atrofizzarsi in base agli stimoli che riceve, in base alle sensazioni di cui si nutre.
Se viviamo in tempi complicati, se tempi ancora più duri ci attendono, e se attorno a noi si espandono le ombre, quello che resta da fare è il cercare, ad ogni costo, ciò che ancora splende, e trarne nutrimento.

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