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- Icona egizia del VI Secolo -






¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
10 Gennaio 2012

Quale amore

Dunque al principio fu il Caos, e poi la Terra dal grande seno, sede incrollabile di tutti gli immortali che abitano la sommità del nevoso Olimpo, e il Tartaro tenebroso nelle profondità della grande Terra, e poi Amore, il più bello degli immortali, che irrora del suo languore sia gli dei che gli uomini, ammansisce i cuori e trionfa dei più prudenti propositi.
Esiodo, Teogonia

Secondo la Teogonia di Esiodo, una delle più antiche cosmogonie europee giunte fino a noi, al principio dei tempi vi era il Caos, l’infinito che tutto comprende.
Il Caos racchiude tutte le possibilità, ed al suo interno contiene tutto ciò che può esistere.
Dal Caos si generano Gea, il Tartaro ed Eros.
Gea, raffigurata come la Madre Terra, è la ile,  la materia prima che assuma una forma, pronta per dare un aspetto alle idee non ancora manifestatesi.
A Gea si associa il Tartaro, luogo profondissimo ed oscuro, allegoria di quella parte della creazione non percepibile con i sensi.
Eros, infine, reso nella lingua italiana con il termine “amore”, rappresenta quella forza dell’universo che unisce e dà vita ad ogni cosa, il fattore necessario affinché la creazione stessa possa procedere (e’ bene precisare che l’Eros della Teogonia non è l’Eros figlio di Afrodite, il dio bambino alato che scocca le freccie dal suo piccolo arco: si tratta di due “divinità” differenti).
Si viene così a formare una Trinità che si ritrova spesso nelle fondamenta delle religioni tradizionali: vi è una presenza infinita che tutto comprende (Caos) da cui si genera la realtà in tutte le sue forme (Gea e Tartaro), ed il tutto è collegato da una forza di unione e attrazione (Eros).
La divinità, la divinità che si specchia e crea l’altro da sé, e la forza che unisce gli elementi (l’essenza del ternario).

Questa forza di unione è propriamente l’Amore, o per meglio dire l’amore nella sua forma più elevata e perfetta.
Il termine amore, infatti, racchiude in sé una miriade di significati, e sono infinite le forme che può assumere.
La lingua greca, per iniziare, distingue subito tra agape ed eros, termini che in italiano vengono resi indistintamente col generico “amore”.
L’agape è l’amore incondizionato, sintetizzato nella sua forma più pura nell’amore che la madre prova nei confronti dei propri figli.
Si tratta di un di amore che fluisce senza chiedere nulla in cambio, indifferente alle caratteristiche, ai difetti ed alle debolezze della persona amata.
Un essere umano può provare questo tipo di amore, in diversi gradi, nei confronti di diversi suoi simili, instaurando un legame di em-patia, una connessione in cui la felicità dell’uno diviene immediatamente anche quella dell’altro.
L’eros – da non confondere con il concetto di erotismo, per come attualmente si intende – è al contrario l’amore unidirezionale, che nella sua forma totalizzante si può provare nei confronti di una sola persona.
A differenza dell’agape, l’eros richiede sempre di essere corrisposto, e viene anche a mancare in esso una componente essenziale della trasmissione empatica.
Chi sperimenta questa forma di amore – l’innamorato, propriamente – desidera che la persona verso la quale il suo sentimento è indirizzato provi le stesse sensazioni: di conseguenza nell’eros, a differenza che nell’agape, la felicità dell’amato non si trasforma immediatamente nella propria felicità, se in questa felicità chi ama non trova posto.
La madre che vede il figlio felice è a sua volta felice (agape), mentre l’innamorato che osserva la persona amata felice con un’altra persona si strugge.
Ed invero, è una strana forma di amore quella che provoca dolore nel vedere la persona amata felice, se non si è parte di questa felicità in maniera diretta.

L’eros è quindi quel sentimento che si celebra quando generalmente si parla di “amore”, è la forza di attrazione di cui trattano i poeti di ogni tempo e le canzoni popolari.
Si tratta solo di una delle forme che l’amore più assumere, quella che più delle altre si pone al limite tra santità e dannazione, ma è nel contempo anche la forza senza la quale la creazione stessa non potrebbe esistere.
E’ l’eros infatti che spinge all’unione tra due persone, e non a caso Esiodo nella sua cosmogonia chiama la presenza che permette la creazione Eros, non agape.
L’eros è una forza creatrice, mentre l’agape accudisce e conserva.
Queste sono le prime tre forme con cui l’amore si presenta: la linfa vitale del creato che tutto unisce e tutto attraversa, la forza che spinge alla creazione e l’amore che accudisce e conserva.
La quarta forma che l’amore assume è anche quella che in questa terra è predominante: l’amore per se stessi.
L’amore per se stessi comprende l’orgoglio, la dignità, la vanità, la superbia, il rispetto per la propria esistenza, e queste qualità possono manifestarsi più o meno marcatamente.
L’esistenza degli uomini non sarebbe possibile senza questa forza, e si tratta di un sentimento che può facilmente prendere il sopravvento, eclissando tutte le altre forme di amore.

Da queste prime quattro forme di amore generano poi tutte le altre, e se davvero l’amore può salvare, quale di essi lo farà?
Probabilmente tutte queste manifestazioni sono necessarie, e se per le forme più elevate non esiste limite al quale fermarsi, l’amore nelle sue forme più terrene va invece maneggiato con grande cura, ove possibile.


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Nella Ballata dell’amore cieco Fabrizio De Andrè riprese e riadattò una vecchia poesia di Jean Richepin dal titolo “Cuore di mamma”.
La storia racconta di un giovane che si innamora follemente di una donna senza scrupoli, e lei, come pegno d’amore, pretende che l’uomo le porti il cuore della madre da dare in pasto al suo cane.
L’uomo, accecato dall’amore, acconsente, e dopo aver strappato il cuore dal petto della madre corre a perdifiato dall’amata.
Nella poesia di Richepin, mentre corre il giovane scivola e fa cadere il cuore della madre; la poesia si conclude con il cuore che inizia a parlare, e preoccupato chiede al figlio se si sia fatto male.

C’era una volta un povero idiota che amava una ragazza, molto, molto, molto tempo fà;
ma lei lo respinse e gli disse: “portami il cuore di tua madre e dallo al mio cane”.

Lui andò ad ammazzare la madre, molto, molto, molto tempo fà;
e le strappo il cuore, che era rosso come la fiamma.
Mentre lo portava inciampò e cadde, molto, molto, molto tempo fà, e il cuore rotolò nella sabbia.

Lui vide il cuore rotolare, molto, molto, molto tempo fà;
si udì un grido nell’aria silenziosa, il cuore cominciò a parlare, molto, molto, molto tempo fà:
“Ti sei fatto male, figlio mio?”.

Nella poesia sono descritte le tre forme principali che l’amore assume in questa terra, nei modi più estremi in cui si possono presentare.
Vi è l‘eros, l’amore del folle innamorato, che arriva al punto di strappare il cuore alla propria madre per accontentare la propria amata.
Vi è l’amor proprio, che si incarna nella giovane e crudele donna che gode nel vedere un uomo compiere dei gesti estremi per ottenere il suo amore.
E vi è infine l’amore incondizionato della madre, che continua ad amare e a preoccuparsi del figlio anche dopo che questi è arrivato al punto di ucciderla.

 

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29 Dicembre 2011

Road full of promise

There’s a darkness upon you that’s flooded in light

 


Una grande distesa, senza recinti.
Una distesa e la sua storia.
Questa è la semplice idea del videoclip realizzato per Head Full Of Doubt/Road Full Of Promise, struggente canzone pubblicata nel 2009 dal gruppo degli Avett Brothers.
Una animazione che racconta la storia di quel prato, una sola inquadratura in cui non accade nulla di eccezionale, eppure accade tutto quello che si può raccontare.
Perchè in poco più di quattro minuti c’è la descrizione dei tempi che stiamo vivendo, di una intera civiltà, della natura e del progresso, e dell’ineluttabile cerchio, col suo inizio e la sua fine che coincidono, che sintetizza ogni realtà di questo mondo.


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24 Dicembre 2011

Buon Natale


Un augurio di buon Natale a tutti, lasciando spazio a ciò che realmente è importante.

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15 Dicembre 2011

La stella a cinque punte nel simbolismo moderno

La stella a cinque punte, detta anche pentacolo, pentalfa o stella fiammeggiante, è uno dei simboli più ricorrenti dell’iconografia moderna.
Rappresenta inoltre uno dei simboli più importanti per la Massoneria, che a sua volta lo ereditò dalla tradizione pitagorica.
Il pentalfa fu infatti il segno identificativo usato dagli allievi della scuola mistica di Pitagora, una figura che al suo interno riproponeva il rapporto aureo, ovvero l’unità di misura del creato.

La stella a cinque punte, inoltre, è simbolo dell’uomo e del microcosmo, della realtà terrena all’interno della quale l’essere umano si inserisce, proiettato verso le realtà superiori.
Nella massoneria moderna, di conseguenza, la stella fiammeggiante con la punta rivolta verso l’alto diviene il simbolo dell’uomo nel suo percorso di elevazione, e la sua immagine sintetizza lo scopo dichiarato della libera muratoria, ovvero quello di condurre il profano verso la trascendenza.
Il simbolo in sé quindi, più antico della massoneria stessa, assume connotati positivi, e si contrappone al pentacolo con la punta rivolta verso il basso: in questo caso tutte le energie vitali presenti nell’essere umano, a loro volta allegoria delle forze che muovono l’universo intero, vengono convogliate verso le profondità.
Il satanismo moderno ha utilizzato il pentalfa rovesciato in questa ultima connotazione, con una chiara dichiarazione di intenti che rivelava la predilezione verso gli aspetti più inferiori dell’essere, più meramente materiali, animaleschi e psichici, in contrapposizione con l’elevazione spirituale.
Nella sua versione “solare”, quindi, la stella fiammeggiante è divenuta segno distintivo della libera muratoria, ed in questa veste è entrata a far parte dell’iconografia contemporanea.
Il suo primo veicolo di diffusione, sul finire del XVIII secolo, furono gli stemmi e le bandiere degli stati-nazione che in quel periodo si andavano formando, nella maggioranza dei casi per mezzo di processi sociali fortemente appoggiati dalle logge massoniche.
Il grande contributo dato dai fratelli massoni nella costituzione di queste nuove entità statali oggi non rappresenta un mistero, e l’uso della stella a cinque punte in numerose bandiere ed in numerosi sigilli degli stati moderni ne è una naturale conseguenza.
Anche l’utilizzo di stelle in ambito militare ha origine proprio all’interno del mondo delle logge, essendo allora come oggi numerosi membri delle alte gerarchie militari affiliati alle logge massoniche.

Il rapporto tra la fondazione degli Stati Uniti e la massoneria è troppo noto per essere ribadito nuovamente.

 

Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna, si formò nella loggia massonica di Salonicco, così come i Giovani Turchi, attuatori della rivoluzione, furono una organizzazione massonica.

 

La stella fu inserita nella bandiera del Marocco per volontà di Louis Hubert Gonzalve Lyautey, governatore militare al tempo del protettorato del governo francese, appoggiato dalla massoneria transalpina.

 

L'ultima creazione massonica in ordine di tempo.

 

In memoria dei padri massoni della patria.

Nello stesso modo, l’uso dei tre colori bianco, blu e rosso, la combinazione più comune nei vessilli nazionali, rappresenta un altro “omaggio” alla massoneria, essendo questi i colori predominanti nei grembiuli massonici.
Il blu è il colore più importante, e il suo uso nei grembiuli e nei stendardi origina dal comandamento di Dio agli israeliti, come descritto in Numeri 15:38:

“Parla ai figliuoli d’Israele e di’ loro che si facciano, di generazione in generazione, delle nappe agli angoli delle loro vesti, e che mettano alla nappa d’ogni angolo un cordone violetto.

Nelle bibbie in inglese violetto viene reso con Blu.
Il blu è anche il colore dei cieli, e ricorda la realtà dei mondi superiori, mentre il bianco rimanda alla purezza d’animo (come bianchi sono i guanti dei fratelli muratori), nonché  all’innocenza, ed è inoltre collegato con l’idea di nascita e resurrezione.
Infine, il rosso rappresenta il sangue e la vita, la guerra e simbolicamente la lotta necessaria per perfezionare se stessi e raggiungere i propri scopi.

La stella a cinque punte è stata anche l’emblema dei regimi socialisti del XX secolo, basti ricordare la stella rossa sovietica e le bandiere degli stati facenti parti dell’orbita comunista.

Nella bandiera della ex Jugoslavia socialista la stella rossa a cinque punte campeggiava su sfondo blu bianco e rosso, i colori panslavi di ispirazione massonica.

Ancora una volta, il collegamento rimandava direttamente alla libera muratoria, essendo il socialismo strettamente connesso con la massoneria: gli stessi ideali di laicità, il concetto dell’abolizione della proprietà privata, l’eguaglianza e la “fratellanza” furono d’altra parte concetti a lungo sviluppati nelle logge massoniche del XVIII secolo, in particolar modo in quelle  più radicali.
Nei tempi correnti la stella a cinque punte è infine divenuta uno dei simboli più utilizzati nel campo del marketing, presente in innumerevoli loghi, ed essendo tale ormai la sua diffusione diviene difficile stabilire in quali casi la scelta sia dettata da precise convinzioni esoteriche o più semplicemente dalla volontà di rappresentare il proprio marchio con una immagine “vincente”.

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9 Dicembre 2011

Robbie Williams ed il viaggio nella psiche

What a waste of all this peace,
baby steps and two more sleeps

Robbie Williams è un cantante che non ha bisogno di presentazioni.
Negli anni novanta e nel decennio scorso, con 75 milioni di dischi venduti,è stato uno degli artisti di maggior successo del continente europeo.
Dopo aver iniziato la propria carriera in giovane età all’interno della celebre boyband dei Take That, Williams ha poi proseguito la propria strada professionale in solitario, proponendo canzoni orecchiabili e melodiche e puntando su una immagine di giovane e simpatico guascone, sempre un po’ sopra le righe.
Come in ogni artista contemporaneo di successo, anche in alcune performance di Williams è possibile cogliere messaggi tutt’altro che banali, rimandi a tematiche complesse che vanno ben oltre la semplice proposizione di un motivetto da hit parade.
E’ il caso del video realizzato per promuovere il singolo “You know me”, brano sicuramente dal piacevole ascolto e molto curato dal punto di vista della composizione.
Nel videoclip in questione, quindi, possiamo osservare Robbie Williams mentre compie un viaggio nelle profondità della propria psiche, un viaggio raccontato per mezzo di metafore assai suggestive.



La storia ha inizio col cantante che siede annoiato in sala trucco, prima di iniziare uno spettacolo, o forse la registrazione di un videoclip.
Quello che vediamo quindi è il Robbie Williams “uomo comune” prima di entrare nei panni del Williams cantante.
Nell’attesa nella sala trucco Williams si addormenta, e nel sogno che deriva dal suo stato di sonnolenza vede se stesso mentre attraversa lo specchio di fronte a sé per ritrovarsi in una realtà parallela, un mondo “fatato”.

Williams si addormenta in sala trucco...

 

..e attraversa lo specchio

Come in Alice nel paese delle meraviglie, a cui evidentemente l’intera storia del videoclip rimanda, lo specchio diviene punto di contatto tra due realtà diverse, un varco che permette il passaggio da un mondo all’altro.
Oltre a questo, lo specchio è allegoria dell’anima stessa, e l’atto di attraversarlo rimanda alla discesa verso le componenti più profonde della propria psiche.
Si tratta di un viaggio nella propria anima.
Dopo aver attraversato lo specchio, Williams si ritova in una casetta ricavata all’interno di un albero, e lui stesso ha le orecchie ed altre caratteristiche di un coniglio.
Ancora una volta, è evidente il rimando alla tana del bianconiglio di Alice, ed oltre a questo viene mostrato come attraversando lo specchio il cantante sia venuto a trovarsi a contatto con una versione più “animalesca” di se stesso.

Williams spensierato immerso nella natura

Nella sua versione di “mezzo coniglio” Williams infatti si dimostra interessato, più che a ogni altra cosa, al cibo, alle bevande con cui è imbandito un ricco tavolo ed alla danza, mentre si muove felice nella natura che lo circonda: si pone in evidenza, in altre parole, l’aspetto più instintuale e “naturale” presente nell’anima della persona, quello che si raggiunge quando la veglia e la razionalità si fanno da parte (nel mondo reale, infatti, Williams sta dormendo).
A questo punto, però, all’interno di questo mondo immaginario, il cantante si addormenta di nuovo: in questo modo il suo viaggio continua, ed egli discende in uno stadio ancora più profondo, scoprendo una parte della sua anima ancora più sommersa.

Williams si addormenta all'interno del sogno. "We need to go deeper"

In questo terzo livello, il più profondo, lo sfondo è totalmente nero e sfuggente, e Williams si ritrova circondato da sei avvenenti conigliette, mentre egli stesso ormai ha anche nel volto le fattezze di un coniglio.

Williams completa la sua trasformazione

Questa trasformazione sottolinea il passaggio ad uno stadio più animale della propria natura, una realtà che trova spazio nelle profondità più remote della psiche.
Qui è l’istinto “grezzo” a farla da padrone, simboleggiato dalla presenza delle sensuali conigliette, una delle quali cavalca un allegorico missile.

Nel profondo della psiche

La presenza del pavimento a scacchi ricorda la dualità e la contrapposizione degli opposti, una dualità che nel piano superiore dell’essere cessa di presentarsi, ma che all’interno delle realtà più basse si esprime al massimo della propria possibilità.
Un viaggio nelle profondità della psiche e dei suoi segreti, quindi, raccontato sotto le sembianze di una breve favoletta.