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rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
11 Novembre 2011

L'anima al diavolo


Narra la leggenda di una sera in cui un modesto chittarista che girovagava per le rive del Mississippi si recò ad un crocicchio, e lì invocò Satana in persona affinchè lo rendesse un grande musicista.
Fu accontetato, ed in cambio della sua anima ricevette in dono un talento che lo fece entrare nella storia della musica contemporanea.
La leggenda del chittarista blues Robert Johnson, tuttora considerato uno dei più influenti musicisti del XX secolo, è forse la più nota nel mondo del rock, ed ha stimolato la fantasia di numerosi appassionati fino ai giorni nostri.
Comunque siano andate le cose, la storia di Johnson fu veramente una storia maledetta: divenuto celebre all’improvviso, dopo una mediocre carriera in età giovanile, fece in tempo a registrare solo 29 brani, tuttora considerati pietre miliari dagli addetti del settore, prima di morire a soli 27 anni in circostanze misteriose.
La sua stessa esperienza al celebre crocicchio, the crossroad della tradizione americana, richiama riti ancestrali collegati al culto della santeria, una particolare forma di religiosità diffusasi tra le prime comunità nere portate negli Stati Uniti, una religione che univa elementi cristiani alla tradizione animista dell’Africa nera, tradizione che venerava forze della natura che potevano essere evocate e di cui ci si poteva servire, forze che abitavano luoghi particolari, come l’incrocio tra due strade.
La leggenda di Johnson univa a queste credenze un altro celebre topos della tradizione, quello della cessione dell’anima al demonio in cambio di privilegi: in Europa la famosa opera di Ghoethe, il Faust, diede a questo particolare tema anche una dignità letteraria.

Il concetto del “vendere l’anima al Diavolo”, ormai entrato a far parte dell’immaginario collettivo, può essere interpretato sia in modo letterale, per chi crede che certe presenze siano davvero reali, ed interagiscano col nostro mondo, sia in maniera allegorica: in questo secondo caso col vendere l’anima si intende il concedersi a dei compromessi pur di raggiungere il proprio scopo.
In realtà, le due interpretazioni non sono poi così lontane tra loro.
Nel mondo della musica rock, in particolare, il cedere a dei compromessi pare essere l’unico modo per poter emergere, in un ambiente in cui la concorrenza è numerosa e spietata; non sorprende, di conseguenza, che i temi che caratterizzano sempre più spesso i testi delle canzoni di successo nascondano risvolti non sempre limpidi, così come non sorprende che i protagonisti della scena internazionale diventino ogni giorno di più dei veicoli di messaggi impregnati di una ideologia ben precisa.
C’è anche chi come Bob Dylan, un altro degli indubbi protagonisti della scena rock degli ultimi 50 anni, senza giri di parole spiegò in una intervista la ragione del suo successo quale conseguenza del patto che fece con “il comandante in capo su questa terra”.

 



Che Dylan stesse usando un linguaggio simbolico o meno poco importa, dal momento che il concetto di base rimane inalterato.
La sua stessa espressione, inoltre, non somiglia molto a quella di una persona che sta scherzando, nonostante l’amaro sorriso finale.
E c’è anche chi, come la giovane cantante Katy Perry, astro emergente della musica pop degli ultimi anni, trova nella faccenda anche un lato divertente, e racconta di aver venduto l’anima al diavolo nello stesso modo in cui potrebbe parlare della cena del giorno precedente.

 


Ancora una volta, che si tratti di una battuta o di una metafora poco importa, dal momento che all’interno del contesto del successo tali espressioni assumono di per sé delle valenze in parte inquietanti.
La giovane Perry, tra l’altro, fu negli anni adolescenziali la classica ragazza tutta casa e chiesa, e dopo aver imparato a cantare nel coro della parrocchia, ed aver esordito con un album di brani a tematiche cristiane, ha infine addottato una immagine estremamente sensuale e libertina, andando così ad aggiungersi alla schiera delle good girls gone bad, le ragazze del pop che dopo essersi fatte conoscere come adolescenti innocenti con un look acqua e sapone si sono trasformate in giovani vamp ed aggressive (vedi Britney Spears, Cristina Aguilera, Rihanna, Miley Cirus, e così via).

Un successo che pare quindi richiedere sempre grandi privazioni in cambio, una concezione estremamente pericolosa da sempre presente nella natura umana ma che pare divenire ai giorni nostri sempre più modello vincente, atteggiamento addirittura giustificabile.

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a completamento dell’articolo, si riportano le interessanti considerazioni espresse da jackblack77 tra i commenti:

[…]tutto il fenomeno musicale del XX secolo nasce con Johnson.
Da lì inizia il percorso che poi avrebbe portato all’industria discografica, all’ascolto ripetuto, al successo commerciale, a Elvis, i Beatles, i ’70 gli 80 ecc..
E, guarda caso, proprio la storiella di Johnson contiene una particolarità.
Oltre che il rimando ai riti voodoo (poi ripreso da Hendrix) e ai crocicchi (poi omaggiato da tutti soprattutto Clapton), si ritrova il cliché del patto.
Il patto […]ha origini antichissime e tramandate oralmente; ma, da quel che ne so, sono sempre stati dei racconti in cui il protagonista umano “gabba” in qualche modo l’Antagonista.
Sono cioè delle narrazioni che hanno dei significati ben precisi: in primo luogo affermare una certa superiorità dell’Essere umano rispetto alle Entità Maligne; in secondo luogo, la possibilità per l’uomo – anche dopo aver momentaneamente “perso” l’anima (o quello che essa può rappresentare) – di recuperarla prendendosi una specie di rinvicita; ma solo se precedentemente si è avuta l’astuzia (metafora per superiorità spirituale) di trovare la falla nel ragionamento diabolico; e poi altri significati minori che si possono trovare frugando meglio.

Tornando alla particolarità nella storia di Johnson (e in quelle correlate, fino ai giorni nostri) è che da quel momento, il cliché del Patto cambia: non più un inganno dell’uomo sul Diavolo, trattandolo per quello che è (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ecc) ma una specie di sacrificio “do ut des” a senso unico e micidiale.
Vale a dire: io possiedo una cosa A che non mi serve (!), invece desidero una cosa B ma non la possiedo; vorresti fare uno scambio? Ovviamente la cosa non è INDOLORE ma richiede un prezzo.
E il prezzo è proprio la cessione della cosa A che – in realtà – era la cosa PIU’ IMPORTANTE CHE SI POSSEDEVA NELLA PROPRIA VITA.
A quel punto, secondo me il soggetto si accorge che senza di essa è già morto (spiritualmente) da un pezzo e se ne va dalla vista dei più.
Alcuni soggetti se ne accorgono subito, altri dopo molti anni. Credo sia la spiegazione più banale.
[…]questa nuova versione del Patto è divenuta la moda imperante, tanto da diventare un modo di dire.
Il pensiero comune degli artisti da un secolo a questa parte è divenuto “per ottenere l’obiettivo devo sacrificare TUTTO. Solo l’obiettivo conta”.
Non c’è più il patto visto come una specie di “umiliazione” da parte di un Uomo Spiritualmente Superiore nei confronti dei poteri inferi, ma anzi il concetto è ribaltato: chi è disposto a vendere qualcosa di inutile (inutile per il mondo materialista) può avere subito la strada abbreviata e il trampolino di lancio per il successo planetario.
“Tanto l’anima non esiste, quindi anche se me ne privo che problema c’è?”

 

18 Luglio 2011

Una profezia, un passato perduto


Da sempre le profezie detengono un indubbio fascino, e non sono pochi coloro che si dedicano all’interpretazione di antiche visioni per cercare di comprendere le direzioni che il futuro che ci aspetta potrà seguire.
Ancora più intrigante potrebbe risultare il cercare delle analogie tra queste antiche previsioni e avvenimenti che già si sono verificati, o che stiamo attualmente vivendo.
Occorre però fare una doverosa precisazione: un ossessivo interesse verso tali questioni porta inevitabilmente a perdere il contatto con la realtà contingente, ed allo stesso modo il tentare di delimitare con precisione il tempo che ha da venire è attività vana e controproducente.

Vivere nella convinzione che ogni possibile realtà sia già stata prestabilita induce infatti ad un pericoloso immobilismo, dal momento che se tutto è già stato programmato ogni nostra azione diviene superflua.
Vi sono, ovviamente, processi che posseggono una loro vita propria, cicli che iniziano e che giungono ad un compimento, così come è noto che ogni essere vivente che viene al mondo è destinato a morire, dopo aver compiuto il suo percorso terreno.
Affermare che un albero un giorno cesserà di crescere e smetterà di vivere significa semplicemente ribadire una certa legge naturale, mentre è ben diverso “prevedere” il giorno in cui quella morte avverrà, e le modalità con le quali avrà luogo.

Nello stesso modo, quando ci troviamo di fronte a delle profezie del passato, nell’analizzarle risulta molto più interessante scoprire qualcosa a proposito del tempo e delle persone che quelle previsioni le fecero, piuttosto che voler scoprire quando ciò che predissero effettivamente avverrà, ammesso che effettivamente ciò accada.
Vi è, a tal proposito, una celebre profezia, alquanto particolareggiata, che si trova all’interno del Vishnu Purana, un imponente testo sacro dell’induismo che si stima sia stato redatto nel secondo millennio avanti Cristo (anche se vi sono diverse opinioni riguardo la sua corretta datazione).

Per comprendere meglio il senso di una tale profezia, occorre tenere presente che secondo la concezione tradizionale induista il tempo non scorre secondo una direzione lineare, ma segue un percorso circolare, rispecchiando in questo il corso naturale di ogni realtà del nostro mondo.
Come spiega Julius Evola:

È più o meno noto che mentre l’uomo moderno ha creduto e, in parte tuttora crede al mito dell’evoluzione, le civiltà antiche quasi senza eccezione e perfino le popolazioni selvagge riconobbero invece l’involuzione, il graduale decadere dell’uomo da uno stato primordiale concepito non come un passato semiscimmiesco ma come quello di un’alta spiritualità.
La forma più nota di tale insegnamento è il mito di Esiodo circa le quattro età del mondo – dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro – le quali corrispondono a gradi successivi dell’accennata discesa o decadenza.
Del tutto analogo è l’insegnamento indù circa gli yuga, cicli complessivi e successivi che sono ugualmente in numero di quattro e che da una “età dell’essere” o “della verità” – satya yuga – vanno fino ad una “età oscura” – kali yuga.
Secondo tali tradizioni, i tempi attuali corrispondono all’epicentro proprio di quest’ultimo periodo: noi ci troveremmo nel bel mezzo della “età oscura”.

Secondo tale concezione, quindi, noi staremmo vivendo nel kali yuga, ovvero l’età più oscura che la civiltà umana possa sperimentare, un’epoca di decadenza che precede un periodo di rinascita coincidente con l’inizio di un nuovo ciclo (per un approfondimento sulla cronologia degli yuga si veda l’articolo Il Settimo Manvantara).
Ecco quindi come nel Vishnu Purana, compilato prima che questa età oscura si manifestasse nel suo aspetto più decadente, viene descritto l’apice del kali yuga:

 

I capi che regneranno sulla Terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti.
Prevarrà la casta dei servi.
Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri; conosceranno appena la pietà.
Coloro che posseggono abbandoneranno agricoltura e commercio, vivranno passando allo stato dei servi o esercitando professioni varie.
I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati.
La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà fra gli uomini.
Movente della devozione sarà soltanto la salute fisica; solo legame fra i sessi sarà la passione; unica via di successo la falsità– la terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali.
Le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote.
Una semplice abluzione significherà purificazione, la razza sarà incapace di produrre nascite divine.
Gli uomini chiederanno: quale autorità hanno i testi tradizionali?
I matrimoni cesseranno di essere un rito.
Glia atti di devozione, anche eseguiti, non produrranno alcun risultato.
Ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti.
Colui che possiederà e distribuirà più denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza.
Ogni uomo si crederà pari a un bramano.
La gente avrà terrore della morte e paventerà le carestie; soltanto per questo conserverà un’apparente religiosità.
Le donne non seguiranno gli ordini dei loro mariti e dei genitori, saranno egoiste, abbiette, mentitrici, discentrate e si attaccheranno ai dissoluti.
Diventeranno oggetto soltanto di soddisfacimento sensuale.
Vishnu Purana, II millennio a.C.

 


Quello che immediatamente si può notare è che la realtà descritta in questo testo è esattamente quella che noi sperimentiamo tutti i giorni.
Si tratta quindi effettivamente di una profezia verificatasi, a dimostrazione che sono realmente esistite in passato delle persone capaci di prevedere lo sviluppo degli eventi di lì a 3.000 anni?
Sembrerebbe proprio di sì, ma vi è nello stesso momento una ovvia obbiezione che potrebbe nascere spontanea: si potrebbe in effetti far notare che nella profezia in questione non viene svelato nulla di particolarmente eclatante.
Il Vishnu Purana parla, in fondo, della generale immoralità delle persone, di sacerdoti e religiosi ipocriti, di governanti che non si curano del benessere dei sudditi ma che pensano solo a derubarli.
Dove sarebbe, la novità in questo?
Da che mondo è mondo, si potrebbe obbiettare, queste cose sono sempre successe, e di conseguenza questa profezia non tratta di nulla di “sconvolgente”.
Questo potrebbe essere corretto, ma il carattere straordinario di questo scritto sta proprio nella sua “ovvietà”.
Proviamo infatti ad immaginare di compilare oggi una profezia sul come sarà il mondo nell’anno 5.000 dopo Cristo, e di scrivere qualcosa del genere:

Nell’anno 5.000 sulla terra ci sarà molta povertà, ci sarà una minoranza di uomini molto ricchi e una vastità di persone che a stento sopravvive.
Ci saranno guerre, e il popolo verrà ingannato dai propri governanti, che si occuperanno solo dei loro interessi.
Le persone saranno indifferenti ed egoiste, ed ognuno penserà solo al proprio benessere.

E’ evidente che come profezia non vale gran ché, anzi, come previsione appare alquanto ridicola, dal momento che si sta semplicemente descrivendo il proprio tempo, supponendo che la situazione attuale rimarrà inalterata di qui a 3.000 anni.
Per essere ancora più precisi, questa non è nemmeno una profezia vera e propria, perché non introduce alcun elemento “nuovo” che potrebbe verificarsi, nessuna situazione particolare che a noi appare insolita e che potrebbe realizzarsi in un futuro.

Una profezia, vera o falsa che sia, per essere tale infatti deve contenere in sé la previsione di eventi che non appartengono al proprio tempo, eventi che nella situazione attuale non avrebbero modo di verificarsi.
Ecco quindi che se nel Vishnu Purana si parla di un’epoca ultima in cui i governanti saranno ingiusti, in cui le religioni saranno decadute, un’età in cui l’empietà e l’ipocrisia saranno diffuse, e ci presenta queste realtà sotto forma di “previsione”, possiamo ragionevolmente dedurre che nel tempo in cui tali riflessioni sono state scritte la situazione fosse diversa.
Non avrebbe avuto altrimenti senso porre in guardia riguardo ad una realtà che si sarebbe verificata di lì a 3.000 anni, se già all’epoca quella fosse stata la quotidianità.

Proprio in questo aspetto risiede quindi l’interesse che questi scritti risalenti ad un’epoca assai lontana ancora conservano.
Potrebbe essere, in altre parole, che un mondo diverso da quello che noi conosciamo abbia avuto luogo, una società in cui l’inganno e l’ipocrisia non rappresentavano la normalità nei rapporti tra gli uomini, un’epoca in cui le deviazioni con cui abitualmente facciamo i conti tutti i giorni non erano la prassi comunemente accettata.
Nessuno ovviamente lo potrà mai dimostrare con certezza, ma questa profezia ci offre alcuni interessanti indizi.
Forse una società diversa fu possibile in un passato lontano, e forse potrà tornare ad esserlo nei tempi a venire.

 

22 Giugno 2011

La caduta degli dei

Cavalli in riva al mare, De Chirico


“Come potete sapere che ogni Uccello che fende le vie dell’aria non sia un universo di delizie, chiuso dai vostri cinque sensi?”

William Blake, The Marriage of Heaven and Hell, 1790–1793

Ma il risvegliato e sapiente dice: corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo’
W.F.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1885

Non sono passati nemmeno 100 anni tra gli scritti di Blake e Nietzsche, eppure le parole del filosofo tedesco sigillano il totale ribaltamento della visione metafisica tradizionale, di cui Blake ancora nel finire del XVIII secolo si fa cantore, forse l’ultimo dei visionari.
Per millenni le scienze tradizionali avevano descritto il corpo come l’appendice esterna dell’anima, la membrana materiale che permetteva all’anima stessa di interagire con il mondo fisico.
Un mondo fisico di cui i cinque sensi danno una immagine parziale, limitata.
L’universo è “un oceano di delizie” di cui gli uomini riescono a percepire solamente una minima parte.

Nietzsche, al contrario, assume il ruolo di profeta del pensiero moderno, trascina la metafisica celeste sulla terra, celebra la religione della materia.
La concezione del mondo si ribalta, nulla esiste oltre ciò che appare, e persino le idee più astratte ed elevate degli uomini altro non sono che creature della nostra componente materiale.
E’ l’anima ad essere una parte del corpo, Dio stesso una idea errata della mente.
Nietzsche coglie e descrive il sentimento che di lì a poco avrebbe conquistato l’Occidente, apre il secolo del definitivo trionfo dell’apparenza sulla essenza.
Un processo che sarebbe continuato fino ai giorni nostri.

Ma nel mondo del divenire nulla si ferma, così gli dei degli uomini, sottratti ai cieli e scaraventati con forza sulla terra, proseguirono la loro caduta raggiungendo i mondi inferi, e da laggiù vennero celebrati dai profeti della “nuova spiritualità”.
Una spiritualità alla rovescia, come le scienze tradizionali avevano annunciato.
L’uomo di Nietzsche, l’uomo “materiale”, non fu che una breve tappa, in questo viaggio lungo i millenni.

6 Giugno 2011

L'isola: un quesito sulla natura dell'uomo


Oggi vorrei proporre un quesito ai lettori del blog.
Immaginiamo uno scenario altamente improbabile, se non quasi impossibile, che servirà unicamente quale pretesto per poter esprimere la propria idea sulla natura degli uomini e il loro rapporto con la comunità.
Lo scenario è questo: in seguito ad uno sconvolgente movimento tellurico, nel cuore dell’oceano Atlantico emerge un lembo di terra, un’isola grande pressapoco quanto due volte la Sicilia.
La morfologia dell’isola è caratterizzata da ampie pianure e morbide colline, è attraversata da fiumi ed è ricca di acque dolci.
Dopo la sua incredibile comparsa, diversi stati ne rivendicano la proprietà, ognuno esponendo le sue motivazioni: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Messico, Cuba, Portogallo, Spagna, Marocco, e perfino la Russia.
La situazione è singolare, ed ovviamente un accordo non si trova: si discute anche di una eventuale spartizione, ma anche qui le difficoltà da superare sono troppo grandi per giungere ad un compromesso che accontenti tutte le parti.

Nel frattempo gli anni passano, le colline si popolano di alberi, sull’isola si stabiliscono delle colonie di uccelli, mentre alcune spedizioni scientifiche autorizzate dalle Nazioni Unite giunte sul posto scoprono che la terra del luogo è molto fertile, e dopo accurate ricerche si giunge alla conclusione che opportunamente coltivata, e con l’importazione di animali da allevamento, l’isola potrebbe ospitare e sostenere fino a dieci milioni persone.
Infine, le grandi potenze decidono di ritirare ogni pretesa sull’isola: essa viene dichiarata terra franca, estranea a qualunque giurisdizione.

Nel frattempo, iniziano a giungere sull’isola i primi abitanti.
Si tratta principalmente di persone che nelle loro terre di origine non avevano nulla da perdere, attratte dall’idea di ricominciare la propria vita in una sorta di paradiso terrestre; ci sono tra loro giovani idealisti, eremiti, religiosi, ma anche comuni delinquenti perseguitati dalla giustizia nei loro paesi e desiderosi di trovare la libertà in una terra franca.
Ed arrivano sull’isola anche gruppi organizzati, spesso guidati da una forte ideologia, spinti dal sogno di creare da zero una società ideale in un mondo nuovo.
Gli stati nazionali discutono su quale debba essere il loro approccio nei confronti di queste persone: c’è chi sostiene che l’afflusso vada regolamentato, chi denuncia la possibilità che cellule di terroristi possano trovarvi la loro base operativa, chi immagina scenari ancora peggiori.
Ma, ancora una volta, nessun accordo viene raggiunto sul chi debba assumersi il ruolo di “poliziotto” internazionale, dal momento che persino le Nazioni Unite vengono ritenute da diversi stati inadeguate a svolgere tale compito.
Così, l’isola rimane del tutto libera.

Questa quindi la premessa, ed ecco il quesito: in uno scenario del genere, come si evolverebbe la situazione nell’isola?
Cosa succederebbe nell’arco di 10, di 30, di 100 anni?
Qualcuno potrebbe vedere delle analogie con la storia degli Stati Uniti d’America e della costruzione di una nazione da parte di coloni che abbandonavano tutto per fondare un nuovo mondo lontano dalle loro terre natie.
Ma in quel caso i coloni rispondevano comunque a dei poteri statali, e colonnizavano le nuove terre nel nome dei loro governanti oltreoceano.
Nelle americhe, quindi, si venivano da subito a formare forme di governo che emanavano direttamente dal potere centrale delle madrepatrie.
Nel caso della nostra isola, invece, non succede nulla di tutto questo.
La terra è a tutti gli effetti una terra franca, e chi vi giunge non deve rispondere a nessuno; non vi sono nemmeno popolazioni autoctone con cui scontrarsi.
Cosa succederebbe, quindi, nell’isola?
La parola ai lettori.

24 Aprile 2011

Anastasis