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rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
18 Febbraio 2012

Grecia: un esame di coscienza

Risulta ormai inutile ribadire come la situazione in Grecia si sia fatta ormai critica, e di come la corsa verso il burrone intrapresa dalla nazione ellenica non possa essere fermata.
Il fallimento della Grecia risale a due anni fa, ed in questo arco di tempo si è semplicemente evitato di prendere atto della evidenza.
Ancora ci si domanda come tutto questo sia potuto succedere, e quali siano state le circostanze che hanno condotto fino a questo punto una intera nazione.
Trovare una risposta potrebbe essere utile, non tanto per stanare dei “colpevoli” e consegnarli alla pubblica rabbia, quanto piuttosto per riflettere sul modo in cui un popolo abbia accettato di farsi sedurre ed ingannare da dei falsi miti, e di come siano state le persone stesse a scegliere di salire su di un treno che conduceva dritto al baratro.

Così, in questi giorni le analisi sulla situazione greca si sprecano.
Gli economisti sottolineano come per anni i governi greci abbiano taroccato i conti, di come sia stato azzardato accettare nella grande famiglia dell’euro una nazione che non dava le adeguate garanzie a livello economico, del modo irresponsabile in cui i fondi pubblici siano stati gestiti.
Da un altro punto di vista, si pone l”attenzione sull’operato criminale delle banche che in gran parte ora detengono il debito della nazione, del come il loro agire da “strozzini” abbia messo in ginocchio l’intero apparato economico dello stato.
C’è del vero in tutto questo.
Ma le origini della situazione attuale vanno ricercate indietro nel tempo, e quello che ora accade era del tutto prevedibile.
Ancora tre anni fa, quando la crisi appariva incombente, si tendeva ad osservarla da lontano quasi fosse un uragano che in qualche modo avrebbe evitato di investire il proprio giardino, come fosse un problema che riguardava altri.
I turchi erano accampati fuori dalle mura della città, ma nessuno voleva sporgere il capo, e nelle piazze e nelle agorà la vita continuava come sempre.
Il mare era bello come sempre, e sempre c’era il sole.
Ora l’esercito nemico ha sfondato le mura, ed ovunque regna il panico.
Come se gli invasori fossero spuntati dal nulla.

Le televisioni di tutto il mondo mostrano ora le immagini di migliaia di manifestanti che esprimono la loro rabbia, di scioperi a catena e di accese proteste generali.
Una rabbia confusa, che ha come bersaglio quell’idra chiamata troika, ovvero i rappresentanti dell’Unione europea, della BCE e del Fondo Monetario Internazionale, gli organismi che dettano le regole di austerità a cui la popolazione si deve sottoporre, pena il fallimento e la catastrofe.
Tagli agli stipendi, licenziamenti, aumenti indiscriminati di tutti i generi, nuove ed esose tasse.
L’immagine che appare all’estero è quella di un popolo che si ribella a tutte queste gravose imposizioni, ma la realtà profonda è diversa.
Coloro che protestano, coloro che scendono in piazza, rappresentano una minoranza.
Si tratta principalmente di persone che non hanno più nulla da perdere: disoccupati, studenti senza un futuro, genitori che non riescono più a mantenere le proprie famiglie.
Per il resto della popolazione greca, la stragrande maggioranza, il sentimento di rabbia e frustrazione è surclassato da un’altra sensazione: la paura.
E’ la paura che domina l’atmosfera della nazione.
E per quanto le imposizioni della troica siano devastanti, finiranno per essere accettate, perché il terrore di perdere anche quel poco che si ha sovrasta tutto il resto.
E non ci sarà nessuna rivoluzione, nessun moto popolare contro i governanti.
Perché solo chi ha già perso tutto è disposto a rischiare fino in fondo, mentre chi ancora ha qualcosa da perdere accetta ogni imposizione nella speranza di mantenere anche quel poco.
Come si arrivati, quindi, fino a questo punto?

Le cause di tutto questo da sempre apparivano chiare
, ma ancora la grande maggioranza delle persone cerca i colpevoli in una unica direzione, dimenticandosi di guardarsi dentro, innanzitutto, e di riflettere sui propri errori, prima che sugli inganni degli altri.
Perché l’inganno ci fu, così come ci furono coloro che vollero essere ingannati, e per decenni in questa illusione si adagiarono.
Furono in pochissimi che si chiesero da dove provenissero tutti quei soldi che all’improvviso fecero di una delle nazioni più povere dell’occidente una sorta di paradiso per la bella vita.
Le macchine comprate a rate, le vacanze pagate a rate, i mutui concessi come caramelle ai bambini.
E tutti a sognare un posto da statale, con tredicesima e quattordicesima, con stipendi superiori persino a quelli della vicina Italia.
Nessuno che si domandasse quanti di quei posti fossero effettivamente necessari, e come poteva una intera nazione impiegare la maggioranza della sua forza lavoro nel settore dei “servizi”, quando da nessuna parte si vedeva alcuno sviluppo del settore produttivo.
Tutti sembravano occupati a gestire una ricchezza che si materializzava dal nulla: prestiti della BCE, sussidi della comunità europea, fondi speciali per lo “sviluppo”.
Soldi dal nulla, e c’era solo da “gestirli”.

Adesso è calato il panico, e la situazione di innumerevoli famiglie è realmente tragica.
E non è più, adesso, questione di stanare i “colpevoli”.
La tragedia non potrà essere evitata, l’ultimo atto è già stato scritto.
Se c’è una cosa da fare è concentrarsi per attraversare la tempesta nel meno peggiore dei modi, e sopratutto riflettere su quello che è stato fatto, sul modo in cui un popolo intero si sia fatto sedurre e conquistare da un falso benessere senza basi.
Occorrerà riscoprire una antica verità, che le generazioni passate conoscevano molto bene, una verità che è stata del tutto dimenticata negli ultimi anni: non esiste “ricchezza” che giunga dal cielo senza fatica.
E, sopratutto, occorrerà domandarsi se davvero ne è valsa la pena di cedere parte della propria anima in cambio di una illusoria felicità comprata a rate.

12 Febbraio 2012

Qualcuno che si preoccupa


Una schiera di poliziotti in tenuta antissommossa disposti ad anello intorno alla Vulì, il parlamento di Atene.
Un giovane esasperato che protesta ed urla la sua rabbia a torso nudo.
Una madre preoccupata che porge al figlio una maglietta, che potrebbe prendere freddo.
In una sola immagine, i motivi per cui la Grecia affonderà mentre i greci si salveranno.

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8 Febbraio 2012

Potenti e pierini


Gli uomini di potere, comunemente intesi, sono coloro che hanno la possibilità di decidere delle sorti della popolazione, le persone le cui decisioni  immancabilmente condizionano il vivere quotidiano degli altri.
Il concetto di potere, però,  può essere interpretato da diverse angolazioni.
Nella piramide del potere, infatti, vi è una distinzione, più volte ribadita, della quale occorre sempre tenere conto: non bisogna mai confondere coloro che le decisioni le prendono con coloro che invece quelle decisioni le devono solo attuare.
L’universo politico nella sua interezza è composto dal secondo gruppo, quello degli esecutori, poiché chi il potere lo detiene realmente non si espone, e manda avanti dei prestavolto utili ad attirarsi le ire dei sudditti in cambio della visibilità, della sensazione di essere importanti che alimenta il loro piccolo ego.

Quelli che noi crediamo “potenti” non sono altro che dei poveri diavoli, individui che hanno ceduto la loro dignità e la loro anima in cambio di misere gratificazioni, proni omuncoli che elemosinano cariche e lustrini,  alimenti per il loro ego corrotto ed irrimediabilmente compromesso.
Un chiaro esempio della piccolezza di questi personaggi di rappresentanza si può osservare nel seguente filmato, in cui quello che in teoria dovrebbe essere l’uomo che detiene il maggior potere decisionale nel nostro paese si mette a farfugliare cose senza senso dinnanzi ad una domanda “scomoda” di una giornalista, come un pierino qualsiasi colto dalla maestra con i compiti non fatti.
E l’argomento in questione, tra parentesi, dimostra ancora una volta il paradosso dell’attuale momento economico che stiamo vivendo, e la assoluta immoralità di cui il nostro governo, come qualsiasi governo, si fa rappresentante.
Si parla dei 15 miliardi di euro spesi per dei caccia F35, e al nostro presidente del consiglio viene chesto se questi soldi siano spesi bene.
In un momento in cui milioni di persone restano senza lavoro, in cui gli organi dello stato rastrellanno i beni delle famiglie inventando nuove tasse e balzelli,  pizzi da estorcere per “evitare il peggio”, al nostro rappresentante del governo viene chiesto se questa spesa fosse necessaria.
E, davvero, quale altra risposta ci potrebbe stare, se non “certo che sono soldi spesi bene, noi siamo dei criminali, ed i criminali è questo che fanno: rubano alle persone e poi le prendo pure per il c…


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5 Febbraio 2012

Entre besos y raices


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2 Febbraio 2012

Iper Realtà

come potete sapere che ogni Uccello che fende le vie dell’aria non sia un universo di delizie, chiuso dai vostri cinque sensi?
William Blake

Omar Ortiz

Un giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: “Abbiamo capito: l’elefante è simile a un timone ricurvo”.
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: “È simile a un grosso ventaglio”.
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: “Assomiglia a un pestello”.
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: “Assomiglia a un monticello”.
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: “È simile a un muro”.
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: “È simile a un albero”.
Quelli che avevano preso la coda dissero: “Assomiglia a una corda”.
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò: “Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori”.

Questa nota storiella zen esprime meglio di mille testi filosofici il rapporto che gli uomini hanno con la realtà.
Come i ciechi della storia, gli uomini possono interpretare la realtà solo rapportandosi con una piccola frazione della sua totalità, ciò è inevitabile.
L’errore in cui spesso si cade è l’elevare il proprio parziale a paradigma, sentenziando sulla totalità in base alla propria piccola limitata esperienza.
E più grave ancora è il credere di aver compreso la natura profonda della realtà basandosi esclusivamente sui propri cinque sensi.
I ciechi hanno quattro sensi, la quasi totalità del resto dell’umanità ne possiede cinque.
Ma anche essi, in fondo, potrebbero non essere sufficienti, per comprendere.

L’ iperrealismo

Steve Mills

L’iperrealismo è, probabilmente,  la corrente artistica più bistrattata dalla critica specializzata.
Nata negli anni settanta, questa tecnica si contraddistingue per la riproduzione esasperatamente fedele della realtà, il più delle volte partendo proprio da delle immagini fotografiche, immagini delle quali si ripropongono persino gli effetti ottenuti dalle macchine più professionali.
Come è noto, l’invenzione della fotografia segnò un vero e proprio spartiacque nella storia della pittura: non vi poteva più essere confronto tra la volontà del pittore di rappresentare la realtà così come era percepita e la resa fotografica; gli artisti quindi nelle loro opere cercarono dell’altro, e dopo aver dato spazio all’espressione della loro interiorità, delle percezioni che il reale offriva, investigarono l’introspezione stessa, l’essenza della realtà e il suo impatto emotivo.
La realtà così si astrasse, e si arrivò infine all’arte concettuale, in cui ogni vecchio riferimento era superato nel nome della idea pura, che si materializzava.
Così l’iperrealismo, all’interno di questo percorso “rivoluzionario” della pittura, si presenta come una rivoluzione nella rivoluzione.
Gli iperrealisti ritornano alle origini.
Di fronte alla pittura, chi con l’arte ha un rapporto più diretto e meno intellettuale tende ad apprezzare le opere che maggiormente esprimono la capacità dell’artista di rappresentare il reale con maestria, “avvicinandosi” al vero.
Così come primo passo di chiunque si cimenti in questa arte è il tentativo di approcciarsi a questa realtà, alla ricerca di una verosimiglianza.
Gli iperrealisti portano a termine questo processo, in maniera oltremodo rivoluzionaria, proprio perchè il loro essere da un certo punto di vista “reazionari” non può che apparire estremamente rivoluzionario, in una epoca in cui la rivoluzione e la “provocazione” sono diventati la norma.
Non a caso diviene massima provocazione fare della pittura una perfetta simulazione del reale, e portare questo percorso agli estremi.

In una epoca dominata dalla fotografia questo tentativo può apparire oltremodo insensato, ed in effetti, andando oltre, gli iperrealisti non solo riproducono il reale, ma ricopiano delle fotografie, ovvero delle riproduzioni del reale.
In questo, probabilmente, il movimento iperrealista è quello che meglio rappresenta la nostra epoca, in cui reale, non reale, copia del reale e riproduzione della realtà si fondono.
Più reale del reale.

Le idee celesti e le idee terrene

solve et coagula, … et solve …

Secondo la concezione cosmologica di Platone, il mondo “reale”, quello che a tutti gli effetti può considerarsi tale, è il mondo delle idee.
Un mondo in cui ogni cosa è presente nella sua pura essenza, un mondo del quale il nostro non rappresenta che una mera riproduzione di livello inferiore.
Tale concezione è tipica della mentalità arcaica pre-aristotelica.
Con Aristotele si compie invece quella rivoluzione che darà il via a tutta la mentalità moderna.
La realtà, da Aristotele in poi, verrà cercata nella materia, al suo interno, e il mondo metafisico lentamente si ecclissa.
E’ noto come Platone considerasse il mondo materiale come pallida imitazione del mondo “vero”; di conseguenza, nelle rappresentazioni artistiche, nella pittura e nella scultura, il maestro Ateniese vi vedeva una ulteriore imitazione, di livello ancora più basso.
Una riproduzione di una imitazione.
Se Platone avesse avuto la possibilità di osservare delle fotografie, probabilmente le avrebbe giudicate allo stesso modo: copie di copie.
Secondo questa concezione, quindi, l’opera degli iperrealisti che riproducono su tela il più fedelmente possibile delle foto, risulterebbe una copia di una copia di una copia.
Ed in ogni passaggio una “frazione” della “realtà” metafisica verrebbe persa.
E’ interessante a questo punto notare come la modernità , con il suo frazionare e il suo concentrarsi sulla materia, abbia portato avanti un lungo percorso di “materializzazione” dell’esistente.
Questo percorso però nei nostri giorni ha subito una evoluzione: dopo aver attraversato un lungo periodo di materializzazione, è iniziato infatti il processo di “dissolvimento”, o “smaterializzazione” della realtà.
Ha fatto infatti la sua comparsa l’universo del “virtuale”, che ricalca, ribaltandolo, il mondo immateriale delle idee.
Le idee stesse tornano ora a riproporsi prive del loro supporto fisico.
Un processo del quale gli iperrealisti sono stati precursori, forse inconsapevoli, con la loro opera di riproduzione di un qualcosa che del reale fisico era a sua volta una rappresentazione.

La dissoluzione del reale

Dalle prime testimonianze della creatività umana, e per tutta la storia a seguire, vi è stata una costante che ha accomunato tutte le produzioni che prendevano vita.
Dai primi murales, ai primi ossi incisi, fino alle tele, ai libri di carta: ogni creazione umana necessitava di un supporto materiale per potersi manifestare.
Questa considerazione, a prima vista scontata, cela in sé in verità una questione più ampia.
Per Platone il mondo delle idee era intangibile e perfetto, e  il nostro ne era una semplice riproduzione materiale.
Da Aristotele in poi la metafisica inizierà il suo lungo percorso di declino, finché Nietzsche in epoca moderna ne decreterà definitivamente la scomparsa.
Vediamo quindi gli uomini che per creare necessitano della materia, di un supporto sul quale manifestare la propria idea, nello stesso modo in cui per Platone il mondo materiale era la manifestazione della Idea del creato del Principio Supremo.
In contemporanea, si assiste all’oblio della concezione metafisica, e il legame con il celeste viene sempre meno.
Il reale si materializza sempre più.
Il processo pare inarrestabile, e vi è un momento in cui, estratta tutta l’anima dal reale, non rimane che una mera massa.
Ma il processo non si ferma, nulla nel regno del divenire si può fermare.
E quando l’ uroboros si morde la coda, il ciclo riprende, sempre simile e mai eguale a se stesso.
Ottenuta quindi la pura materia, inizia il processo inverso.
La smaterializzazione.

Solve et coagula erano i passi fondamentali dell’alchimia medioevale, dissolvi e coagula.
Ora tutto è coagulato, ed è tempo di solve.
E il regno di questo processo, il massimo paradigma di questa rivoluzione, è proprio il luogo in cui anche questi scritti si muovono: l’etere del terzo millennio, la rete.
L’informatica, e la rete di internet, hanno dato il via al processo di smaterializzazione del reale.
Per la prima volta un pensiero, un’ opera, uno scritto, non necessitano di un supporto materiale per essere condivisi.
Per osservare un quadro, occorreva necessariamente osservare la tela in cui quel quadro fosse stato dipinto.
Per leggere un libro occorreva tenere in mano il supporto cartaceo.
L’idea era strettamente legata alla materia che la sosteneva.

Con l’informatica l’idea si slega dalla materia.
L’idea ora viaggia da sola, dopo un invio si riproduce all’infinito, scompare e ricompare, non è più materia, si è di nuovo smaterializzata.
E, a differenza di quanto fino ad ora è stato, basta un semplice black out, e tutto questo mondo di idee, questa nuova metafisica capovolta, scompare, si dilegua, senza lasciare ai posteri la minima traccia.

Omar Ortiz

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