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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
21 settembre 2011

Popolo e conformismo II


Caratteristica principale della grande massa della popolazione, più che la “stupidità” è il conformismo.
L’uomo “comune” è, prima di ogni altra cosa, conformista, attributo che non ha in sé valenza necessariamente negativa.
In una società di virtuosi, per essere accettato egli si comporterebbe, nel limite delle sue possibilità, in modo virtuoso.
Al contrario, in periodi in cui l’élite è composta da criminali, questo “uomo comune” nel suo piccolo ne assimila i comportamenti: ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per la “massa” si deduce in primis dall’esempio che danno i vertici.

Uno dei grandi temi trattati dalla filosofia e dalla sociologia nel corso dei secoli è quello riguardante la profonda natura degli uomini.
Gli uomini sono tendenzialmente portati a compiere il male oppure sono per natura inclini al bene?
La questione, ovviamente irrisolta, e forse mal posta, ha dato vita a numerosi dibattiti e a diverse trattazioni, e c’è anche stato chi non ha avuto timore nell’esprimere un giudizio perentorio e definitivo.
Il pensiero di Niccolò Machiavelli, ad esempio, si fonda sulla convinzione della naturale malvagità degli uomini.

Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione
Niccolò Machiavelli, Discorsi

Secondo tale punto di vista, la maggioranza degli uomini sarebbe composta da individui crudeli ed approfittatori, con pochi scrupoli, persone che compirebbero atti malvagi se solo ne avessero la possibilità, e soprattutto se fossero certi di non doverne pagare le conseguenze.
Assunta quindi questa premessa quale vera, ne consegue che il compito del potere costituito sia quello di tenere a bada in qualche modo la popolazione, senza esitare ad usare la violenza e la sopprafazione, dal momento che tale metodo risulta l’unico capace di contenere la naturale malvagità degli esseri umani.

Questa, in sintesi, è anche la visione dell’umanità che nel tempo è prevalsa, e costituisce tutt’ora il fondamento morale dell’esistenza degli stati e del loro apparato governativo.
Senza il controllo dell’apparato statale, viene insegnato, la malvagità dilagherebbe, ed in poco tempo la naturale malvagità degli esseri umani si riverserebbe incontenibile provocando il caos.
Detto per inciso, in questa visione si presuppone che i componenti dell’apparato statale siano invece, a differenza della massa, immuni al richiamo del male, e costituiscano al contrario un concentrato di virtù e moralità: se così non fosse, infatti, il concedere grandi poteri ed il monopolio della violenza a persone tendenzialmente malvagie porterebbe ad enormi problemi(questa semplice constatazione dimostra in maniera semplice la contraddizione del ritenere la maggioranza degli uomini inclini al male e contemporaneamente invocare un potere centrale – composto da uomini – affidandogli il monopolio della violenza affinché contenga questa malvagità).


Da un altro punto di vista, c’è stato chi ha visto negli esseri umani delle creature sostanzialmente inclini al bene, vittime però delle tentazioni e dei cattivi esempi trasmessi dalla società.

È posto troppo assolutamente che gli uomini non operano mai bene se non per necessitá, e che chi ordina una republica gli debbe presupporre tutti cattivi, perché molti sono che, etiam avendo facultá di fare male, fanno bene, e tutti gli uomini non sono cattivi.
[…] e s’ha a considerare in questa materia, che gli uomini tutti sono per natura inclinati al bene, ed a tutti, data paritate terminorum, piace piú el bene che ’l male; e se alcuno ha altra inclinazione, è tanto contro allo ordinario degli altri e contro a quello primo obietto che ci porge la natura, che piú presto si debbe chiamare monstro che uomo.

Francesco Guicciardini, Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio

La questione, ovviamente è complessa, ed il tentare di risolverla per generalizzazioni è oltremodo fuorviante.
Risulta più corretto, probabilmente, affermare che gli esseri umani siano inclini sia al male che al bene, in diverse misure a seconda dei casi (ogni essere umano è infatti un caso unico) ed a seconda delle circostanze.
Di conseguenza, quello che è più interessante stabilire sono le motivazioni, e le condizioni, che portano un essere umano ad agire in un modo in alcuni casi ed in modi opposti in circostanze differenti.
Il condizionamento dell’ambiente, o meglio dell’etat d’esprit di un determinato periodo, rappresenta ad esempio un fattore estremamente importante, non ancora sufficientemente preso in considerazione nell’analizzare il comportamento della maggioranza delle persone.
E’ noto, sicuramente, che col variare delle epoche storiche e dei luoghi in cui ci si ritrova a vivere mutano anche radicalmente i valori e le convinzioni sociali di riferimento, ma il modo in cui certi fattori possono contribuire a modificare il comportamento umano sono, nonostante questa consapevolezza, ancora sottostimati.

Alcuni esempi tratti dalla cronaca possono aiutare a chiarire meglio tale circostanza.
Nell’ottobre del 2010, a Derby, in Inghilterra, un gruppo di passanti si era raccolto ad osservare un ragazzo che minacciava di gettarsi nel vuoto dal tetto di un parcheggio, ed anziché dissuaderlo la folla iniziò ad incitarlo, finendo di riprendere il volo del giovane con i telefonini.

Lo hanno incitato a gettarsi nel vuoto e poi mentre precipitava dall’ultimo piano di un parcheggio hanno ripreso la scena con i cellulari, mettendo poi i filmati su internet. L’incredibile episodio è avvenuto nel tardo pomeriggio di sabato scorso al centro di Derby, città dell’Inghilterra centrale, dove un ragazzo di 17 anni in preda a tendenze suicide non è potuto essere salvato dalla polizia perché ostacolata dalla folla che “tifava” per il salto mortale.

Dal lato opposto, poche settimane fa ebbe molto eco nei media americani il caso di un giovane motociclista che, finito sotto una macchina che rischiava di prendere fuoco, venne salvato dall’intervento spontaneo e coraggioso di diversi passanti che unirono le loro forze per sollevare l’automobile e trarre in salvo il ragazzo, mettendo a repentaglio la propria incolumità.



Sembrerebbe trattarsi di due casi agli antipodi, e chi volesse ragionare per assoluti potrebbe considerare il primo caso quale dimostrazione della naturale malvagità degli uomini, mentre la seconda circostanza sembrerebbe dimostrare l’esatto opposto.
Oppure, si potrebbe ipotizzare che dinanzi al giovane suicida si sia radunata una folla composta esclusivamente da persone abiette, mentre per puro caso il ragazzo finito sotto l’auto si è trovato circondato, per una felice coincidenza, da un gruppo composto da persone portate all’eroismo.
In realtà, le due situazioni sono estremamente simili tra loro.
In entrambi i casi, infatti, si verifica lo stesso meccanismo: una persona della folla inizia a comportarsi in un certo modo, e gli altri lo seguono per imitazione.
Si tratta, in entrambi gli esempi, di situazioni eccezionali, momenti in cui la razionalità del singolo passa in secondo piano ed emergono nuovi fattori che guidano il comportamento umano.
Come spiega Gustave Le Bon, nel suo “Psicologia della folla”:

In talune circostanze prestabilite, e soltanto in tali circostanze, un agglomeramento di uomini possiede caratteri nuovi, molto diversi da quelli degli individui di cui esso si compone.
La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità sono orientate in una stessa direzione.
Si forma un’anima collettiva, senza dubbio passeggera, ma che presenta ben precisi caratteri.
La collettività diventa allora ciò che, per mancanza di una migliore espressione – io chiamerei una folla organizzata, o, se lo preferite, una folla psicologica.
Essa forma un solo essere e si trova sottomessa alla legge dell’unità mentale delle folle. […]

In questa “unità mentale delle folle” è sufficiente una persona carismatica che dia inizio ad una azione per portare il resto del gruppo all’imitazione.
In senso più lato, lo stesso meccanismo si verifica anche nella realtà quotidiana.
Un determinato comportamento, quando diviene diffuso e condiviso dalla maggioranza dei propri simili, assume anche una giustificazione morale: è la maggioranza stessa a definire una “morale”, e gli individui vi si adegueranno.
Così, in una società in cui viene giudicato “normale” prevaricare il prossimo, saranno sempre di più coloro che  si comporteranno di conseguenza, senza sentirsi particolarmente in colpa per questo; nello stesso modo, il vendere sé stessi e la propria dignità pur di arrivare al “successo” potrà divenire, ed è ormai accaduto, un modo di agire perfettamente comprensibile, addirittura incoraggiabile.

In un’altra società, al contrario, potranno affermarsi valori del tutto diversi: prendendo a titolo d’esempio il concetto di “onore” presente ancora oggi in Giappone – dove la maggior parte dei senza tetto è composta da persone che hanno dichiarato fallimento o sono state licenziate, e per la vergogna abbandonano famiglia e conoscenti – si potrà facilmente constatare come la percezione di tale sentimento sia agli opposti rispetto agli standard occidentali, dove il servilismo e la prostituzione sono considerati generalmente mezzi utili per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Gli esseri umani, in conclusione, nella loro grande maggioranza non sono né totalmente buoni né totalmente cattivi, ma possiedono dentro sé le potenzialità per agire in modi estremamente diversi.
Quello che invece questa maggioranza la accomuna è il suo essere conformista, è il seguire l’esempio che intorno ad essa viene divulgato.
E coloro che questi meccanismi li conoscono bene da sempre si prodigano affinché sia il loro il paradigma a divenire preponderante.

 

 

19 settembre 2011

Grecia, tutto è strada


Ola ine dromos (tutto è strada), è un film greco realizzato nel 1998 dal regista Pantelis Voulgaris.
Il film è composto da tre episodi, ed il terzo di essi, Vietnam, narra la storia di Makis Tsetsenoglu, un imprenditore benestante che vive in una cittadina sperduta nel nord della Grecia.
Makis è un assiduo frequentatore del “Vietnam”, uno skiladico, un locale non certo distinto situato in mezzo al nulla.
Skiladico, letteralmente “canile”, è il termine, tra il confidenziale e il dispregiativo, con cui in Grecia viene chiamato un genere di locali ampiamente diffusi ed altrettanto popolari.

Nello skiladico si suona musica popolare, spesso di non ottimo livello (il termine stesso skiladico nasce dalla constatazione che i cantanti che si esibiscono sulla pista nel momento di compiere virtuosismi vocali paiono abbaiare), mentre per i tavoli si aggirano ragazze disinibite, quasi sempre straniere, pronte ad offrire compagnia in cambio di qualche drink.
Un’ altra caratteristica dello skiladiko è l’uso di acquistare degli appositi piatti, messi a disposizione dal locale, col solo scopo di gettarli sulla pista per distruggerli, anche se negli ultimi anni il lancio dei piatti è stato interamente sostituito da quello dei fiori, altrettanto cari ma meno pericolosi per l’incolumità dei cantanti e dei clienti.


 

C’è chi ha visto nella tradizione di questo tipo di locali un lontano rimando alle feste in onore di Dioniso della Grecia arcaica, feste dove ritmi ossessivi, balli sfrenati e lascive menadi facevano perdere ogni inibizione ai partecipanti.
In ogni caso, il gesto della rottura dei piatti si rifà senza dubbio ad una cerimonia arcaica molto radicata in diverse società del passato, ovvero al rito dello spreco sacralizzato.
Diversi popoli, in epoche pre-storiche, organizzavano infatti periodicamente dei particolari riti in cui una grande quantità di beni della comunità venivano ammassati e poi distrutti.
Con questo gesto si voleva rimarcare la vanità del possesso materiale e la caducità di tutti i beni terreni.

Nello stesso modo, negli skiladika moderni si compie inconsciamente lo stesso rito, in maniera sicuramente più grossolana: chi spende soldi per avere dei piatti da rompere sulla pista vuole rimarcare in primis il fatto di essere benestante economicamente, ed in secondo luogo dichiara di non aver timore di disfarsi dei suoi soldi in qualsiasi momento.
Non a caso, un tema ricorrente nelle canzoni che suonano negli skiladika è quello di uomini lasciati dalle loro donne, di persone che amano senza essere ricambiate, di dolori che non riescono a venire superati, e i testi sottolineano spesso il fatto che davanti a queste situazioni i soldi non abbiano alcun valore.

Makis, il protagonista del film, viene lasciato dalla moglie, stanca dei suoi tradimenti e delle sue notti brave al Vietnam, e se ne va portandosi via i loro due figli piccoli.
Per Makis questo è un colpo pesantissimo: a suo modo amava la moglie, e soprattutto amava i suoi figli, ma è anche consapevole delle sue colpe.

Per smaltire il suo dolore decide quindi di andare al suo locale preferito, dove viene accolto con servile e falsa gentilezza, dal momento che tutti sanno che si tratta di un cliente disposto a spendere grandi somme di denaro, specialmente nelle serate in cui ha dei dispiaceri da “affogare”.
Inizia così la serata di Makis al Vietnam, una serata fatta di orchestre di periferia che suonano appoggiandosi al playback, di cantanti “ululanti” che si atteggiano a grandi star, condita da alcool di infima qualità, da ragazze bulgare messe a disposizione dalla direzione del locale e da piatti da rompere.

 


Makis acquista e fa rompere tutti i piatti presenti nel locale, e quando questi si esauriscono fa smontare i sanitari dei bagni e li fa distruggere sulla pista.
In un crescendo di alcool e di disperazione, Makis si rivolge al proprietario del locale e gli fa una offerta per comprarlo tutto seduta stante.
Il proprietario accetta, e quando chiede a Makis cosa voglia farne, questi gli risponde che intende, ovviamente, demolirlo.
Il film si conclude con l’orchesta che suona all’aperto, con Makis che balla e con la ruspa di Ilias, un dipendente di Makis, che demolisce il Vietnam.

 

 


Makis, che finalmente ha dato sfogo al suo dolore, se ne va ballando verso il nulla, mentre ancora l’orchesta suona, ed in qualche modo difficilmente si può trovare una immagine migliore per descrivere quello che sta succedendo in Grecia negli ultimi anni.

 

 

19 settembre 2011

All the tales are told

Allora, dove eravamo rimasti?

 

The play is done
The curtain`s down…

 

23 luglio 2011

La Pietra Grezza

 

Melencolia, Albrecht Dürer

E’ nuovamente giunto per me il momento di staccarmi per qualche tempo dalla Tela.
Penso che l’attività del blog riprenderà a Settembre, probabilmente.
Nel frattempo cerchiamo di stare bene, e teniamo sempre a mente le parole del saggio Hafez:

 

Sebben tutto sommerga del mondo l’alluvione
Mestizia non t’affoghi, che Noé regge il timone
Non t’aspettar lealtà dalla mondana fiera
Che mille volte sposa è una megera

 

_____________________________________

 

 

 

A presto, quindi.

 

18 luglio 2011

Una profezia, un passato perduto


Da sempre le profezie detengono un indubbio fascino, e non sono pochi coloro che si dedicano all’interpretazione di antiche visioni per cercare di comprendere le direzioni che il futuro che ci aspetta potrà seguire.
Ancora più intrigante potrebbe risultare il cercare delle analogie tra queste antiche previsioni e avvenimenti che già si sono verificati, o che stiamo attualmente vivendo.
Occorre però fare una doverosa precisazione: un ossessivo interesse verso tali questioni porta inevitabilmente a perdere il contatto con la realtà contingente, ed allo stesso modo il tentare di delimitare con precisione il tempo che ha da venire è attività vana e controproducente.

Vivere nella convinzione che ogni possibile realtà sia già stata prestabilita induce infatti ad un pericoloso immobilismo, dal momento che se tutto è già stato programmato ogni nostra azione diviene superflua.
Vi sono, ovviamente, processi che posseggono una loro vita propria, cicli che iniziano e che giungono ad un compimento, così come è noto che ogni essere vivente che viene al mondo è destinato a morire, dopo aver compiuto il suo percorso terreno.
Affermare che un albero un giorno cesserà di crescere e smetterà di vivere significa semplicemente ribadire una certa legge naturale, mentre è ben diverso “prevedere” il giorno in cui quella morte avverrà, e le modalità con le quali avrà luogo.

Nello stesso modo, quando ci troviamo di fronte a delle profezie del passato, nell’analizzarle risulta molto più interessante scoprire qualcosa a proposito del tempo e delle persone che quelle previsioni le fecero, piuttosto che voler scoprire quando ciò che predissero effettivamente avverrà, ammesso che effettivamente ciò accada.
Vi è, a tal proposito, una celebre profezia, alquanto particolareggiata, che si trova all’interno del Vishnu Purana, un imponente testo sacro dell’induismo che si stima sia stato redatto nel secondo millennio avanti Cristo (anche se vi sono diverse opinioni riguardo la sua corretta datazione).

Per comprendere meglio il senso di una tale profezia, occorre tenere presente che secondo la concezione tradizionale induista il tempo non scorre secondo una direzione lineare, ma segue un percorso circolare, rispecchiando in questo il corso naturale di ogni realtà del nostro mondo.
Come spiega Julius Evola:

È più o meno noto che mentre l’uomo moderno ha creduto e, in parte tuttora crede al mito dell’evoluzione, le civiltà antiche quasi senza eccezione e perfino le popolazioni selvagge riconobbero invece l’involuzione, il graduale decadere dell’uomo da uno stato primordiale concepito non come un passato semiscimmiesco ma come quello di un’alta spiritualità.
La forma più nota di tale insegnamento è il mito di Esiodo circa le quattro età del mondo – dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro – le quali corrispondono a gradi successivi dell’accennata discesa o decadenza.
Del tutto analogo è l’insegnamento indù circa gli yuga, cicli complessivi e successivi che sono ugualmente in numero di quattro e che da una “età dell’essere” o “della verità” – satya yuga – vanno fino ad una “età oscura” – kali yuga.
Secondo tali tradizioni, i tempi attuali corrispondono all’epicentro proprio di quest’ultimo periodo: noi ci troveremmo nel bel mezzo della “età oscura”.

Secondo tale concezione, quindi, noi staremmo vivendo nel kali yuga, ovvero l’età più oscura che la civiltà umana possa sperimentare, un’epoca di decadenza che precede un periodo di rinascita coincidente con l’inizio di un nuovo ciclo (per un approfondimento sulla cronologia degli yuga si veda l’articolo Il Settimo Manvantara).
Ecco quindi come nel Vishnu Purana, compilato prima che questa età oscura si manifestasse nel suo aspetto più decadente, viene descritto l’apice del kali yuga:

 

I capi che regneranno sulla Terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti.
Prevarrà la casta dei servi.
Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri; conosceranno appena la pietà.
Coloro che posseggono abbandoneranno agricoltura e commercio, vivranno passando allo stato dei servi o esercitando professioni varie.
I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati.
La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà fra gli uomini.
Movente della devozione sarà soltanto la salute fisica; solo legame fra i sessi sarà la passione; unica via di successo la falsità– la terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali.
Le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote.
Una semplice abluzione significherà purificazione, la razza sarà incapace di produrre nascite divine.
Gli uomini chiederanno: quale autorità hanno i testi tradizionali?
I matrimoni cesseranno di essere un rito.
Glia atti di devozione, anche eseguiti, non produrranno alcun risultato.
Ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti.
Colui che possiederà e distribuirà più denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza.
Ogni uomo si crederà pari a un bramano.
La gente avrà terrore della morte e paventerà le carestie; soltanto per questo conserverà un’apparente religiosità.
Le donne non seguiranno gli ordini dei loro mariti e dei genitori, saranno egoiste, abbiette, mentitrici, discentrate e si attaccheranno ai dissoluti.
Diventeranno oggetto soltanto di soddisfacimento sensuale.
Vishnu Purana, II millennio a.C.

 


Quello che immediatamente si può notare è che la realtà descritta in questo testo è esattamente quella che noi sperimentiamo tutti i giorni.
Si tratta quindi effettivamente di una profezia verificatasi, a dimostrazione che sono realmente esistite in passato delle persone capaci di prevedere lo sviluppo degli eventi di lì a 3.000 anni?
Sembrerebbe proprio di sì, ma vi è nello stesso momento una ovvia obbiezione che potrebbe nascere spontanea: si potrebbe in effetti far notare che nella profezia in questione non viene svelato nulla di particolarmente eclatante.
Il Vishnu Purana parla, in fondo, della generale immoralità delle persone, di sacerdoti e religiosi ipocriti, di governanti che non si curano del benessere dei sudditi ma che pensano solo a derubarli.
Dove sarebbe, la novità in questo?
Da che mondo è mondo, si potrebbe obbiettare, queste cose sono sempre successe, e di conseguenza questa profezia non tratta di nulla di “sconvolgente”.
Questo potrebbe essere corretto, ma il carattere straordinario di questo scritto sta proprio nella sua “ovvietà”.
Proviamo infatti ad immaginare di compilare oggi una profezia sul come sarà il mondo nell’anno 5.000 dopo Cristo, e di scrivere qualcosa del genere:

Nell’anno 5.000 sulla terra ci sarà molta povertà, ci sarà una minoranza di uomini molto ricchi e una vastità di persone che a stento sopravvive.
Ci saranno guerre, e il popolo verrà ingannato dai propri governanti, che si occuperanno solo dei loro interessi.
Le persone saranno indifferenti ed egoiste, ed ognuno penserà solo al proprio benessere.

E’ evidente che come profezia non vale gran ché, anzi, come previsione appare alquanto ridicola, dal momento che si sta semplicemente descrivendo il proprio tempo, supponendo che la situazione attuale rimarrà inalterata di qui a 3.000 anni.
Per essere ancora più precisi, questa non è nemmeno una profezia vera e propria, perché non introduce alcun elemento “nuovo” che potrebbe verificarsi, nessuna situazione particolare che a noi appare insolita e che potrebbe realizzarsi in un futuro.

Una profezia, vera o falsa che sia, per essere tale infatti deve contenere in sé la previsione di eventi che non appartengono al proprio tempo, eventi che nella situazione attuale non avrebbero modo di verificarsi.
Ecco quindi che se nel Vishnu Purana si parla di un’epoca ultima in cui i governanti saranno ingiusti, in cui le religioni saranno decadute, un’età in cui l’empietà e l’ipocrisia saranno diffuse, e ci presenta queste realtà sotto forma di “previsione”, possiamo ragionevolmente dedurre che nel tempo in cui tali riflessioni sono state scritte la situazione fosse diversa.
Non avrebbe avuto altrimenti senso porre in guardia riguardo ad una realtà che si sarebbe verificata di lì a 3.000 anni, se già all’epoca quella fosse stata la quotidianità.

Proprio in questo aspetto risiede quindi l’interesse che questi scritti risalenti ad un’epoca assai lontana ancora conservano.
Potrebbe essere, in altre parole, che un mondo diverso da quello che noi conosciamo abbia avuto luogo, una società in cui l’inganno e l’ipocrisia non rappresentavano la normalità nei rapporti tra gli uomini, un’epoca in cui le deviazioni con cui abitualmente facciamo i conti tutti i giorni non erano la prassi comunemente accettata.
Nessuno ovviamente lo potrà mai dimostrare con certezza, ma questa profezia ci offre alcuni interessanti indizi.
Forse una società diversa fu possibile in un passato lontano, e forse potrà tornare ad esserlo nei tempi a venire.

 

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