Blessed be

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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
24 dicembre 2015

Rieducati alla comprensione della vita, la visione di Casaleggio

“Non si possono possedere complessivamente mobili e immobili per un valore superiore a cinque milioni di euro. Ogni euro in più deve andare a favore della comunità. Chi si sottrae è rieducato alla comprensione della vita in appositi centri yoga…
Sono istituiti i ministeri della Pace, della Vita e della Giovinezza…
Ogni anno si tiene la Giornata della Solidarietà, considerata la massima espressione dello Stato. Il cittadino deve dedicare dalla maggiore età di 16 anni, due ore al giorno alla comunità. Lobby e società segrete sono proibite per legge e i loro membri considerati rei di alto tradimento contro lo Stato.”
Gianroberto Casaleggio, movimento cinque stelle.

 

Mi piace leggere romanzi che narranno di società distopiche, ma sinceramente le distopie non mi piace sperimentarle (anche se in qualche modo in una distopia ci stiamo già vivendo)
Quanto sopra esposto non è tratto da un romanzo distopico di seconda categoria, ma sono parole scritte dall’ispiratore del partito più popolare nel nostro paese.
Parole lette e commentate con favore nel blog più letto in Italia.
Se non fosse per questo si tratterebbe solo delle farneticazioni di un folle con manie di dominio assoluto, convinto di poter decidere il modo di vivere di milioni di suoi simili, e punirli se questi non sottostanno alla sua visione.
Ed anche se è alquanto improbabile che una visione simile si possa manifestare, rimane degno di nota il fatto che comunque un simile personaggio abbia potuto crearsi un seguito così vasto.
Tutto grazie alla rete, non a caso elevata a sorta di divinità dal personaggio in questione.
Questa rete che, come ormai è chiaro, di sicuro non salverà il mondo.
D’altra parte, la visione di quest’uomo non è mai stata un mistero, come già si era osservato in tempi non sospetti.

Più reale del reale – Prometeus

20 dicembre 2015

An empire off a scream


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18 dicembre 2015

Empatia e isole


Un giorno, non importa quando e non importa dove, un Maestro vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua.
Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per l’effetto del dolore, il Maestro lasciò l’animale che di nuovo cadde nell’acqua in procinto di annegare.
Il Maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l’animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse:
” Mi scusi Maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua vi punge?“
Il Maestro rispose:
” La natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è quella di aiutare.”

Ognuno in fondo pensa innanzitutto a se stesso, e non potrebbe essere altrimenti.
Come il leone che insegue il cucciolo della gazzella e come il fiume che tenta di trovare la sua strada verso il mare, non ci può essere alcuna connotazione morale in una semplice e cruda legge del creato.
Così come non ci potrà mai essere un atteggiamento altruistico, dal momento che ogni azione, ogni pensiero, anche quelli che dall’esterno vengono visti e definiti quali nobili e disinteressati, sono sempre dettati dalla volontà del singolo di compiere un atto che rechi gratificazione nel profondo della propria anima.
C’è chi questa gratificazione la conquista sentendosi utile agli altri, e c’è chi segue la sua volontà ovunque lo porti, anche a costo di calpestare e nuocere il suo prossimo.
Altruismo ed egoismo, si direbbe.
Sbagliando.
In verità ciò di cui si tratta sono due forme di egoismo, nemmeno tanto diverse da loro: due forme di egoismo che all’esterno portano a conseguenze differenti.
Ecco allora che sarebbe maggiormente corretto parlare di egoismo positivo ed egoismo negativo.
Ancora una volta, i termini positivo e negativo non hanno qui connotazioni morali: ciò che distingue i due casi è il fatto che il primo atteggiamento porta beneficio a più persone mentre nella seconda circostanza vi è un beneficiario ed una vittima.
Vi sono coloro che vedendo un mendicante non possono fare a meno di donargli quanto più possono, altrimenti sentirebbero un peso profondo nel loro animo, e vi sono altri che non esitano a uccidere per rubare a qualcun altro qualcosa che vorrebbero possedere.

Nel corso dei secoli le migliori menti dell’umanità si sono sforzate di comprendere l’origine del male, e molti hanno tentato di capire cosa possa rendere un uomo retto e giusto ed un altro malvagio, perchè la storia degli uomini non possa fare a meno di guerre e distruzioni e devastazioni.
Ma la domanda era malposta: non si trattava di scoprire cosa renda un uomo crudele ed un altro benevolo, ma di riflettere sul perchè l’egoismo di alcuni li spinge verso il bene dei loro simili, mentre l’egoismo di altri porti loro a considerare chi li circonda come strumenti, possibili alleati o intralci al raggiungimenti del proprio scopo.
Perchè essere egoisti significa seguire la propria natura, essere fedeli a se stessi: non c’è altro modo di essere.
Cosa, allora, differenzia le varie nature?
La risposta sta in una parola sola: empatia.

L’empatia è il collante della società umana, elemento imprescindibile di ogni relazione profonda.
Letteralmente indica il sentire nel profondo le emozioni e le sensazioni di chi sta vicino: en- pathos.
E’ una qualità intrinseca negli esseri umani, ma è distribuita tra di essi in misura assai varia: essere empatici significa comprendere cosa un nostro simile sta provando, ed in qualche misura provare quella sensazione a nostra volta.
Quando si parla di empatia, occorre però fare una prima grande distinzione: c’è l’empatia cognitiva e l’empatia affettiva – emozionale, e sperimentare l’una o l’altra comporta delle diverse reazioni.
Per empatia cognitiva si intende il comprendere l’origine e le ripercussioni dei sentimenti e delle sensazioni che un’altra persona sta sperimentando.
Ci si può rendere conto che la persona di fronte a noi è turbata, triste, impaurita, raggiante, possiamo anche sapere i motivi per cui questo accade, ma queste sensazioni non nostre non ci toccano.

L’empatia affettiva, invece, è l’empatia propriamente detta, e comporta un nostro profondo coinvolgimento con i sentimenti di colui con cui veniamo a contatto.
La tristezza dell’altro diventa la nostra tristezza, la sua preoccupazione è condivisa, così come la sua gioia, la sua speranza.
Ecco quindi che un gesto che all’esterno viene visto come altruista è in verità un gesto empatico: una persona reca bene al suo prossimo perché a sua volta beneficia del suo benessere.
La felicità di colui che si aiuta diviene la nostra felicità, perché empaticamente la gioia del nostro prossimo diventa la nostra.
Nell’empatia sta la radice stessa del sopravvivere della società umana; ci sono molti motivi per cui gli esseri umani non si squarciano a vicenda per ottenere i beni che appartengono ad un altro: vi è la debolezza, la codardia, la paura delle conseguenze, ma vi è anche e soprattutto l’empatia, la capacità di sentire il dolore e la sofferenza di chi ci sta davanti e il provarla a nostra volta.

L’empatia è anche una forza che cresce in maniera esponenziale con la vicinanza: non è un sentire teorico, ma fisico, necessita dei sensi, del contatto per manifestarsi pienamente.
Il sapere che in qualche parte nel mondo una madre sta piangendo la morte del proprio figlio ci tocca, ma in maniera minima; il trovarci nella stessa stanza con quella madre e il sentire i suoi lamenti ci devasta, se siamo tra coloro che l’empatia la percepiscono.
Questo è anche il motivo per il quale i maestri della guerra negli anni si sono fatti sempre più raffinati: gli psicopatici stregoni della guerra che mandano al macello i propri simili sanno che per l’uomo comune recare morte e sofferenza è un atto traumatico.
Da qui la scienza della propaganda che indottrina le menti con il chiaro scopo di limitare l’empatia, fino ad arrivare all’uso di droghe che alterano la coscienza e al perfezionamento di metodi di massacri a distanza, per mezzo di bombe o di droni, che limitano al massimo la vicinanza umana e la presa di consapevolezza del dolore che si sta causando.

Il termine psicopatico qui non è usato a sproposito: una delle principali caratteristiche delle personalità psicopatiche è infatti l’incapacità di provare l’empatia.
Con una tale qualità intrinseca nessun gesto apparentemente “malvagio” è precluso.
Vi sono solo azioni utili ed azioni non utili al raggiungimento dei propri scopi, e i sentimenti, il dolore, la devastazione degli altri esseri umani sono elementi che non interessano minimamente nel profondo, che non provocano alcuna reazione.

In tutto questo, non resta altro da fare che essere fedeli a se stessi, e non dare mai per scontato il fatto che nonostante tutto la meraviglia del mondo stia ancora in piedi.
Ama il tuo prossimo come te stesso.
Sapere che la nostra felicità dipende anche dalla felicità di chi ci circonda è la conferma dei legami invisibili che uniscono tutto l’universo, e che noi, con la nostra volontà, i nostri desideri, le nostre aspirazioni, siamo comunque parte di un qualcosa di enormemente più grande: non siamo isole.

Allora il Maestro, dopo aver riflettuto e con l’aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dall’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:
” Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive in te.
Gli uni perseguono la felicità, gli altri la creano.
Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione.
Perché la tua coscienza è quello che sei,  la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te…
Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere….”

4 dicembre 2015

Kaly Yuga Bar


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24 novembre 2015

La visione dell'Unno

Dio ci sta punendo per i nostri peccati, e gli unni sono lo strumento di cui si serve.
Padre Cristodemo diceva che è quanto ci meritiamo per aver tollerato gli eretici e gli idolatri tra di noi, per aver permesso che nelle nostre città, nei nostri fori, facciano ancora sfoggio gli idoli dei vecchi demoni, mentre le loro empie dimore stanno ancora in piedi a farsi beffe della Vera Fede.
Ma ora padre Cristodemo non c’è più, così come non ci sono più i miei fratelli, e del nostro monastero – di quello che sarebbe diventato il nostro monastero – rimangono solo pietre e travi fumanti.
Cercavamo la pace, in un luogo lontano dalla vanità e dalla follia del mondo, un luogo dove poter rendere grazia a Nostro Signore, ma è stata la follia del mondo a trovare noi.

Ellac, il capo di questa banda di briganti senza Dio, ha deciso di risparmiarmi.
Mentre i miei fratelli gridavano e si nascondevano, e chiedevano pietà, io aspettavo i barbari in piedi dinnanzi alla porta della nostra piccola chiesa; quando Ellac mi vide – io, piccolo e scalzo, con una tunica malandata e uno sguardo di sfida negli occhi – scoppiò a ridere.
Mi trovò oltremodo ridicolo, e aver salva la vita fu il premio per aver suscitato la sua ilarità.

Questo mio orgoglio malcelato, unito alla remissività della mia scelta di vita lo incuriosisce e lo diverte: finché persisterà il suo interesse nei miei confronti io continuerò a vivere, ma – che Nostro Signore possa aver pietà della mia anima per quanto sto per dire – non so se questo sopravvivere sia il male minore.
Quando ci capita di fermarci, Ellac viene spesso a parlare con me.
Il suo latino è incerto ma comprensibile: qualche anno fa aveva fatto parte della guardia personale del generale Ezio, l’invitto Ezio, gloria di Roma e difensore della Vera Fede; ma quel tempo ormai pare distante secoli, ed io ora mi trovo qui, in catene, in mezzo a questi boschi in compagnia di una banda di barbari che mi tiene in vita solo per prendersi gioco di me.
Prego Dio affinchè questo tormento abbia fine; comunque vada, che sia fatta la sua volontà: io sono pronto.
Ecco, Ellac sta venendo ancora da me: sento il suo fetore prima ancora di udire i suoi passi pesanti.

– Come sta oggi il nostro monaco? Questa gita all’aria aperta starà sicuramente rinvigorendo il tuo corpo e la tua anima..
Poi ride, e la sua risata echeggia tra gli alberi come il lamento di una belva feroce.

– Voi romani costruite tane di pietra e fango e vi rinchiudete dentro come topi che temono la luce, vi nascondete dietro muri che vi fanno sentire sicuri: vedrai che avere un po’ di cielo sopra la testa e un po’ di vento al tuo fianco non potrà che farti che bene.
– Senza un focolare e senza un tetto: gli animali vivono così.

Ancora una volta Ellac scoppia a ridere.
– Mi piaci monaco… gli animali, dici… forse, ma gli animali feroci sono liberi, mentre voi siete schiavi.
Schiavi delle vostre regole, dei vostri padroni, del vostro Dio che vuole vedervi strisciare ai suoi piedi.
E sono schiavi anche quei pochi di voi che hanno ori e gioielli e dormono su soffici cuscini avvolti da lenzuola di seta, schiavi che vivono nella paura di perdere quello che hanno, e si illudono di comprare la sicurezza coi loro denari.

– Tu non sai niente, barbaro.
Tu sai solo uccidere e depredare, tu non sai niente della grandezza di Roma, non potresti mai capire il senso di quello che abbiamo edificato.

– Dici, monaco? In verità io vi conosco voi romani, ho vissuto in mezzo a voi.
E sono stato anche a Roma, la più grande cloaca del mondo conosciuto…
Ho visto senatori chiarissimi ed illustri imbellettati come matrone, preoccupati solo a tenere ferme le loro parrucche mentre gli schiavi che portavano le loro lettighe cercavano di evitare gli escrementi che ricoprivano le strade.
Ho visto la vostra nobiltà che si rammolliva nei vapori delle terme, ho visto miseri cenciosi che si calpestavano per avere il loro tozzo di pane distribuito da altere mani, e ho visto la feccia lanciare ortaggi marci ai Pretori perché le gare al circo non erano abbastanza gradite.
Io ho visto questo ed altro: di quale grandezza parli, tu, monaco?

– Tu hai descritto una città che cade a pezzi, ma Roma non è solo questo: Roma è la civiltà, Roma sono le leggi, le regole, il diritto.
Roma è l’ordine, lo specchio dell’Ordine celeste che trova forma su questa terra.

– Ordine, leggi, regole, diritto…
Tu mi stai parlando di catene, morbide gabbie che tengono schiavi i sudditi mentre i loro padroni li tengono buoni col pane e col circo.
Una civiltà intera fondata sulle catene, un popolo di belve ammaestrate, castrate e rese inoffensive, private dei loro slanci vitali.
E saremmo noi quelli che vivono come animali?
No, monaco, gli animali siete voi: cani che temono il bastone del padrone, che scodinzolano felici quando ricevono un osso.
Noi, siamo gli ultimi uomini rimasti.
E sai cosa, monaco? E’ questo quello che più temete di noi: noi siamo vivi.
In noi vedete la vita a cui avete rinunciato, la vita che avete barattato, e questo vi terrorizza…

– Non ci può essere vita senza regole, senza leggi..
Voi rubate, uccidete, stuprate…
Voi siete il male.

– Il male? E chi lo dice? Il tuo Dio forse?
Sai cosa è il male, per me, monaco?
Il male è tutto ciò che si intromette tra me e quello io voglio.
Così lo tolgo di mezzo, e poi mi prendo ciò che deve essere mio.
Anche io combatto il male, come vedi: in questo siamo simili…

Questa volta la sua risata mi fa venire i brividi.
Che razza di creatura è mai questa?
Che razza di uomo può essere questo, un uomo che ride di fronte alle sue vittime supplicanti, un uomo che uccide donne e bambini perché sono di intralcio al suo saccheggio, che ritiene suo tutto quello che la sua forza violenta gli concede di prendere?
Ed io non so più cosa rispondergli: anche se ci esprimiamo entrambi in latino, in realtà stiamo parlando due lingue totalmente diverse.
Le nostre anime parlano una lingua diversa.

Perché adesso so che anche Ellac ha un’anima, e questa scoperta mi tormenta: era più facile pensare che un’anima i barbari non ce l’avessero, che fossero solo demoni in carne ed ossa mandati da Nostro Signore per mondarci dai nostri peccati.
Invece sono uomini, e sono vivi.

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