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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
3 gennaio 2016

I taglialegna del re

In un tempo lontano, un re convocò quattro giovani abitanti della città per affidare loro un compito.
“Partirete domani e andrete alla collina del tramonto. Starete via tre anni, e sarà vostro dovere procurare legna per la città. Io verrò di persona una volta all’anno a controllare il vostro lavoro.”
Così ordinò il re, e prima di congedare i quattro giovani aggiunse: “Avrete il cibo che vi servirà e un letto in cui dormire, ma dovrete costruirvi da soli la vostra scure: per farlo troverete tutto quello che vi occorre nelle vostre baracche.”

I ragazzi si inchinarono con rispetto – il volere del re non poteva essere discusso – ma nel loro animo si celavano sentimenti diversi.
“Il re ci ha assegnato un compito molto importante, per noi sarà un grande onore procurare la legna che serve alla nostra gente” disse il primo giovane, felice dell’opportunità che gli era stata offerta.
“Avremo di che mangiare per i prossimi tre anni, e se il re sarà soddisfatto del nostro lavoro ci darà di sicuro anche una bella ricompensa”, aggiunse il secondo.
“Quando Brigitta saprà che sono diventato taglialegna del regno avrà finalmente rispetto di me, e accetterà la mia proposta di matrimonio.”, concluse il terzo.
Il quarto giovane, invece, non condivideva l’entusiasmo dei suoi amici: “Sarà anche così, ma nessuno di noi ha scelto veramente di passare i prossimi anni a faticare nel bosco. Il re ordina e noi dobbiamo obbedire, non abbiamo scelta. Quello che noi desideriamo non conta niente, per il re. E poi poteva almeno procurarci delle buone scuri, non capisco perché voglia che ce le costruiamo da soli…”
“Questi sono pensieri inutili” disse il primo giovane, “domani partiremo, andremo sulla collina e taglieremo la legna. E questo è tutto.”

Così partirono, e giunti nelle loro dimore i primi tre giovani si misero immediatamente a costruire le loro scuri.
Nel retro di ogni baracca vi era un vero e proprio laboratorio da fabbro, con tutti gli strumenti necessari per fondere e forgiare il ferro, come il re aveva assicurato, e tanti rami spessi, di diverse dimensioni, da cui ricavare un manico.
Il quarto giovane, Olaf era il suo nome, guardò il laboratorio, osservò gli attrezzi, e poi se ne andò a camminare per il bosco.
“Io non sono il burattino del re, non sono il suo servo, e tagliare alberi non è il mio mestiere.”

Passarono le settimane, e i primi tre giovani costruirono le loro scuri.
Dovettero fare diverse prove per trovare la forma giusta da dare al ferro, e per scegliere il legno adatto per il manico.
Ed anche così, capitava che le loro scuri si rompessero, e così dovevano rifarne di migliori, e di più resistenti.
Olaf osservava il loro lavoro, poi si perdeva nel bosco a studiare i funghi.
Se ne andò in questo modo il primo anno, e come aveva promesso giunse anche il re per la sua prima ispezione.
Vide con grande soddisfazione il lavoro dei primi tre giovani: due di loro avevano già messo da parte una considerevole quantità di legna, mentre il terzo aveva avuto problemi con le sue scuri, finché non ne aveva costruita una resistente e robusta con grande ritardo rispetto ai suoi amici.
Ma il re si complimentò anche con lui, raccomandandogli di continuare con il suo lavoro.
Quando il re giunse alla baracca di Olaf lo trovò seduto sull’uscio: col suo coltellino stava modellando un piccolo tronco dandogli la forma di un angelo.
“Non ti ho mandato quassù per scolpire angioletti, giovane. In un anno non hai tagliato nemmeno un albero, e non ti sei nemmeno costruito una scure.”
“Quello che dici è tutto vero, mio re.”
“Io sono un re magnanimo, e mi dimenticherò della tua insolenza. Ma quando tornerò qui da te l’anno prossimo dovrai avere una scure e dovrai aver tagliato almeno la metà dei tronchi dei tuoi amici.
Non aggiungerò un’altra parola a questo: non sfidare la bontà del tuo re.”

La notte che seguì Olaf non riuscì a dormire.
Ancora non vedeva motivo per fare un lavoro che non aveva scelto, e malediceva il destino che lo aveva portato in quella collina, un destino sul quale sentiva di non avere nessun potere.
In ogni caso, era in un vicolo cieco.
“Non ho altra scelta, devo fare come ordina il re.” concluse tra sé, infine, triste e sconfitto.
Il mattino di buon ora Olaf andò nel laboratorio da fabbro della sua baracca, ma guardandosi intorno si rese conto di non avere idea da dove iniziare.
Sapeva inoltre che i suoi amici avevano fatto diversi tentativi prima di riuscire a costruire una scure adatta al lavoro.
“Prima di mettermi a costruire la mia scure, dovrò informarmi su come fare. La mia scure deve essere robusta, altrimenti si spezzerà come le scuri che costruiscono i miei amici. Devo sapere qual è la forma migliore da dare al ferro, quale legno sia ideale per il manico, quanto deve essere il suo spessore.”
Raccolse quindi le sue cose e se ne tornò in città: là nella piazza della Cattedrale si affacciava la casa della sapienza, dove gli anziani conservavano i libri più preziosi raccolti nei secoli di storia della loro comunità.
Olaf trovò tutti i libri che gli servivano: cataloghi di tutti gli alberi conosciuti, con descrizioni particolareggiate della qualità del loro legno, manuali per i fabbri, saggi sulla qualità del ferro, tomi illustrati in cui erano riportate le forme delle scuri in uso in tutti i dodici regni.
Studiò quei libri per un anno intero, e quando sentì di aver imparato abbastanza, se ne tornò nella sua baracca sulla collina, proprio il giorno in cui il re aveva stabilito la sua visita.
Il sovrano ancora una volta rimase soddisfatto nel vedere il lavoro fatto dai primi tre giovani, e giunto alla baracca di Olaf lo trovò che scaricava sul suo tavolo una sacca piena di appunti e disegni.
“So che hai passato tutto l’anno nella casa del sapere, ma io ti avevo mandato qui per tagliare la legna, e legna tagliata non ne vedo. Tu stai sfidando la pazienza del tuo re, ma voglio darti un’ultima possibilità. Tornerò l’anno prossimo, non aggiungo altro.”

Olaf si mise immediatamente al lavoro.
“Ora so tutto quello che c’è da sapere sulle scuri, ma prima di mettermi a costruirne una devo progettarla con attenzione, altrimenti non sarà abbastanza robusta, e rischierà di rompersi come le prime scuri costruite dai miei amici.”
Fece così diversi disegni, il suo tavolo era colmo di fogli e di appunti: faceva calcoli, immaginava soluzioni innovative, ma non era mai contento del risultato, ed ogni volta ricominciava i suoi progetti da capo.
Passarono mesi, ed Olaf si rese conto che non gli rimaneva molto tempo.
Prese quindi il suo ultimo progetto ed iniziò a costruire la sua scure.
Non fu per nulla facile: non era abituato a forgiare il ferro, ed anche se aveva letto decine di libri sul modo di procedere, tradurre in atto quelle conoscenze si rivelò più difficile del previsto.
Passarono altri mesi, mesi pieni di frustrazione e di preoccupazione, perché il suo tempo stava scadendo.
Mancava ora solo un giorno al ritorno del re, e Olaf in qualche modo riuscì finalmente a completare la sua scure.
Era una scure magnifica, una delle più belle che si fossero mai viste.
La soppesò e vide che era robusta e pesante: nessuno dei suoi amici aveva una scure così resistente.
Olaf la prese e se ne andò nel bosco, pronto a tagliare il suo primo albero.
Diede un primo colpo potente, poi un altro, e un altro ancora.
Ben presto si stancò, tanto che le forze gli mancarono del tutto.
La sua scure era robusta e solida e pesante: troppo pesante.
Aveva svolto tutti i suoi calcoli con estrema precisione, aveva forgiato un ferro lucido e potente, ma non aveva considerato una cosa: se stesso.
Non aveva riflettuto sul fatto che una scure tanto maestosa avrebbe necessitato di un fisico e di muscoli altrettanto imponenti per essere maneggiata, muscoli imponenti che lui non aveva.

Il mattino seguente, di buon ora, si presentò il re.
Andò subito da Olaf, e lo trovò seduto sull’uscio della sua baracca, che stringeva la sua scure.
“Non ho legna, sire, e ho una splendida scure robusta e resistente, ma troppo pesante per essere usata.”
Il re non disse niente, girò il suo destriero e si avviò verso le altre baracche.

conclusione: I taglialegna del re – parte II

1 gennaio 2016

Cinque schegge

Si fermò e guardò il cielo, seguendo con lo sguardo il volo incerto di una rondine che pareva aver smarrito il suo stormo.
“Vedi – mi disse – quello che alla fine ci fotte e’ il confronto, il nostro continuo misurarci con gli altri.
Come se questa vita fosse una gara, come se il nostro valore, il nostro essere, dipendesse da quello che fanno, o hanno, gli altri.
Ed ecco il vicino di casa con la sua famiglia perfetta, con la sua bella auto e la villetta col giardino sempre curato; ecco il vecchio compagno di classe che gira il mondo per lavoro, ecco quell’altro che esce solo con ragazze da competizione.
Ed ecco il sant’uomo, ecco l’integerrimo capofamiglia; e poi quello dal cuore d’oro, l’amico di tutti, quello saldo come una quercia; ognuno, a modo suo, con il suo posto nel mondo.
Uno dopo l’altro, ti guardi in giro e vedi quelli che ce l’hanno fatta, quelli che non sono soli, quelli che hanno messo radici, o che se non l’hanno fatto è solo perché così hanno voluto; vedi persone con un futuro, quando tu non hai nemmeno un passato.
Ti confronti con loro, e al loro fianco sei una nullità, uno che nella vita non ha ottenuto niente.”
Non c’era rabbia nella sua voce, parlava come se stesse raccontando la storia di un altro.
Come se stesse descrivendo il volo di quella rondine.
“E passiamo poi la vita a guardarci dentro, ma siamo sicuri che siano i nostri, di occhi, quelli che guardano?
No, noi ci guardiamo con gli occhi degli altri.
Ci osserviamo allo specchio e vediamo quello che vedono le nostre madri; ci guardiamo con gli occhi del nostro vecchio professore del liceo, quello che credeva in noi; pensiamo a quello che vedeva in noi quella ragazza con cui tanti anni fa non ci abbiamo nemmeno provato.
Ci osserviamo con gli occhi degli altri, e ci cuciamo addosso la loro condanna, il loro disprezzo, la loro delusione.”
Fece una lunga pausa.
Io non capivo perché mi stesse dicendo tutte quelle cose.
Poi sorrise, di un sorriso buono: “La nostra fortuna è che possiamo sempre scegliere con quali occhi guardarci. Gli occhi che stanno dentro di noi.”
La rondine nel frattempo si era rifugiata sulla cima di un grande albero, e sembrava ora indecisa sul da farsi.
Il vecchio la osservava, e sorrideva ancora.
Riprendemmo la nostra camminata, e per un po’ l’unico suono ad accompagnarci era quello delle foglie secche sotto i nostri passi.
La rondine passò spedita sopra le nostre teste.

 

_______________

Ascolta.
Tendi l’orecchio.
Sono loro, stanno arrivando.
Sono cento, sono mille
sono legione.
Sono gli uomini saggi, e stanno arrivando.
Ecco, sono qui, sono ovunque.
Ascolta.
Hanno tutte le risposte.
Conoscono le leggi del mondo
e te ne fanno dono.
Conoscono il senso della vita
il senso della tua vita.
“Sii felice”
“Sappi volere”
“Segui la tua strada”
“La felicità è dentro di te”
Quante cose sanno, gli uomini saggi.
Quante cose che non so io.
Ed io mi distraggo, al loro passaggio
un attimo, un attimo solo.
Ed ecco, se ne sono andati.
Di cosa mi parlavano?
Mi ricordo solo che sapevano tante cose
gli uomini saggi.

________________

Una tela bianca davanti a me
cento colori in mano
e una splendida idea in testa
che aspetta solo di prendere vita.
Tocco dopo tocco
il dipinto prende forma:
è come lo immaginavo
all’inizio.
Poi un errore qui
un altro più sotto,
un altro ancora
e ancora
Tento di correggere
ma peggioro le cose.
E continuo
continuo a dipingere
e dell’idea che avevo in mente
resta solo un’ombra
Mi fermo a guardare
un pastrocchio
senza capo nè coda.
Mi ci vorrebbe un’altra tela
ma un’altra tela non ce l’ho.
Perchè io sono il pittore
ed io sono la tela.
Miei sono i colori
che non ho saputo usare
e mia era l’idea
che non ha preso vita.
Ed ora guardo la tela
che non si può cambiare
non si può sistemare
non si può buttare
ed è tutto quello che ho.

________________

La luna e le stelle e l’erba bagnata di rugiada
la pioggia d’autunno e l’amore che smuove gli oceani
se li sono presi i poeti e i menestrelli
e li hanno chiusi dentro i libri e le strofe.
E al mondo di fuori rimasero il cemento e la nebbia
il freddo e le macchine e gli occhi incispati del mattino
un caffè forse e qualche sigaretta
le coppie che spingono il carrello e il tonno in offerta.
Gli occhi che brillano della luce riflessa della televisione
i cuochi in gara e quattro pentole al prezzo di due.
Mentre i poeti hanno rubato la luna
hanno rubato le stelle
hanno rubato l’amore:
l’hanno adornato con un nastro d’argento
e l’hanno stretto nella carta.
E rimetti le padelle al loro posto,
e porti fuori la spazzatura
e dividi l’umido dal secco
Se cerchi la luna
se cerchi le stelle
le trovi nei libri
incatenate là dai poeti
con l’amore e la pioggia e la rugiada.
Al mondo di fuori
rimase il cemento.

…così sono andato a cercare quello che hanno rubato i poeti.
“Devi salire in alto”, mi avevano detto
“Lassù, oltre le stelle e i tramonti”
Ma io sono sceso
mille gradini e uno in più
e sbarre di ferro arrugginite dal tempo.
Sono sceso ancora, e là li ho trovati.
Banchettavano e cantavano, di amori e lune e rose
Ed era tutto il mondo, tutto il loro mondo
quello che davvero era importante, di quello cantavano.
E tutto il resto l’avevano lasciato fuori, l’avevano lasciato a noi.
“Rivoglio la luna, ridatemi le stelle”, dissi loro
“Quello che voi avete rubato al mondo di fuori”
“Noi non abbiamo rubato nulla”, mi disse uno di loro
“Noi solo teniamo le stelle al sicuro
sei tu che non eri mai sceso”

____________________

 

Immagina la vita come una partita di calcio.
Ti mandano in campo, senza riscaldamento, e la partita ha inizio.
Ti guardi un po’ intorno, cercando di capire cosa succede, e di qua e di là ti arrivano dei suggerimenti.
Ti rendi conto che ognuno ha una sua particolare idea sul come affrontare la partita.
Dice il primo: – Ormai sei qui, corri e cerca di fare del tuo meglio.
E poi un altro: – L’importante è vincere, nient’altro conta.
E un altro ancora: – Amico, è solo un gioco, vedi di divertirti.
E ancora: – Questa cosa non ha senso, siamo solo dei deficienti che corrono dietro ad un pallone.
E c’è anche quello scazzato: – Io me ne sto tranquillo qui in disparte, e se il pallone arriva dalle mie parti non faccio nemmeno lo sforzo di andargli incontro.
E quello saggio: – Che tu sia bravo o meno, è l’impegno che ci metti che conta.
E quello più saggio ancora: -Questa partita è una illusione, la vera partita si svolge altrove.
Chiaro.
Allora cerchi con lo sguardo l’allenatore, che ti illumini un po’ le idee.
Ma l’allenatore non c’è, o meglio c’è ma non si vede.
Ha lasciato una scritta sulla panchina, che dice solo: “Sei libero di giocare come vuoi, dipende da te”.
Ci sono però i suoi assistenti; alcuni sono rabbiosi, altri più pacati.
Tutti però concordano su una cosa: se giochi male sono mazzate, per te, dopo.
Ma il preparatore atletico ti rassicura: non devi giocare bene per paura delle mazzate che prenderai dopo; il premio per una buona partita è la partita stessa.
Sempre più chiaro.
Stai lì ancora confuso sul da farsi, che ecco, ti arriva una pallonata in piena faccia che ti scaraventa ben oltre la linea di fondo.
E dopo tanto pensare, questa è la prima lezione che hai imparato.

24 dicembre 2015

Rieducati alla comprensione della vita, la visione di Casaleggio

“Non si possono possedere complessivamente mobili e immobili per un valore superiore a cinque milioni di euro. Ogni euro in più deve andare a favore della comunità. Chi si sottrae è rieducato alla comprensione della vita in appositi centri yoga…
Sono istituiti i ministeri della Pace, della Vita e della Giovinezza…
Ogni anno si tiene la Giornata della Solidarietà, considerata la massima espressione dello Stato. Il cittadino deve dedicare dalla maggiore età di 16 anni, due ore al giorno alla comunità. Lobby e società segrete sono proibite per legge e i loro membri considerati rei di alto tradimento contro lo Stato.”
Gianroberto Casaleggio, movimento cinque stelle.

 

Mi piace leggere romanzi che narranno di società distopiche, ma sinceramente le distopie non mi piace sperimentarle (anche se in qualche modo in una distopia ci stiamo già vivendo)
Quanto sopra esposto non è tratto da un romanzo distopico di seconda categoria, ma sono parole scritte dall’ispiratore del partito più popolare nel nostro paese.
Parole lette e commentate con favore nel blog più letto in Italia.
Se non fosse per questo si tratterebbe solo delle farneticazioni di un folle con manie di dominio assoluto, convinto di poter decidere il modo di vivere di milioni di suoi simili, e punirli se questi non sottostanno alla sua visione.
Ed anche se è alquanto improbabile che una visione simile si possa manifestare, rimane degno di nota il fatto che comunque un simile personaggio abbia potuto crearsi un seguito così vasto.
Tutto grazie alla rete, non a caso elevata a sorta di divinità dal personaggio in questione.
Questa rete che, come ormai è chiaro, di sicuro non salverà il mondo.
D’altra parte, la visione di quest’uomo non è mai stata un mistero, come già si era osservato in tempi non sospetti.

Più reale del reale – Prometeus

20 dicembre 2015

An empire off a scream


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18 dicembre 2015

Empatia e isole


Un giorno, non importa quando e non importa dove, un Maestro vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua.
Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per l’effetto del dolore, il Maestro lasciò l’animale che di nuovo cadde nell’acqua in procinto di annegare.
Il Maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l’animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse:
” Mi scusi Maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua vi punge?“
Il Maestro rispose:
” La natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è quella di aiutare.”

Ognuno in fondo pensa innanzitutto a se stesso, e non potrebbe essere altrimenti.
Come il leone che insegue il cucciolo della gazzella e come il fiume che tenta di trovare la sua strada verso il mare, non ci può essere alcuna connotazione morale in una semplice e cruda legge del creato.
Così come non ci potrà mai essere un atteggiamento altruistico, dal momento che ogni azione, ogni pensiero, anche quelli che dall’esterno vengono visti e definiti quali nobili e disinteressati, sono sempre dettati dalla volontà del singolo di compiere un atto che rechi gratificazione nel profondo della propria anima.
C’è chi questa gratificazione la conquista sentendosi utile agli altri, e c’è chi segue la sua volontà ovunque lo porti, anche a costo di calpestare e nuocere il suo prossimo.
Altruismo ed egoismo, si direbbe.
Sbagliando.
In verità ciò di cui si tratta sono due forme di egoismo, nemmeno tanto diverse da loro: due forme di egoismo che all’esterno portano a conseguenze differenti.
Ecco allora che sarebbe maggiormente corretto parlare di egoismo positivo ed egoismo negativo.
Ancora una volta, i termini positivo e negativo non hanno qui connotazioni morali: ciò che distingue i due casi è il fatto che il primo atteggiamento porta beneficio a più persone mentre nella seconda circostanza vi è un beneficiario ed una vittima.
Vi sono coloro che vedendo un mendicante non possono fare a meno di donargli quanto più possono, altrimenti sentirebbero un peso profondo nel loro animo, e vi sono altri che non esitano a uccidere per rubare a qualcun altro qualcosa che vorrebbero possedere.

Nel corso dei secoli le migliori menti dell’umanità si sono sforzate di comprendere l’origine del male, e molti hanno tentato di capire cosa possa rendere un uomo retto e giusto ed un altro malvagio, perchè la storia degli uomini non possa fare a meno di guerre e distruzioni e devastazioni.
Ma la domanda era malposta: non si trattava di scoprire cosa renda un uomo crudele ed un altro benevolo, ma di riflettere sul perchè l’egoismo di alcuni li spinge verso il bene dei loro simili, mentre l’egoismo di altri porti loro a considerare chi li circonda come strumenti, possibili alleati o intralci al raggiungimenti del proprio scopo.
Perchè essere egoisti significa seguire la propria natura, essere fedeli a se stessi: non c’è altro modo di essere.
Cosa, allora, differenzia le varie nature?
La risposta sta in una parola sola: empatia.

L’empatia è il collante della società umana, elemento imprescindibile di ogni relazione profonda.
Letteralmente indica il sentire nel profondo le emozioni e le sensazioni di chi sta vicino: en- pathos.
E’ una qualità intrinseca negli esseri umani, ma è distribuita tra di essi in misura assai varia: essere empatici significa comprendere cosa un nostro simile sta provando, ed in qualche misura provare quella sensazione a nostra volta.
Quando si parla di empatia, occorre però fare una prima grande distinzione: c’è l’empatia cognitiva e l’empatia affettiva – emozionale, e sperimentare l’una o l’altra comporta delle diverse reazioni.
Per empatia cognitiva si intende il comprendere l’origine e le ripercussioni dei sentimenti e delle sensazioni che un’altra persona sta sperimentando.
Ci si può rendere conto che la persona di fronte a noi è turbata, triste, impaurita, raggiante, possiamo anche sapere i motivi per cui questo accade, ma queste sensazioni non nostre non ci toccano.

L’empatia affettiva, invece, è l’empatia propriamente detta, e comporta un nostro profondo coinvolgimento con i sentimenti di colui con cui veniamo a contatto.
La tristezza dell’altro diventa la nostra tristezza, la sua preoccupazione è condivisa, così come la sua gioia, la sua speranza.
Ecco quindi che un gesto che all’esterno viene visto come altruista è in verità un gesto empatico: una persona reca bene al suo prossimo perché a sua volta beneficia del suo benessere.
La felicità di colui che si aiuta diviene la nostra felicità, perché empaticamente la gioia del nostro prossimo diventa la nostra.
Nell’empatia sta la radice stessa del sopravvivere della società umana; ci sono molti motivi per cui gli esseri umani non si squarciano a vicenda per ottenere i beni che appartengono ad un altro: vi è la debolezza, la codardia, la paura delle conseguenze, ma vi è anche e soprattutto l’empatia, la capacità di sentire il dolore e la sofferenza di chi ci sta davanti e il provarla a nostra volta.

L’empatia è anche una forza che cresce in maniera esponenziale con la vicinanza: non è un sentire teorico, ma fisico, necessita dei sensi, del contatto per manifestarsi pienamente.
Il sapere che in qualche parte nel mondo una madre sta piangendo la morte del proprio figlio ci tocca, ma in maniera minima; il trovarci nella stessa stanza con quella madre e il sentire i suoi lamenti ci devasta, se siamo tra coloro che l’empatia la percepiscono.
Questo è anche il motivo per il quale i maestri della guerra negli anni si sono fatti sempre più raffinati: gli psicopatici stregoni della guerra che mandano al macello i propri simili sanno che per l’uomo comune recare morte e sofferenza è un atto traumatico.
Da qui la scienza della propaganda che indottrina le menti con il chiaro scopo di limitare l’empatia, fino ad arrivare all’uso di droghe che alterano la coscienza e al perfezionamento di metodi di massacri a distanza, per mezzo di bombe o di droni, che limitano al massimo la vicinanza umana e la presa di consapevolezza del dolore che si sta causando.

Il termine psicopatico qui non è usato a sproposito: una delle principali caratteristiche delle personalità psicopatiche è infatti l’incapacità di provare l’empatia.
Con una tale qualità intrinseca nessun gesto apparentemente “malvagio” è precluso.
Vi sono solo azioni utili ed azioni non utili al raggiungimento dei propri scopi, e i sentimenti, il dolore, la devastazione degli altri esseri umani sono elementi che non interessano minimamente nel profondo, che non provocano alcuna reazione.

In tutto questo, non resta altro da fare che essere fedeli a se stessi, e non dare mai per scontato il fatto che nonostante tutto la meraviglia del mondo stia ancora in piedi.
Ama il tuo prossimo come te stesso.
Sapere che la nostra felicità dipende anche dalla felicità di chi ci circonda è la conferma dei legami invisibili che uniscono tutto l’universo, e che noi, con la nostra volontà, i nostri desideri, le nostre aspirazioni, siamo comunque parte di un qualcosa di enormemente più grande: non siamo isole.

Allora il Maestro, dopo aver riflettuto e con l’aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dall’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:
” Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive in te.
Gli uni perseguono la felicità, gli altri la creano.
Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione.
Perché la tua coscienza è quello che sei,  la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te…
Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere….”

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