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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
10 Marzo 2010

Il paradosso del potere


Coloro che sostengono la necessità dell’esistenza di un potere centrale sono soliti giustificare la loro convinzione partendo dal presupposto hobbesiano dell’homo homini lupus.
L’essere umano, in altre parole, sarebbe di natura principalmente egoista e violenta, e lasciato solo a se stesso sarebbe naturalmente portato a nuocere ai propri simili, prevaricandoli quando possibile, sopraffacendoli ogni qual volta dovesse averne occasione.
In questa visione, un mondo senza un potere centrale forte, capace di garantire l’ordine e il rispetto delle leggi, sarebbe un mondo violento in preda al caos, poiché l’unico motivo che spingerebbe gli uomini a comportarsi civilmente consisterebbe nella paura della punizione.
Ma se la premessa di tale ragionamento fosse esatta, e gli uomini fossero davvero degli esseri egoisti prevaricatori e crudeli, allora l’affidare ad un gruppo di loro il potere di disporre delle vite dei loro simili sarebbe un’ azione sconsiderata.
I governanti, infatti, essendo egoisti e violenti, in quanto uomini, approfitterebbero del loro status per operare in modo malvagio senza il timore di essere puniti.

E’ quindi facilmente dimostrato che invocare un potere centrale forte come contromisura per placare la presunta ferocia dell’essere umano è atto estremamente incoerente, azione che porta inevitabilmente al verificarsi dello scenario che si voleva evitare, incrementandone oltretutto esponenzialmente gli effetti nefasti.
Se invece si volesse sostenere che i governanti siano esenti dagli istinti egoisti della maggioranza , tale asserzione risulterebbe talmente inconsistente da non meritare nemmeno di essere confutata: non a caso, in ogni epoca storica i peggiori criminali e sociopatici si sono sempre manifestati tra i detentori del potere.

Ma l’intero discorso è fallace in partenza: l’idea stessa di una umanità composta da bestie incontrollabili schiave dei propri istinti omicidi altro non è che propaganda millenaria da sempre usata dai detentori del potere, avente come scopo il giustificare la loro presenza e i loro privilegi all’interno delle comunità.
La maggioranza degli esseri umani, infatti, è composta da individui desiderosi solamente di condurre esistenze tranquille, preferibilmente prive di preoccupazioni materiali, il più possibile pacificamente all’interno del loro contesto sociale.
Non si tratta di una utopica e fantasiosa bontà innata dell’uomo, ma più semplicemente di un naturale istinto di cooperazione, dal momento che gli esseri umani traggono maggiore vantaggio nel collaborare coi propri simili che nell’attaccarli violentemente.

Inoltre, per quanto siano innegabilmente numerosi i difetti e le meschinità di vario grado che caratterizzano ogni singolo essere umano, esiste un sentimento di empatia naturale comune alla maggioranza delle persone, e si tratta propriamente del sentimento di identificazione, quel com-patire che porta il singolo ad immedesimarsi con le sofferenze del suo simile.
Si tratta di un sentimento che può essere più o meno forte, più o meno presente, e che in alcuni contesti si sviluppa maggiormente che in altri.
E per quanto possa essere affievolito, per quanto i sentimenti peggiori possano prevalere nell’animo umano, solo una piccola minoranza di individui arriva al punto di prevaricare fisicamente i propri simili.
Ed è proprio questa minoranza a rappresentare il vero problema di ogni comunità, grande o piccola che sia.

In un contesto ideale la maggioranza pacifica potrebbe essere in grado di isolare questa minoranza, ma questa possibilità viene a meno nel momento in cui la minoranza violenta, composta essenzialmente da psicopatici, riesce ad organizzarsi in modo di poter imporre il suo volere sui molti.
E questo è esattamente lo scopo di ogni potere centrale.
Il potere centrale forte, in altre parole, è il modo in cui la minoranza di violenti e psicopatici riesce a governare ed a tenere a bada la maggioranza degli individui pacifici.
In un secondo momento, coloro che detengono tale potere per giustificare la loro posizione dominante sosterranno la tesi secondo la quale gli uomini hanno necessità di essere governati per evitare che si rechino danno tra loro.

In altre parole, se davvero la maggioranza degli esseri umani fosse composta da egoisti e prepotenti, allora la creazione di un potere centrale equivarrebbe a fare in modo che alcuni tra questi violenti abbiano la possibilità di esercitare la loro malvagità senza alcun limite, dal momento che viene loro garantito il monopolio sulla violenza stessa.
Se invece gli individui crudeli ed asociali componessero una piccola minoranza, la presenza di un potere centrale autorizzato a disporre della vita della comunità rappresenterebbe la perfetta occasione per quei pochi psicopatici di imporre il loro dominio sulla maggioranza.
In ogni caso, l’esistenza di un tale potere, che usufruisce del monopolio sulla violenza, non può che avere come conseguenza l’ascesa ai vertici di comando degli elementi peggiori di una società.

si veda anche: Psicopatici e potere

8 Marzo 2010

Statalismo masochismo




Scrive Michele Serra su Repubblica:

 

Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all´estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono.
Io – insieme a qualche altro milione di italiani – sono l´incarnazione di un´anomalia. Rappresento l´inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato

 


Una risposta arriva dal blog Abr’s No Comment:

 

A gentile richiesta eccolo qui il “decreto interpretativo” ad usum cojones centralisti:

– le tasse le paghi perchè da buon statalista credi nella “redistribuzione” e nel “ruolo sociale” dello Stato: hai sempre VOLUTO pagarle, affinchè altri ne pagassero di più.

– Interessante scampolo di mentalità centralista: ritenere che si passi col verde e ci si fermi col rosso per “seguire le rregole” cioè evitare le sanzioni stataliste, non perchè banalmente e positivamente CONVIENE A TUTTI.

– Again, interessante scampolo di mentalità centralista: l’uomo è cattivo, può essere ridotto alla ragione – pagare per il lavoro e i beni altrui – solo dalla Forza dello Stato. A noi invece un tal Smith ci ha banalmente spiegato che onorare contratti privati CONVIENE. Cioè crediamo che esser razionali equivale ad esser “buoni”, senza bisogno di eccessi repressivi Hobbesiani.

– Sul corista del Vaticano: ah sarebbe reato procurare-procurarsi la fi.. o il cu…, e al limite pagare per? Falsi moralisti da strapazzo.

– Sui legittimi impedimenti: ad alcuni livorosi nostalgici delle gogne medievali eccita, io invece non sopporto veder chiunque ridotto a Kafka convocato a giustificarsi davanti al Sinedrio. Potrei essere io.

– Perchè il garage: i vicini di casa che parcheggiano in divieto approfittano delle inevitabili inefficienze dello Stato Regolatore che costui sostiene a spada tratta. Contraddittorio.

– Fatture, ricevute: se si volesse per davvero che funzioni, dovrebbe servire all’individuo per scaricarsi le spese dalle tasse, unendo fruizione e controllo. Invece i Centralisti statalisti privilegiano la burocrazia repressiva da mantenere al corretto funzionamento.

– No condoni: nemmeno io ho mai condonato, ma credo che uno dovrebbe esser libero di far quel che crede con le sue proprietà.  Ovviamente non la vede così chi pensa che la proprietà (soprattutto quelle degli altri) sia in realtà dello Stato, affidata agli individui ad interim.

– Esportazione capitali: perchè le loro idee del cazzo e le loro deiezioni dovrebbero essere esportabili e i capitali no? Perchè c’è chi ritiene che essi non siano PRIVATI ma dello Stato e lì debbano rimanere, a disposizione.

– “Io non ho niente da nascondere, intercettatemi pure”: è l’affermazione dei laidi, di quelli che amerebbero mettere in piazza e alla gogna i fatti altrui.

Tu Serra – insieme ad altri milioni di italiani –  sei l’incarnazione dell’abominio centralista repressivo. Rappresenti il conformismo, l’ovvio. Avresti bisogno di un decreto interpretativo ad personam che ti chiarisse perchè sei così imbecille da credere ancora NELLO STATO.


4 Marzo 2010

La bancarotta degli stati sovrani

 

Qualche tempo fa:


CRISI MUTUI: BERNANKE, FED NON VEDE RISCHIO RECESSIONE

L’economia Usa rallentera’ il passo ma la Fed non vede il rischio di recessione ne’ di ritornare alla ‘stagflazione’ degli anni ’70.
Lo ha detto il numero uno della banca centrale Usa, Ben Bernanke, nel corso di un’audizione al Congresso, sottolineando che l’economia americana riprendera’ a crescere a un tasso “piu’ ragionevole” dalla prossima primavera.

 

Era il Novembre del 2007, la grande crisi doveva ancora manifestarsi in tutta la sua entità, ma già gli esperti e le fonti autorevoli facevano a gara per rassicurare i mercati.
“Nessuna crisi all’orizzonte, qualche piccola flessione che si risolverà entro il 2008”.
Poi la crisi arrivò davvero, cogliendo di sorpresa le grandi firme dell’Economist e del Financial Times, del Sole 24 ore e del Corriere della Sera: “Non potevamo prevedere”, dissero gli  autorevoli economisti.
Eppure, sarebbe bastato dare un’occhiata a qualche sito di controinformazione, uno dei tanti che da qualche anno addietro annunciavano e descrivevano per filo e per segno quello che stava per succedere; non occorreva essere né maghi né indovini, d’altra parte, nello stesso modo in cui non occorre essere dei veggenti per affermare che un masso che rotola dalla montagna prima o poi arriverà a valle.

Così la crisi giunse davvero, e, tra panico e rassicurazioni, per qualche tempo un’incertezza diffusa si sparse per il globo.
Era il 2008, e mentre le solite fonti autorevoli si impegnavano a infondere ottimismo sulla ripresa, sul versante opposto si scatenavano coloro che preannunciavano gli scenari più catastrofici.

Questi ultimi sostennero che la crisi fosse sistemica, che la caduta fosse irreversibile, che grandi sconvolgimenti avrebbero avuto presto luogo.
In questo campo, si distinse ben presto l’analisi del gruppo di studio LEAP/E2020, composto da un team di esperti nel ramo economico che a differenza dei loro colleghi “colti di sorpresa” avevano saputo prevedere le tappe della crisi finanziaria con grande anticipo, ed in modo alquanto dettagliato.
Le accurate previsioni, in un campo in cui in pochissimi avevano saputo interpretare i segnali economici globali, aumentarono la fama e il prestigio dei ricercatori del LEAP/E2020 e i bollettini periodici emessi dal gruppo vennero letti con sempre maggiore attenzione.

Le previsioni del LEAP, così come quelle di molti analisti indipendenti, non furono quindi per nulla ottimiste: per il 2009 venne pronosticata un’aggravarsi della crisi, e vennero ritenuti altamente probabili fallimenti di interi stati, rivolte sociali, disordini, e non ultime possibili guerre di vasta scala.
Ma tutto questo non avvenne nel 2009.
Sembrava quindi, e sembra ancora, che le cosiddette “cassandre” avessero avuto torto, e che tutto sommato, in un qualche modo, anche da questa crisi prima o poi se ne uscirà fuori, senza bisogno di sconvolgimenti epocali.

Ma cos’era successo, nel frattempo?
Occorre qui fare delle importanti precisazioni.
Tutti coloro che avevano previsto una crisi sistemica, con gravi ed irreversibili conseguenze, non avevano fatto altro che analizzare i dati economici a loro disposizione e trarne le conseguenze.
In sintesi, si trattava semplicemente di osservare come i debiti pubblici dei paesi industrializzati dell’occidente fossero ormai fuori controllo, e come fosse impossibile rimettere in sesto le loro economie, considerato il livello raggiunto dai deficit e dal contemporaneo verificarsi di una serie di ulteriori fattori, quali il crollo dei consumi, la difficoltà delle banche, il fallimento di importanti agenzie assicurative, lo scoppio della bolla immobiliare.
In altre parole, coloro che vennero chiamati “catastrofisti” non fecero altro che trarre le logiche conclusioni stante l’evolversi della situazione in atto.

Quello che invece i catastrofisti non riuscirono a prevedere, e che cambiò completamente le carte in tavola, fu la reazione del governo statunitense e l’operato della Fed: l’inaudito intervento di soccorso alle grandi banche tecnicamente fallite ed al sistema finanziario nel suo complesso fu una mossa che pochi avrebbero immaginato, considerata l’entità dell’intervento stesso.

 

(confronto tra la spesa del governo statunitense nei 12 mesi centrali della crisi con le spese sostenute nei precedenti 206 anni)

Il governo degli Stati Uniti, dove la crisi stava per dare il colpo finale al complesso sistema finanziario internazionale, ha saputo con un atto disperato e potenzialmente suicida allontanare il momento del crollo finale, rendendo però il futuro istante della resa dei conti ancora più tragico.

Non vi è infatti logica alcuna nel pensare di risolvere una profonda crisi causata dall’esplosione del debito per mezzo della contrazione di ulteriore debito.
Eppure, è proprio quello che è stato fatto.
In questo modo, nonostante nel 2009 l’economia reale abbia incrementato il suo livello di sofferenza, si sono evitati gli scenari più catastrofici; ma il problema iniziale non è stato risolto, semmai accentuato.

Nell’osservare quindi gli sviluppi della crisi economica attuale, e i bilanci degli stati, la domanda che sorge è la seguente: gli stati sovrani possono fallire? E se falliscono, quali sono le conseguenze per le persone comuni?
La prima domanda andrebbe in verità posta in maniera differente.
Sappiamo già infatti che gli stati sovrani possono dichiarare bancarotta: è successo all’Argentina nel 2001, ad esempio.
Ma per quanto si tratti di una economia importante a livello mondiale, quella argentina non è minimanete paragonabile a quella statunitense.
Così, la vera domanda diventa: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, i paesi dell’area dell’Euro, possono dichiarare bancarotta?
Quali fattori devono verificarsi affinché questo succeda?

Già adesso, ad esempio, il debito pubblico degli Stati Uniti è totalmente fuori controllo, impossibile da ripagare, il che fa di quella americana una nazione a tutti gli effetti insolvente.
Pare però che l’abnorme dimensione di un debito pubblico non sia condizione sufficiente per determinare il default di una nazione.
Molti economisti, inoltre, sembrano ridimensionare tale questione.
Ecco ad esempio come si esprimeva il premio nobel per l’economia Paul Krugman, in un articolo pubblicato sul suo blog in cui metteva a confronto il debito pubblico in rapporto col PIL degli Stati Uniti con quelli del Belgio, del Giappone e dell’Italia, sottolineando come queste nazioni fossero “messe peggio” degli States:

 

La gente si chiede: “Perchè dovremmo paragonarci con Belgio e Italia? Quei due Paesi sono un casino”. Uhm, ragazzi, questo è il punto. Il Belgio è politicamente debole, perchè diviso linguisticamente. L’Italia è politicamente debole, perchè è l’Italia. E se questi Paesi possono gestire il loro debito che è oltre il 100% del Pil, anche noi possiamo.


In altre parole, per Krugman la spropositata dimensione del debito pubblico non doveva preoccupare.
Secondo la sua accurata analisi da premio nobel dell’economia, infatti, dal momento che altri sopravvivevano con tali sbilanci, anche gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo.

Eppure, lo stesso Krugman, nel lontano 2004, mostrava una minore voglia di scherzare:

 

L’Argentina, un tempo prototipo del nuovo ordine mondiale, è istantaneamente diventata sinonimo di catastrofe economica.
Che cosa possiamo dedurne? Quanti di noi hanno postulato che la sconsideratezza della recente politica americana possa provocare un disastro analogo sono stati liquidati come individui assillanti, in qualche caso addirittura isterici.[…]
Proiezioni più realistiche, infatti, evidenziano nel prossimo decennio un aumento colossale del debito, che si aggraverà ulteriormente quando i cosiddetti baby boomers (i figli del “boom”) andranno progressivamente in pensione in massa.
Ma per gli apologeti dell’Amministrazione, che a dispetto dell’evidenza continuano a sostenere di avere un “piano” per dimezzare il deficit, queste sono sempre soltanto chiacchiere, se non una sorta d’anatema.
Qualcosa di nuovo, però, c’è, ed è quello che Rubin ed i suoi colleghi hanno scritto in merito alle possibili conseguenze. Invece di focalizzare la loro attenzione sul danno che il deficit infliggerà gradualmente, essi hanno messo in rilievo una potenziale catastrofe.
Così ammoniscono: «I considerevoli deficit esistenti possono influenzare gravemente e negativamente le aspettative e la fiducia, e ciò a sua volta potrà innescare una sorta di circolo vizioso negativo nello strisciante deficit fiscale, nei mercati finanziari e nell’economia reale… I costi potenziali e le possibili ricadute di un simile sconvolgimento fiscale e finanziario potrebbero con ogni probabilità costituire la motivazione più forte per cercare di evitare simili considerevoli deficit di budget.”
Detto in altri termini: piangi pure per noi, Argentina. Stiamo per fare la tua stessa fine.
[…]Ciò che Rubin afferma adesso, e che Mankiw affermava quando era un indipendente, è che la tradizionale immunità di paesi sviluppati come l’America alle crisi finanziarie da Terzo Mondo, non è un diritto inalienabile.
I mercati finanziari ci concedono il beneficio del dubbio soltanto perché hanno fiducia nella nostra maturità politica nella volontà da parte dei nostri leader di fare tutto ciò che è necessario per tenere a freno i deficit, pagando di persona, se occorre, il costo politico che ciò comporta. In passato questa fiducia è stata ben riposta.
Persino Ronald Reagan alzò le tasse, dopo che il deficit del budget si era impennato. E noi? Abbiamo ancora quel grado di maturità?

 

Quindi, l’autorevole economista Paul Krugman che attualmente non si preoccupa molto del deficit statunitense, e che ha anche vinto un nobel dopo aver sostenuto la necessità di aumentare la spesa pubblica per uscire dall’attuale crisi, nel 2004 era iscritto nella schiera dei catastrofisti, e prospettava scenari da tragedia nell’eventualità in cui il debito pubblico non fosse stato messo sotto controllo.

Ovviamente, le persone possono anche cambiare idea nel corso degli anni, ma si suppone che un economista abbia almeno una vaga idea di come funzionino i fondamentali nella gestione degli stati.
In altre parole, il debito pubblico fuori controllo porta alla bancarotta, come sosteneva nel 2004, oppure ci si può ridere sopra, come invece ha fatto nel 2009?
Per Paul Krugman la risposta è semplice: la spesa fuori controllo è una disgrazia se attuata dai repubblicani, ma diviene salvifica e necessaria se operata da Barack Obama.
Sia chiaro, se ci si occupa di Paul Krugman, nonostante l’evidente confusione che emerge dalle sue analisi nel tempo, è solo perché ad egli è stato assegnato il premio nobel dell’economia: si tratta di una prova, in pratica, del fatto che per comprendere le attuali dinamiche le voci “autorevoli” valgono quanto tutte le altre, se non meno.

Tornando quindi alla questione iniziale, è possibile stabilire se l’eventualità di un fallimento di uno stato sovrano del calibro degli Stati Uniti sia effettivamente plausibile?
Una risposta potrebbe venire da un altro attore autorevole del grande gioco finanziario internazionale, ovvero Alan Greenspan, l’ex presidente della federal reserve statunitense e per anni vero Deux ex machina delle politiche economiche della nazione americana.

 

Nel 1999, in un articolo accademico rimasto a lungo segreto, due noti economisti, Alan Greenspan e Pablo Guidotti, avevano espresso la formula con cui pronosticare con precisione il momento ed il livello in cui diviene manifesta l’insolvenza sul debito pubblico di un Paese.
La formula, detta regola di Greenspan-Guidotti, prevede che un Paese deve detenere riserve convertibili almeno pari al 100 % delle scadenze di debito che maturano a breve.
Gli Usa hanno 8133,5 tonnellate di oro che secondo l’autore valevano – due mesi fa – circa 300 mld $.
Il petrolio detenuto dalla Riserva strategica Usa è di 725 mila barili che secondo l’autore valevano  – e valgono – 58 mld $.
Inoltre secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) gli Usa hanno 136 mld $ di riserve valutarie.
Il totale è circa 500 mld $ (455,5 mld $ secondo AsiaNews).
Se il debito pubblico è per il 44 % di proprietà straniera, su 2mila mld $ di debito in scadenza, circa 880 mld $ di debito è detenuto da stranieri.
I risparmi americani annualmente ammontano a circa 600 mld $.
Se il totale del debito da collocare (debito da rifinanziare più nuovo debito) nell’anno è di 3500 mld $ [3600 mld $ secondo noi] e pur ipotizzando che tutto il risparmio USA scelga i BOT (“Treasuries”), rimangono da collocare nell’anno circa 3 mila mld $.
Da dove proverrà tale ammontare ?


Ancora una volta, quindi, ci troviamo di fronte ad uno scenario apparentemente già scritto: gli Stati Uniti sono destinati al default, ed in brevissimo tempo.
Ma, di nuovo, potrebbe risultare azzardato fare simili pronostici, dal momento che è ormai chiaro che vi sono forze in gioco che sono in grado di riscrivere a loro piacimento le regole della gara, mutando inevitabilmente l’evolversi degli eventi.
Nonostante, quindi, la situazione sia già segnata, e la bancarotta sicuramente inevitabile, i tempi e i modi in cui tutto questo si verificherà rimangono non prevedibili.
E’ certo che il masso che rotola dal monte arriverà a valle travolgendo l’abitato, ma in uno scenario con tante incognite non è per adesso possibile calcolare il momento dell’impatto.

28 Febbraio 2010

Il Presidente degli europei


La decisione di nominare presidente permanente
della nuova Unione europea disegnata dal Trattato di Lisbona il premier belga Herman Van Rompuy – membro del partito dei Cristiani Democratici Fiamminghi e appassionato di poesia giapponese – è stata presa la sera del 12 novembre in una cena a porte chiuse nel Castello di Hertoginnedal, alle porte di Bruxelles.
A organizzare la cena, cui ha partecipato lo stesso Van Rompuy, il famoso Bilderberg Club: il più potente, riservato e discusso organo decisionale privato del mondo che dal 1954 riunisce i vertici politici, finanziari, industriali, militari e mediatici dei paesi occidentali.[…]
Van Rompuy, nonostante il suo apparente basso profilo, è da tempo un frequentatore sia del Bilderberg Club che della Commissione Trilaterale, altro potente organismo sovranazionale fondato e presieduto da David Rockefeller.Herman Van Rompuy è il primo Presidente del Consiglio Europeo con un mandato permanente, una carica prevista espressamente dal famigerato Trattato di Lisbona, entrato ufficialmente in vigore dal 1° Dicembre del 2009.
La triste farsa dell’Unione Europea non poteva avere presidente migliore, un signor nessuno da nessuno eletto, come democraticamente previsto dalla nuova costituzione che nessun cittadino europeo ha mai letto.
Non vi è molto di cui stupirsi, le titaniche entità sovranazionali che sempre più spazio guadagnano nel legiferare sugli aspetti del nostro vivere non tentano nemmeno di darsi una qualsivoglia apparenza “democratica”, qualunque significato si voglia attribuire a tale espressione.

In un teatrino più patetico che preoccupante, più grottesco che tragico, il parlamento europeo sa comunque ancora riservarci dei picchi di buonumore.
Nel filmato che segue, Nigel Farage, eurodeputato Britannico, pone a Van Rompuy la domanda che ogni europeo che ancora perde tempo ad interessarsi delle vicende di Bruxelles e Strasburgo si è posto: presidente, ma lei chi cavolo è? Chi la conosce?
Imperdibile il passaggio in cui Farage accusa Van Rompuy di possedere il carisma di uno straccio umido.
Piccole pillole di leggerezza, che perlomeno allietano la nostra esperienza di cittadini dell’unione.

22 Febbraio 2010

La recinzione



“Tutto giusto, analisi condivisibile: ma nel concreto, cosa si può fare?”
Si tratta di una domanda che puntualmente si ripropone, in luoghi come questo, ed è giusto che sia così.
L’analisi e lo studio di ciò che ci circonda sono passi indispensabili, ma tutta la comprensione possibile avrebbe poco senso se non si dovesse tradurre in una sorta di azione, in un certo momento.
Ma che tipo di azione?
Per quanto ci possa piacere o meno, la risposta a questa domanda non può che essere personale.
Ognuno interpreta in maniera diversa la realtà che lo circonda, ognuno ne è toccato in maniera differente.
C’è chi ha il sonno agitato pensando alle iniquità del mondo, chi soffre anche fisicamente osservando l’inganno in cui siamo immersi; e c’è chi in questo inganno tenta di sopravvivere al meglio.
Ognuno, a seconda della sua inclinazione, del suo coraggio, delle sue debolezze e dei suoi compromessi, decide il ruolo da intepretare in questo palcoscenico.
Qualcuno poi rimane indietro, e si sofferma più del dovuto ad osservare il velo.
Che fare, quindi?
La risposta, ancora una volta, sarà individuale.
Quello che segue fu uno dei primissimi brani che pubblicai in questo blog, più di tre anni fa, ormai.
Per chi ancora non lo conoscesse, ritengo si tratti di una lettura preziosa.

 C’era una volta un leone, che venne catturato e rinchiuso in una grande gabbia: con sua grande sorpresa, trovò dei leoni che vi erano rinchiusi da anni, alcuni persino da tutta la vita, essendo nati e cresciuti là dentro.
Presto imparò a conoscere le attività sociali che si svolgevano all’interno del recinto.
I leoni si riunivano in gruppi.Un gruppo, ad esempio, era costituito da leoni desiderosi più che altro di stare in compagnia; un altro gruppo si dava la pena di organizzare spettacoli; un altro ancora si occupava di attività culturali, avendo per scopo la conservazione dei costumi, delle tradizioni e della storia del tempo in cui i leoni erano liberi; altri gruppi erano religiosi, e usavano riunirsi prevalentemente per comporre e cantare canzoni commoventi, che parlavano di una futura giungla senza recinzioni; altri gruppi attiravano i leoni con velleità artistiche, o leoni letterati; altri ancora avevano intenti rivoluzionari, e si riunivano per complottare contro i carcerieri o contro altre associazioni di ribelli; v’erano poi gli adoratori della gabbia, ed altri, infine, che ne contestavano la stessa esistenza.
Ogni tanto scoppiava una rivoluzione, un gruppo veniva sopraffatto da un altro, oppure venivano uccise tutte le guardie e poi sostituite da altre.
Guardandosi attorno, il nuovo venuto osservò un leone che stava in disparte, assorto nei propri pensieri, e che non sembrava appartenere a nessun gruppo.
La sua presenza destava impressioni contrastanti, dall’ammirazione alla diffidenza.
Egli disse al nuovo arrivato: «Non unirti stabilmente a nessuno di questi gruppi.
Si danno da fare per molte cose, alcune anche buone, ma ne trascurano una ch’è davvero essenziale».
«E quale sarebbe?», domandò l’altro.
«Esaminare la natura della recinzione»

Segnalato dal Piccolo Zaccheo