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-o- Too late to die young -o-
12 Gennaio 2021

Schadenfreude, il piacere per la sfortuna altrui


La lingua tedesca, è noto, possiede alcuni termini che sintetizzano in maniera perfetta dei sentimenti e degli stati d’animo altrimenti non facilmente definibili.
Un esempio che si cita di solito è la parola “Schadenfreude”, traducibile con “il piacere che si prova per la sfortuna altrui”.
L’aspetto curioso non sta nel fatto che il tedesco abbia una parola che descrive tale sentimento, quanto piuttosto che le altre lingue, italiano compreso non ce l’abbiano.
Già, perché la Schadenfreude è un sentimento umano più diffuso dell’odio, dell’amore, dell’indifferenza.
E’ un sentimento stupido, prima che ignobile, dal momento che le disgrazie degli altri a noi non portano alcun giovamento concreto.
Eppure, per qualche arcano motivo, pochi di noi ne sono immuni, e prima di negare in noi tale sentire sarebbe più saggio riconoscerlo quando si manifesta e concentrarsi sulla sua idiozia.
Per quanto ci piaccia accettarlo o meno, gran parte della nostra felicità dipende dal nostro confrontarci con chi ci circonda (per essere più precisi, la nostra falsa aspirazione ad una falsa felicità dipende da quello).
Lo sanno bene gli esperti della pubblicità e i maghi del marketing: tutta la macchina produttiva della modernità si basa sul costante ricordarci delle cose che non abbiamo, e di come stiano bene coloro che invece quelle cose le posseggono.
Dai nostri primi passi ci viene insegnato che tutto è una gara, tutto una competizione, e che la nostra sfida sarà essere migliori “degli altri”.
Il nostro stesso benessere non è percepito rispetto a quello che possediamo, quello che siamo, ma in rapporto a quello che possiedono gli altri: nel paese in cui tutti vanno a piedi chi possiede una bicicletta si sente un re, nella città in cui tutti hanno una macchina sportiva chi va in giro con una vecchia utilitaria si sente un fallito.

Siamo proprio fatti male, e gli insegnamenti che riceviamo sin da bambini non fanno che peggiorare la nostra miseria.
Ecco allora che la Schadenfreude offre una grande consolazione: “sì, io non avrò combinato niente nella mia vita, ma guarda anche quello là come se la passa male”.
La stessa attività preferita degli esseri umani quando si ritrovano tra loro, il “pettegolezzo”, si basa esclusivamente su questo sentimento: si parla delle sfortune degli altri, e questo rende le nostre miserie un po’ più sopportabili.
Ed è un sentimento che pochi di noi confesserebbero di provare: occorrerebbe ammettere di essere meschini, infimi.
E rifuggiamo tanto da tale consapevolezza da non avere nemmeno una parola per esprimere questa parte di noi stessi.
E finché non le diamo nemmeno un nome, non potremmo mai nemmeno affrontarla e riconoscerla per quello che è: un sentire abietto, triste, inutile e deleterio.

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