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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
6 marzo 2015

Autorità, coscienza ed obbedienza

Il flusso del potere – Parte IV

L’eunuco si fregò le mani incipriate. «Posso congedarmi da te con un piccolo indovinello, lord Tyrion?»
Proseguì senza attendere una risposta: «Tre grandi uomini siedono in una stanza, un re, un prete e un ricco con il suo oro. Tra loro c’è un mercenario, un ometto di umili origini e senza troppo cervello. Ognuno dei tre grandi uomini ordina al mercenario di uccidere gli altri due.
“Uccidili” dice il re “perché io sono il tuo signore.”
“Uccidili” dice il prete “perché io te l’ordino nel nome degli Dei.”
“Uccidili” dice il ricco “e tutto quest’oro sarà tuo.”
Per cui, dimmi, mio lord: chi sarà a vivere e chi a morire?». […]
«Il re, il prete e il ricco… chi vive e chi muore? A chi di loro obbedirà il mercenario? E’ un indovinello che non ha risposta. O meglio, che di risposte ne ha troppe. Tutto dipende dall’uomo con la spada.»
«Eppure, quell’uomo non è nessuno» commentò Varys. «Non possiede corona, né oro, né il favore degli Dei. Possiede solo un pezzo di acciaio acuminato.»
«Ma quel pezzo d’acciaio ha il potere di vita e di morte.»
«Per l’appunto… Quindi, se sono i guerrieri, in realtà, a dominare il mondo, per quale motivo facciamo finta che siano i re a detenere il potere? […]»
«Perché (quei re) possono chiamare altri uomini, con altre spade.»
«E allora sono quegli altri uomini con le spade ad avere il potere. Ma lo hanno veramente? Da dove provengono le loro spade? Perché quegli uomini, alla fine, obbediscono?»
Varys continuò a sorridere. «C’è chi dice che il sapere è potere. Altri dicono che il potere arriva dagli Dei, altri ancora che deriva dalla legge. […]»
«Facciamola finita, Varys.» Tyrion tornò a inclinare la testa di lato. «Hai intenzione di darmi una risposta al tuo maledetto enigma, o vuoi solo che il mio mal di testa peggiori?»
«Vuoi la risposta? Eccola.» Varys non smise di sorridere. «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno.»
Il Regno dei Lupi, George R. R. Martin

 

L’essere umano si comporta in maniera differente a seconda che si trovi da solo oppure all’interno di un contesto collettivo, e questo non rappresenta certo un mistero.
Quello che invece potrebbe stupire è il comprendere quanto questa diversità possa risultare marcata in determinati contesti sociali: non si tratta infatti di un semplice adattamento per venire incontro alle norme di comportamento civile a cui tutti, in qualche maniera, sono stati educati sin da bambini, ma di un vero e proprio emergere di una persona diversa, che presenta caratteristiche che nel singolo si manifestano solamente in dei precisi scenari.

L’uomo come mammifero sociale

L’uomo, tra le altre cose, è anche un mammifero, e la zoologia ci suggerisce un indizio importante per introdurre l’argomento che qui verrà trattato.
I mammiferi, infatti, si dividono in due gruppi, quelli che conducono una vita perlopiù solitaria, marcando un proprio territorio personale, cacciando e nutrendosi da soli, e quelli che vivono in branchi, in gruppi sociali complessi all’interno dei quali si sviluppano delle precise gerarchie.
Caratteristica di ogni branco è la presenza di uno o più leader, le cui decisioni sono seguite dal resto del gruppo senza esitazione.
E’ essenziale notare che gli esseri umani sono stati in grado di addomesticare solamente i mammiferi facenti parte della seconda categoria, dal momento che solo sostituendosi al ruolo di leader naturale di un branco l’uomo può assoggettare gli animali al suo volere, impartendo ordini che verranno placidamente eseguiti.

Tutte le specie di grandi mammiferi addomesticate infatti rispondono a tale criterio: vivono in branchi, grandi o piccoli, sottostanno ad una struttura gerarchica, hanno un leader riconosciuto e non sono territoriali.
L’uomo quindi non deve fare altro che prendere il posto del leader, del capobranco, e potrà essere obbedito dal resto dei componenti del gruppo.
L’esempio più comune a cui pensare è quello della domesticazione dei cani, che nei loro padroni individuano quello che per i loro antenati lupi era il maschio alfa, l’esemplare dominante, a cui riservavano totale dedizione.
Lo stesso accade per i cavalli, che nello stato selvaggio vivono in piccoli branchi rigidamente gerarchici facenti capo alla femmina più anziana, o con le pecore, laddove il pastore diviene guida indiscussa.
Una specie i cui esemplari non costituiscano un branco con un leader riconosciuto non potrà mai essere addomesticata, per quanti tentativi si facciano.

Dal canto suo, l’essere umano si differenzia dai suoi parenti mammiferi sotto innumerevoli aspetti, e non rientra appieno all’interno di alcuna delle due categorie, oscillando dall’una all’altra a seconda della situazione sociale in cui si trova, a seconda della propria indole personale e di mille altri fattori; nonostante questo, anche l’uomo generalmente riproduce a sua volta legami sociali che per molti aspetti sono riconducibili a quelli sviluppati dagli animali che vivono in branchi.

L’uomo all’interno di questi contesti sociali crea delle gerarchie dove riconosce dei leader portatori di una certa autorità, al cui volere si assoggetta, entro determinati confini.
Che si tratti della famiglia, della scuola, dell’esercito, del sistema democratico, gli uomini tendono a riconoscere delle autorità legittime nel loro campo di competenza, e i loro ordini saranno eseguiti con diligenza.
Ma come muta l’atteggiamento del singolo a seconda che si trovi ad agire in autonomia oppure dietro la spinta di un’autorità riconosciuta?

La coscienza collettiva

Gustave Le Bon nel suo celebre Psicologia delle folle, analizzando il comportamento del singolo che viene a far parte di un grande gruppo di persone, di una folla, introdusse il concetto di anima collettiva.

In talune circostanze prestabilite, e soltanto in tali circostanze, un agglomeramento di uomini possiede caratteri nuovi, molto diversi da quelli degli individui di cui esso si compone.
La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità sono orientate in una stessa direzione.
Si forma un’anima collettiva, senza dubbio passeggera, ma che presenta ben precisi caratteri.
La collettività diventa allora ciò che, per mancanza di una migliore espressione – io chiamerei una folla organizzata, o, se lo preferite, una folla psicologica.

Le Bon quindi descrive il modo in cui l’anima del singolo, la sua coscienza, possa in determinate situazioni eclissarsi, sostituita da una coscienza superiore, collettiva.
In una situazione simile il singolo è aperto a ricevere e a fare suoi stimoli che gli giungono dall’esterno, pronto ad agire in maniera anche non conforme con i propri precetti etici e morali, dal momento che la sua propria coscienza è momentaneamente sostituita.
Le Bon nella sua disamina descrive il modo in cui un abile leader, o un bravo oratore, possa in tale circostanza assumere il controllo della folla, dando egli voce alla coscienza collettiva pronta ad essere accolta dalla massa.
La storia passata, remota e prossima, e il nostro stesso presente sono la prova pratica di come questo processo non sia solamente teorico, ma abbia avuto con regolarità applicazioni pratiche.
Non a caso, i maggiori dittatori ed incantatori di folle del XX secolo, da Hitler a Stalin a Mussolini, furono avidi studiosi dei testi di Le Bon, ed usarono le sue scoperte nel campo della psicologia sociale a proprio vantaggio, per meglio manipolare i propri sudditi e spingerli in imprese terribili che alla maggior parte delle singole coscienze sarebbero apparse mostruose.

Obbedienza all’autorità, l’esperimento di Milgram

Questa forma di alienazione dalla propria coscienza da parte del singolo fu investigata da un’ulteriore angolazione dal psicologo americano Stanley Milgram negli anni 60, nel celebre esperimento che porta il suo nome.
Milgram, che diede un enorme contributo alla scienza della psicologia sociale, voleva dare una risposta ad un interrogativo oltremodo scomodo che all’epoca tormentava il mondo occidentale: a pochi anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale, ancora l’occidente non poteva spiegarsi come una dottrina di morte e sterminio avesse potuto fare breccia nella maggioranza della popolazione di alcuni stati definiti “civili”, e come un numero così grande di persone si fosse prestato per attuare piani di sterminio pianificati da una elite di menti criminali.
Un aspetto infatti che aveva scosso l’opinione pubblica del dopoguerra fu lo scoprire che tra gli esecutori dei piani di sterminio nazisti si trovavano una schiera di grigi e anonimi burocrati, persone dalla vita normale che si erano trovati nei diversi gradi della catena di comando ed avevano obbedito ai loro superiori svolgendo con meticolosità il proprio compito, semplicemente, come se si fosse trattato di un lavoro burocratico qualunque.

Non c’erano mostri grondanti sangue tra gli esecutori dei piani, ma persone “normali” che facevano il loro dovere, in maniera asettica.
Milgram quindi voleva comprendere se il caso tedesco fosse un unicum, oppure se in determinate situazioni gli uomini possono davvero arrivare a compiere atti che vanno chiaramente contro la propria coscienza per il solo fatto di ubbidire agli ordini di una autorità riconosciuta.

L’esperimento messo in atto da Milgram venne allestito nel seguente modo:

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica.
Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale.
Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo.

I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritta la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo.
Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX.
All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
1. Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
2. ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
3. decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
4. in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”.
Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest’ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, al trentesimo interruttore. Soltanto al termine dell’esperimento i soggetti vennero informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa.

Milgram descrisse il suo esperimento a colleghi e studenti, senza anticiparne i risultati, e tutti furono concordi nel sostenere che, a parte pochi casi di soggetti psicopatici, nessuna persona comune avrebbe portato avanti l’esperimento fino in fondo, rifiutandosi di proseguire di procurare dolore alla vittima.
In realtà, più del 60% dei partecipanti andò avanti nell’esperimento fino al termine, continuando a fornire scosse ben oltre i 450 V, ad un livello che sul macchinario era segnalato come “estremamente doloroso” e oltre.

Occorre ricordarsi che da un certo punto dell’esperimento in poi la “vittima”, legata ad una sedia ed impossibilitata a muoversi, implorava affinchè l’esperimento fosse terminato, gridando dal dolore e sostenendo di non poterlo più reggere.
Dopo la scossa dei 300 V le vittime simulavano inoltre uno stato di incoscienza, estremamente pericoloso quindi per la loro salute, ma anche questo non bastava per fermare i soggetti che continuavano a fornire le scosse.
Molti “insegnanti” mostrarono apertamente la propria preoccupazione, ed espressero anche i loro dubbi sul procedimento, ma solo una minoranza di loro si rifiutò di obbedire agli ordini dello sperimentatore, che intimava a procedere con l’esperimento.
Cosa era successo?
Come fu possibile che persone comuni, operai, professori, padri di famiglia irreprensibili, fossero arrivati al punto di provocare un dolore insopportabile ad un loro simile, che oltretutto non aveva alcuna colpa da scontare, né si poteva minimamente meritare un trattamento simile?
Era successo che i soggetti in questione si erano trovati in una condizione di eteronomia.

L’eteronomia (dal greco antico ἕτερος éteros «diverso, altro» e νόμος nómos «legge, governo») in sociologia e nell’etica è la condizione per cui un soggetto (individuale o collettivo) agisce ricevendo fuori da se stesso la norma e la ragione della propria azione, ovvero attribuendone dunque la colpa, la responsabilità, la vergogna etc. ad altri all’infuori di sé.

La chiave dell’esperimento si trova nella presenza di un’autorità riconosciuta, in questo caso il professore-coordinatore dell’esperimento stesso a cui il soggetto attribuisce le colpe e le conseguenze delle proprie azioni.
Il soggetto, nella veste di mero esecutore di ordini, abdica temporaneamente dalla propria coscienza, ed agisce contrariamente ad essa perchè non si ritiene responsabile del proprio agire, dal momento che si limita ad obbedire a delle indicazioni ricevute da una autorità.
In quel momento, il soggetto si trasforma in una parte della macchina che gestisce, e il centro direzionale è a lui esterno, e con esso anche il concetto di responsabilità.
Milgram in questo modo potè dimostrare che una persona “comune” può arrivare a compiere azioni terribili, se sente che gli ordini che guidano il suo agire arrivano da una autorità legittimata.
C’è quindi negli esseri umani una tendenza a riconoscere, in varie situazioni specifiche, dei leader a cui l’obbedienza è dovuta, e Milgram spiega questo meccanismo psicologico sostenendo che in parte è dovuto alla stessa composizione sociale della nostra civiltà, la cui dinamica complessa necessità obbligatoriamente delle strutture gerarchiche.
Ogni essere umano, inoltre, fin dalla più tenera età viene educato nel riconoscere ed obbedire alle autorità, a partire dall’ambito famigliare, per passare all’educazione scolastica, fino all’ambiente di lavoro, e tale abitudine viene talmente introiettata fino al punto in cui l’obbedienza viene anteposta alla propria stessa coscienza.

L’esperimento di Milgram dimostra infatti come capiti che gli ordini dell’autorità possano entrare in conflitto con i propri conflitti etici, e che quando questo accade, la grande maggioranza delle persone antepone l’obbedienza agli ordini al proprio sentire.
Questa obbedienza, ovviamente, occorre ribadirlo ancora una volta, presuppone la presenza di un leader riconosciuto, di un’autorità legittima.
Ed il grande gioco del potere, in tutti i tempi, è stato quello di inserirsi in questo meccanismo, e arrogarsi la legittimità della propria presenza nei centri decisionali, assumendo in sé anche la funzione di coscienza collettiva dei gruppi sottoposti.
Se ci si dovesse poi domandare su che cosa si fonda oggi il potere legittimo, non si potrebbe che riportare nuovamente la saggezza dell’eunuco Varys: «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno

 

 

Lettura consigliata: Obbedienza all’autorità, Stanley Milgram

________________________
Il Flusso del potere:

Il flusso del potere – Prologo
Il flusso del potere – parte I
Il flusso del potere – flash back
Il flusso del potere – parte II
Il flusso del potere – parte III
Il flusso del potere – secondo intermezzo: popolo e conformismo
Il flusso del potere – parte IV, Autorità, coscienza ed obbedienza.
Il flusso del potere – Epilogo

14 comments to Autorità, coscienza ed obbedienza

  • Con questo articolo si conclude, dopo 4 anni, la saga del “Flusso del potere”.

  • Anonimo

    Splendido, complimenti!

    Eleonora

  • Hiei

    L’ovvia domanda sul piano spirituale a questo punto sarebbe: “perchè dunque dio avrebbe creato gli esseri umani così?”.

    Siamo ancora in tempo per quel famoso post sul tempio di Gerusalemme dunque…

  • Eleonora, grazie a te :-)

    ____________________

    Hiei
    la questione dell’obbedienza è difatti centrale per quanto riguarda le religioni abramitiche.
    L’essere umano viene cacciato dal paradiso terrestre perchè disobbedisce all’autorità, e stessa sorte tocca a Lucifero e agli angeli ribelli, scaraventati nell’inferno.
    Adamo ed Eva vengono puniti di fatto per aver mangiato un frutto, ma è la disobbedienza in sè la loro vera colpa.
    Abramo, invece, viene premiato a seguito del suo tentativo di uccidere a freddo un bambino, suo figlio, perchè aveva dimostrato di portare l’obbedienza agli estremi.

    Il discorso religioso introduce ulteriore complessità alla questione.

    • Hiei

      “Il discorso religioso introduce ulteriore complessità alla questione.”

      Ti dirò che a me come immaginerai sembra invece molto semplice. :’D

      Comunque, come te la passi?

  • MrX

    La chiave dell’esperimento non si trova nella presenza di un’autorità riconosciuta, ma nell’immagine che hai usato per aprire questo post: il trono interiore è stato lasciato vacante, e questo ha permesso che ciò accaddesse:
    “Riconosce dei leader portatori di una certa autorità, al cui volere si assoggetta”.

    Come può entrare una volontà altrui ed insediarsi in te, se la tua, di volontà, fosse stata al suo posto? Sarebbe subito stata scacciata via.
    “Non si possono servire due padroni”, disse qualcuno.

    E da ciò si avrebbe anche la risposta al:
    “Come fu possibile che persone comuni, operai, professori, padri di famiglia irreprensibili, fossero arrivati al punto di provocare un dolore insopportabile ad un loro simile, che oltretutto non aveva alcuna colpa da scontare, né si poteva minimamente meritare un trattamento simile?
    Era successo che i soggetti in questione si erano trovati in una condizione di eteronomia”.

    L’eteronomia era presente già dapprima; altrimenti non si spiegherebbe comeuna volontà altrui abbia potuto soprassedere sulla propria. Il trono era solo uno, ribadendo.
    l’unica risposta possibile, nella sua logica, è che la propria volontà era intenta nel frattempo a farsi una passeggiata chissà dove.

    Che tra parentesi… come se fosse più ‘dignitoso’ farlo se il proprio simile fosse un ‘colpevole’, un ‘degno di un simile trattamento’?

    Sembra che dall’autore di questo post questi siano scenari presumibilmente considerabili.
    Perchè il proprio ruolo di sudditanza dovrebbe fare la differenza, invece, nella giustificazione di un simile trattamento?
    Due pesi, due misure…
    Non vi è una gran differenza tra l’eriggersi giudici di cosa sia condannabile negli altri e, nel frattempo, non essere in grado di essere i re di se stessi.
    E’ la stessa medaglia a circolare.

    e credo di averti risposto anche alla questione della disobbedienza di Adamo ed Eva.
    Se il tuo vero re viene ignorato, qualcun altro si sederà al suo posto, e da esso sarai guidato.
    Questa è la “punizione”: essere spinti alla deriva.
    Non è poi tanto complicato.
    Adamo ed Eva sono le stesse persone dell’esperimento.

  • Bisognerebbe capire cosa la volontà del singolo lo porta a fare.
    Anche il “voler obbedire” è una volontà.
    Poi si può disquisire se si tratti di una volontà propria, oppure se sia frutto di un condizionamento che ha luogo a partire dalla più tenera età.
    Sono infatti due le volontà che si scontrano: “non devo far del male” contro “devo fare quello che mi dice l’autorità”
    Si può obiettare che la seconda non rappresenta una vera e propria volontà del singolo, dal momento che è frutto dell’educazione e dalla consuetudine, mentre l’imperativo morale del “non danneggiare il prossimo” è presente in maniera innata.

    Nell’articolo ho voluto porre l’attenzione sul meccanismo che porta una persona ad agire contro i suoi valori morali in presenza di un’autorità riconosciuta.
    La questione di cosa sia la volontà, della distinzione della volontà innata e della pseudo volontà, che si crede propria ma è frutto del condizionamento e delle aspettative altrui viene prima, e meriterebbe una trattazione a parte.

    Che tra parentesi… come se fosse più ‘dignitoso’ farlo se il proprio simile fosse un ‘colpevole’, un ‘degno di un simile trattamento’?

    Ovviamente non è così, l’aggiunta è stata fatta per ribadire che nell’esperimento mancava anche questo appiglio morale a cui qualche soggetto poteva aggrapparsi per giustificare le proprie azioni.
    Non a caso, Milgram nel suo libro rivela come molti dei soggetti che hanno obbeddito agli ordini fino al termine, fino alle scosse più dolorose, si siano in qualche modo “giustificati” dicendo che la vittima in qualche modo “se l’era cercata”, dal momento che non si impegnava abbastanza per rispondere correttamente alle domande.
    Si trattava di una scappatoia psicologica, ancora una volta, per deviare sull’altro le proprie responsabilità.

    In sintesi, quello che mi interessava trattare era l’investigare il modo in cui certi meccanismi hanno luogo.
    La questione della volonta personale, dei condizionamenti, è altrettando importante, forse di più, perchè sta alla base del processo, ed arriva ancora prima di tutto questo e come dicevo prima meriterebbe una trattazione a parte.

  • Leon

    Bentornato Carlo, mi sei mancato molto. Grazie a te ho scoperto l’opera di Guenon e un nuovo universo di conoscenze e di spiegazioni. Rispettavo il tuo silenzio, ma avevo molto domande da porre.
    Comincio con la prima, che potrà apparire secondaria, ma spesso sono proprio i dettagli a fornire una prima scintilla di luce.
    Hai un’opinione sul perché i massoni si chiamano tra loro “I figli della vedova”?

  • Ciao Leon, grazie per la tua gentilezza.

    Per quanto riguarda l’appellativo “figli della vedova” è probabile che abbia a che fare con un episodio narrato nella bibbia, in Re I, dove si racconta come il profeta Elia fece visit aad una vedova a Sidone, e durante la sua presenza il figlio della donna si ammalò e morì.
    Allora Elia si distese sopra il giovane tre volte ed egli tornò in vita.
    Nel terzo grado massonico, quello di Maestro muratore, l’aspirante recita il ruolo di Hiram, il leggendario architetto a cui il simbolismo massonico assegna un’ importanza centrale.
    Nel rito Hiram muore ed in seguito viene resuscitato, esattamente come il figlio della vedova della bibbia.

    Nei romanzi di Chretien de Troyes, inoltre, nel celebre ciclo del Graal, carico di allegorie a cui anche la massoneria si rifarà in seguito, l’autore chiama più volta Parsifal “figlio della vedova”.

    A presto

  • Leon

    Grazie mille per la risposta. (Anche a Quert)
    Mi è davvero di conforto sapere che da qualche parte, in giro per il mondo, ci sono persone con cui poter parlare di questi argomenti in modo lucido e ragionato.

  • Roberto

    Carissimo Carlo  se i libri sacri, come tali, fossero solo delle interpolazioni e adattamenti per assogettare la società? E, se le cosidette “religioni abramitiche” fossero adattamenti storici svoltosi a più mani per giustificare un potere prima di una tribù di pecorai poi di svariate chiese …? Da molto tempo si “mormora” della falsità delle interpretazioni ricavate da libri sacri.

     

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