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rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
7 giugno 2012

Grecia: il dibattito democratico

La Grecia si sta preparando a delle nuove elezioni, a pochissima distanza dalle ultime, svoltesi circa un mese fa, e conclusesi con un nulla di fatto, sostanzialmente.
Uno dei fattori che aveva destato maggior interesse era rappresentato dall’entrata in parlamento del gruppo di estrema destra Chrisi Afghì,  Alba Dorata, apertamente nazista e razzista.
A pochi giorni dalle nuove elezioni, quindi, si è in Grecia nel cuore della campagna elettorale, e come capita in ogni paese civile e democratico i dibattiti televisivi tra i rappresentani dei diversi partiti abbondano.
Nel video che segue, Ilias Kasiriadis, portavoce e candidato parlamentare di Alba Dorata, ha uno scambio di opinioni acceso con Liana Kaneli del partito comunista e Rena Duru del Siriza (partito di sinistra).
Tema della discussione le risorse non sfruttate della Grecia, ma ben presto Kasiriadis si lascia andare ad epiteti più che coloriti nei confronti delle sue colleghe, fino al climax finale.



(la parte migliore inizia dopo circa un minuto e 5 secondi)
 

Si potrebbero fare delle facili considerazioni sul fatto che tutto questo accade nella nazione che si vanta di aver dato vita al concetto di “democrazia”, nella terra dove il pensiero filosofico più sottile è stato per secoli affinato, e dove l’arte oratoria e il dialogo erano materie di studio nelle scuole.
E’ un lungo capitolo che sta per chiudersi, e come è giusto che sia il tutto deve finire in farsa, tendenza caratterizzante i nostri tempi.

7 maggio 2012

Grecia, quando anche i tecnici se ne vanno

Si sono concluse da poco le elezioni in Grecia.
L’esito in sè non è particolarmente importante: una prevedibile debacle del Pasok, il partito socialista che deteneva la maggioranza nel precedente parlamento, ed un vistoso calo della Nuova Democrazia, i conservatori di centro destra che ambivano ad assumere la guida del paese.
Per quale motivo, poi, qualcuno voglia assumere il ruolo di comandante di una nave sommersa per tre quarti, rimane un piccolo mistero della natura umana.
Ma mai sottovalutare il potere della vanità.
Per alcuni dei nostri simili il fregiarsi di titoli altisonanti quali ‘primo ministro’ o ‘presidente’ rimane una tentazione a cui non si può opporre resistenza.
Si è avuto un crollo dei due partiti maggiori, quindi, quei partiti che avevano appoggiato le misure di austerità volute dall’ Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, accompagnato da una sorprendente affermazione della coalizione di sinistra del Siriza e dei neonazisti della Chrisi Afghì, Alba Dorata.
Ma, come si diceva, tutto questo è secondario.
Il vero punto di interesse in queste elezioni anticipate sta nelle elezioni stesse, e precisamente nel fatto che siano state indette.
La Grecia, infatti, al pari dell’Italia, era fino a poco fa guidata da un governo di ‘tecnici’, facente capo all’ex banchiere centrale Papademos, uomo di fiducia dei poteri sovrannazionali ed in tutto affine al nostro Monti.
Papademos si è dimesso poche settimane fa, assai prima del termine ‘naturale’ dell’attuale legislatura: e sono proprio queste dimissioni l’elemento che va valutato con grande attenzione, perchè raccontano di un processo assai più ampio, un processo che coinvolge la sorte dell’intera Unione Europea.

Come è noto, la Grecia è schiacciata da un enorme debito pubblico che non sarà in grado di ripagare, ed è questo un problema che interessa in primis i suoi principali creditori, ovvero le grandi banche europee.
Papademos, il premier tecnico, venne posizionato a capo del governo per garantire in prima persona che parte di questo debito fosse recuperato.
E, nel suo breve mandato, l’ex banchiere centrale non ha fatto altro che seguire alla lettera le imposizioni che arrivavano dalla BCE e dal FMI, strangolando con tasse e tagli una economia già in coma profondo, e raccattando tra il patrimonio dei singoli cittadini quanto più valore fosse possibile.
E’ stato un curatore fallimentare, in altri termini.
Ed è per tale motivo che le sue dimissioni avrebbero dovuto far suonare un campanello d’allarme in tutta l’ Unione Europea: rinunciando al suo posto, l’ex premier greco ha fatto intendere che il suo compito era concluso, ovvero non c’era più niente da raccogliere.
La popolazione era stata strizzata al massimo, le rape non avevano più sangue.
Questo significa che siamo vicini al giorno in cui il fallimento della Grecia verrà annunciato ufficialmente.
Un fallimento che è realtà da diversi anni, ma che non è ancora stato ufficializzato per evitare il panico nei mercati, dal momento che nemmeno nei piani alti si possono prevedere con certezza quali saranno le reazioni ad un tale evento.
Ora i tecnici si sono fatti da parte, ed hanno lasciato il paese in mano ad una accozzaglia di partiti menomati che palesemente non hanno nessuna possibilità di attuare un qualsivoglia piano, una parodia di parlamento che ormai non mantiene nemmeno la forma di quello che dovrebbe rappresentare.

L’annuncio del fallimento quindi potrebbe essere ormai prossimo, sempre che i maghi di Bruxelless non estraggano dal cappello un ulteriore coniglio magico che allunghi ancora l’agonia di una nazione già stemata.
Una questione che non riguarda solo al Grecia, ma che potrebbe rappresentare l’inizio dell’ultimo atto di quella che nei libri di storia verrà ricordata come la Grande Crisi Economica del 2008.

18 febbraio 2012

Grecia: un esame di coscienza

Risulta ormai inutile ribadire come la situazione in Grecia si sia fatta ormai critica, e di come la corsa verso il burrone intrapresa dalla nazione ellenica non possa essere fermata.
Il fallimento della Grecia risale a due anni fa, ed in questo arco di tempo si è semplicemente evitato di prendere atto della evidenza.
Ancora ci si domanda come tutto questo sia potuto succedere, e quali siano state le circostanze che hanno condotto fino a questo punto una intera nazione.
Trovare una risposta potrebbe essere utile, non tanto per stanare dei “colpevoli” e consegnarli alla pubblica rabbia, quanto piuttosto per riflettere sul modo in cui un popolo abbia accettato di farsi sedurre ed ingannare da dei falsi miti, e di come siano state le persone stesse a scegliere di salire su di un treno che conduceva dritto al baratro.

Così, in questi giorni le analisi sulla situazione greca si sprecano.
Gli economisti sottolineano come per anni i governi greci abbiano taroccato i conti, di come sia stato azzardato accettare nella grande famiglia dell’euro una nazione che non dava le adeguate garanzie a livello economico, del modo irresponsabile in cui i fondi pubblici siano stati gestiti.
Da un altro punto di vista, si pone l”attenzione sull’operato criminale delle banche che in gran parte ora detengono il debito della nazione, del come il loro agire da “strozzini” abbia messo in ginocchio l’intero apparato economico dello stato.
C’è del vero in tutto questo.
Ma le origini della situazione attuale vanno ricercate indietro nel tempo, e quello che ora accade era del tutto prevedibile.
Ancora tre anni fa, quando la crisi appariva incombente, si tendeva ad osservarla da lontano quasi fosse un uragano che in qualche modo avrebbe evitato di investire il proprio giardino, come fosse un problema che riguardava altri.
I turchi erano accampati fuori dalle mura della città, ma nessuno voleva sporgere il capo, e nelle piazze e nelle agorà la vita continuava come sempre.
Il mare era bello come sempre, e sempre c’era il sole.
Ora l’esercito nemico ha sfondato le mura, ed ovunque regna il panico.
Come se gli invasori fossero spuntati dal nulla.

Le televisioni di tutto il mondo mostrano ora le immagini di migliaia di manifestanti che esprimono la loro rabbia, di scioperi a catena e di accese proteste generali.
Una rabbia confusa, che ha come bersaglio quell’idra chiamata troika, ovvero i rappresentanti dell’Unione europea, della BCE e del Fondo Monetario Internazionale, gli organismi che dettano le regole di austerità a cui la popolazione si deve sottoporre, pena il fallimento e la catastrofe.
Tagli agli stipendi, licenziamenti, aumenti indiscriminati di tutti i generi, nuove ed esose tasse.
L’immagine che appare all’estero è quella di un popolo che si ribella a tutte queste gravose imposizioni, ma la realtà profonda è diversa.
Coloro che protestano, coloro che scendono in piazza, rappresentano una minoranza.
Si tratta principalmente di persone che non hanno più nulla da perdere: disoccupati, studenti senza un futuro, genitori che non riescono più a mantenere le proprie famiglie.
Per il resto della popolazione greca, la stragrande maggioranza, il sentimento di rabbia e frustrazione è surclassato da un’altra sensazione: la paura.
E’ la paura che domina l’atmosfera della nazione.
E per quanto le imposizioni della troica siano devastanti, finiranno per essere accettate, perché il terrore di perdere anche quel poco che si ha sovrasta tutto il resto.
E non ci sarà nessuna rivoluzione, nessun moto popolare contro i governanti.
Perché solo chi ha già perso tutto è disposto a rischiare fino in fondo, mentre chi ancora ha qualcosa da perdere accetta ogni imposizione nella speranza di mantenere anche quel poco.
Come si arrivati, quindi, fino a questo punto?

Le cause di tutto questo da sempre apparivano chiare
, ma ancora la grande maggioranza delle persone cerca i colpevoli in una unica direzione, dimenticandosi di guardarsi dentro, innanzitutto, e di riflettere sui propri errori, prima che sugli inganni degli altri.
Perché l’inganno ci fu, così come ci furono coloro che vollero essere ingannati, e per decenni in questa illusione si adagiarono.
Furono in pochissimi che si chiesero da dove provenissero tutti quei soldi che all’improvviso fecero di una delle nazioni più povere dell’occidente una sorta di paradiso per la bella vita.
Le macchine comprate a rate, le vacanze pagate a rate, i mutui concessi come caramelle ai bambini.
E tutti a sognare un posto da statale, con tredicesima e quattordicesima, con stipendi superiori persino a quelli della vicina Italia.
Nessuno che si domandasse quanti di quei posti fossero effettivamente necessari, e come poteva una intera nazione impiegare la maggioranza della sua forza lavoro nel settore dei “servizi”, quando da nessuna parte si vedeva alcuno sviluppo del settore produttivo.
Tutti sembravano occupati a gestire una ricchezza che si materializzava dal nulla: prestiti della BCE, sussidi della comunità europea, fondi speciali per lo “sviluppo”.
Soldi dal nulla, e c’era solo da “gestirli”.

Adesso è calato il panico, e la situazione di innumerevoli famiglie è realmente tragica.
E non è più, adesso, questione di stanare i “colpevoli”.
La tragedia non potrà essere evitata, l’ultimo atto è già stato scritto.
Se c’è una cosa da fare è concentrarsi per attraversare la tempesta nel meno peggiore dei modi, e sopratutto riflettere su quello che è stato fatto, sul modo in cui un popolo intero si sia fatto sedurre e conquistare da un falso benessere senza basi.
Occorrerà riscoprire una antica verità, che le generazioni passate conoscevano molto bene, una verità che è stata del tutto dimenticata negli ultimi anni: non esiste “ricchezza” che giunga dal cielo senza fatica.
E, sopratutto, occorrerà domandarsi se davvero ne è valsa la pena di cedere parte della propria anima in cambio di una illusoria felicità comprata a rate.

12 febbraio 2012

Qualcuno che si preoccupa


Una schiera di poliziotti in tenuta antissommossa disposti ad anello intorno alla Vulì, il parlamento di Atene.
Un giovane esasperato che protesta ed urla la sua rabbia a torso nudo.
Una madre preoccupata che porge al figlio una maglietta, che potrebbe prendere freddo.
In una sola immagine, i motivi per cui la Grecia affonderà mentre i greci si salveranno.

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26 settembre 2011

La storiella dell'azienda indebitata


Immaginiamo una piccola città, una ridente cittadina affacciata al mare.
In questa piccola città vi è una grande azienda, ed in questa grande azienda trova lavoro gran parte degli abitanti della città stessa.
L’azienda ha diversi settori: c’è quello produttivo, il commerciale, il gestionale e così via.
Gli operai che lavorano in produzione un tempo erano la maggioranza, ma oramai ne sono rimasti pochi: sgobbano parecchio, ed il loro stipendio si può dire meritato; nel settore commerciale e soprattutto nel gestionale, invece, i dipendenti assunti sono senza dubbio in numero enormemente superiore rispetto alle esigenze dell’azienda.
Ci sono tra di loro alcuni che lavorano molto, e che portano avanti la baracca, come si suol dire, ma sono in molti anche coloro che nei loro uffici fanno solo presenza.

I proprietari di questa azienda sono persone poco oneste, per usare un eufemismo.
Tengono per loro la gran parte dei guadagni dell’impresa, si arrichiscono senza scrupoli mentre  dinanzi ai loro stipendiati fingono di avere a cuore le sorti dell’azienda stessa.
L’impresa nel suo insieme fattura ogni anno circa dieci milioni di euro, ma la sua gestione ne richiede dodici; i proprietari, lungi dal preoccuparsi troppo, non fanno altro che richiedere in prestito due milioni di euro all’anno, ed in tal modo riescono sempre a pagare tutti gli operai, ad assumerne di nuovi e soprattutto a tenersi per loro una gran fetta.

La situazione va avanti così per molto tempo, e in apparenza tutti sono felici: i proprietari prosperano, gli operai hanno un lavoro ed una paga certa, e tutto pare procedere alla meglio.
Passano però gli anni, ed il debito che i proprietari hanno contratto continua ad aumentare, finchè diviene più grande del fatturato stesso dell’azienda.
Qualcuno inizia a preoccuparsi, e c’è chi fa notare che non si potrà andare avanti così all’infinito.

Immaginiamo tutto questo, e quindi usciamo dalla metafora.
Chiamiamo la nostra piccola città Grecia, o Spagna, oppure – ebbene sì – Italia.
La nosta azienda è il settore pubblico nel suo intero, comprese le aziende energetiche statali, la sanità, l’istruzione, le forze di polizia, mentre non occorre specificare chi siano i corrotti gestori dell’impresa.
E’ un quadro molto semplificato, ma non per questo poco accurato.
Il resto viene da sé, e non è difficile comprendere il modo in cui siamo arrivati alla situazione odierna.

Se poi vogliamo rendere l’esempio ancora più verosimile, torniamo nella nostra cittadina immaginaria, e supponiamo che in essa vi sia anche un grande centro commerciale.
Quasi tutti gli abitanti vi fanno la spesa, i gestori dell’ipermercato sono molto soddisfatti dei loro guadagni ed hanno tutto l’interesse affinché gli abitanti della cittadina abbiano un buon lavoro, e di conseguenza soldi da spendere nella loro attività.
Per questo, per assicurarsi che i soldi nell’azienda della città non manchino, i proprietari del centro commerciale contattano alcuni loro amici molto influenti, persone poco raccomandabili che bazzicano l’ambiente della malavita.
Degli usurai, principalmente.
Li contattano e li convincono a prestare ai corrotti dirigenti dell’azienda della città cifre sempre maggiori, affinchè gli operai possano avere soldi da spendere nel loro centro commerciale.
Finchè, come si raccontava prima, il debito diviene ingestibile, e la situazione insostenibile.

Ora, chiamiamo i proprietari del supermercato Germania (per dirne una), chiamiamo gli amici usurai Banca Centrale Europea (per dirne un’altra), e di nuovo abbiamo un quadro molto verosimile della situazione europea attuale.
Per quanto riguarda la fine della storia, invece, occorre solo avere un po’ di pazienza, e guardare fuori dalla propria finestra.

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