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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
15 aprile 2011

Vittorio Arrigoni


Quando una persona più o meno celebre muore, o quando la sua morte raggiunge, per un motivo o per l’altro, i canali dell’informazione di massa, si scatena solitamente una lunga onda di retorica, uno scorrere di parole impostate e di triti luoghi comuni il cui sapore preconfenzionato e artefatto difficilmente non può essere colto.

Quando poi viene a mancare una persona le cui qualità in vita meriterebbero davvero di essere ricordate e sottolineate, ecco che le parole vengono a mancare.
Vittorio Arrigoni era una persona giusta, una di quelle che agiscono seguendo il senso di giustizia che hanno dentro.
Faceva quel che credeva andasse fatto.
Sotto le bombe israeliane aveva deciso di condividere la sorte degli abitanti di Gaza, per poter descrivere in prima persona il massacro disumano che là si stava svolgendo, sotto lo sguardo distratto dell’occidente.
Lo faceva perchè riteneva che fosse giusto, senza mai considerarsi un eroe, e senza mai perdere fiducia nell’umanità.
In questo momento vi è poco da aggiungere: è morto un uomo giusto.

29 gennaio 2010

Strani antisemiti in Grecia

La sinagoga di Chanià

Giovedì 20 Gennaio l’autorevole Wall Street Journal pubblicava un articolo molto duro nei confronti della nazione greca, dal titolo “La vergogna della Grecia moderna“.
“I ripetuti attacchi incendiari in una sinagoga in Grecia dimostrano che la Turchia non è la sola nazione Mediterranea afflitta da anti-Semitismo.”

Cos’era successo?
Era accaduto, in effetti, qualcosa di assai grave: la sinagoga della città di Chanià, in Creta, era stata attaccata due volte nell’ultimo mese.
Profanata da ignoti già il 3 Gennaio, la sinagoga veniva incendiata nuovamente il 17 Gennaio, con un atto vandalico barbaro e vergognoso.
Il Wall Street Journal, tra gli altri, coglieva l’occasione per sferrare un duro attacco nei confronti della società greca, percorsa, a suo dire, da uno strisciante antisemitismo.
L’articolo citato si soffermava anche nel segnalare come fossero stati dei non greci ad impegnarsi nel salvataggio del luogo di culto, e precisamente un giovane albanese ed un marocchino.Gli attacchi al popolo greco da parte dell’articolista non si risparmiavano:
“La Grecia soffre della mancanza di una leadership morale, religiosa e sociale in grado di denunciare la vergogna dell’antisemitismo, che si tratti di vandalismo o del banale paragonare Israele con i nazisti da parte dei media”
Parole dure, che proseguivano col denunciare l’ignoranza del popolo greco di fronte alla propria storia e al rapporto della comunità greca con quella ebraica in passato.
Una grande lezione di civiltà, non c’è che dire, da parte dell’autorevole giornale americano.
Parole però pronunciate forse con troppa fretta.

E’ successo, infatti, che analizzando i nastri registrati dalle telecamere di sorveglianza di alcuni negozi presenti nella stessa via della sinagoga, si è scoperto che gli autori degli incendi erano degli insospettabili.
Più precisamente, si è scoperto che si trattava di due giovani americani in stanza nella base Nato di Souda, nei pressi di Chanià, aiutati da altri due britannici, anch’essi di stanza nella stessa base, e da un greco che lavora sempre, chi l’avrebbe mai detto, per la medesima base.
Gli alti vertici militari americani si stanno ora muovendo a livello diplomatico per ridimensionare la questione.

Una situazione davvero curiosa.

 

31 dicembre 2009

2000 - 2009, l'opera al nero

Ancora poche ore ed avrà termine il primo decennio del III millennio, un decennio particolare, ad iniziare proprio dal nome, dal momento che un nome questo decennio nemmeno ce l’ha.
Abbiamo ancora eco degli anni quaranta, degli anni cinquanta, degli anni sessanta, settanta, ottanta , degli anni novanta, ma questi dieci anni che stanno per finire faticheremo a rievocarli.
Anni zero suona in effetti male, mentre il primo decennio del XXI secolo è formula assai laboriosa e lunga da recitare.
Comunque sia, anche tale decennio sta per finire, e come ogni decennio, anche questo ha portato eventi e date da ricordare, processi sociali, progressi e regressi la cui entità spesso si comprende solo a posteriori.
L’evento per eccellenza, quello che sicuramente si ricorderà nei secoli nei libri di storia, anche nei più sintetici, è rappresentato dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.
Un attacco che parte da lontano, preannunciato in qualche modo esattamente 11 anni prima, nell’11 settembre del 1990, da George Bush padre, quando in un discorso ormai storico per la prima volta un presidente degli Stati Uniti fece uso in maniera ufficiale del termine “Nuovo Ordine Mondiale”.
Si trattava di un progetto geopolitico a lungo cullatodai più importanti think tank globalisti, un progetto che conobbe una grande accelerazione proprio in seguito all’attacco subito dall’impero nel suo cuore finanziario e militare.
Un progetto che non ha mai avuto come fine ultimo l’egemonia incontrastata degli Stati Uniti sul resto del pianeta, come in molti avevano pensato, ma un programma a lungo termine in cui i poteri nazionali sarebbero passati in secondo piano rispetto alla guida sapiente di un insieme di circoli elitari transazionali, capaci di gestire e direzionare le strutture finanziarie, mediatiche e culturali di gran parte del pianeta.
In questo quadro, l’11 Settembre del 2001 ha rappresentato il giorno del sacrificio, il momento in cui si dette il via alla fase finale della distruzione delle strutture del vecchio ordine.
Così, gli Stati Uniti, concepiti dai padri fondatori come la nuova Israele, perdevano in pochi istanti il segno della loro vocazione messianica, le due torri che come le due colonne del Tempio di Gerusalemme segnavano il varco d’ingresso attraverso cui accedere nello spazio più sacro della Terra Promessa.
Crollavano le Torri e crollava il Tempio, e suonavano le trombe che davano il via ad un decennio di battaglie e devastazioni, una serie di guerre scatenate sulla base di menzogne e falsità palesi a cui l’universo occidentale, quello dei buoni, credeva con poche esitazioni.
Un sacrificio che prevedeva anche l’auto annientamento degli stessi Stati Uniti, scivolati ormai in una decadenza economica e sociale irreversibile.
Guidati per otto dei dieci anni del decennio dal presidente più incompetente della loro storia, un povero uomo schiavo dell’alcolismo e con un quoziente intellettivo di molto inferiore a quello della media del suo popolo, impotente e ignaro dei processi che attorno a lui si verificavano.
La sua presenza rendeva evidente il fatto che le strutture di potere ufficiali avevano un ruolo secondario, mentre diveniva palese anche ai più ingenui che le decisioni venivano prese da entità non immediatamente riconoscibili.
Gli Stati Uniti hanno quindi avuto il compito in questo decennio di porre fine al vecchio ordine, preparando il terreno per quello che sarà un ordine del tutto diverso, un ordine la cui forma è difficilmente prevedibile, e la cui costruzione richiede ancora del tempo.
Allo stesso modo è destinata a mutare l’intera architettura finanziaria che ha caratterizzato, con alti e abissi, la storia degli ultimi 100 anni.
Un’architettura priva di fondamenta, un castello di carte capace di crescere per decenni in maniera spropositata dando l’illusione di poggiare su solide basi.
Un sistema fondato sulla moneta creata dal nulla, su bolle che si gonfiano e si sgonfiano e che vengono sostituite da bolle ancora più grandi, in attesa dello scoppio finale; difficile dire quando il crollo avverrà, così come ignote saranno le modalità e le tempistiche.

Nel 2008 c’è stata una scossa generale, ed ancora adesso la maggioranza delle persone non ha compreso l’entità della “crisi” che si è palesata.
Ma l’inganno potrà ancora andare avanti a lungo, per anni, forse decenni.
Quello che è certo è che le economie fondate sui debiti che crescono in maniera esponenziale e sulla creazione incontrollata di moneta dal nulla non possono durare in eterno: arriva il momento in cui gli schemi ponzi collassano, nonostante per anni si possa avere l’impressione che nel gioco tutti possano guadagnare.
A livello politico-mondiale abbiamo quindi visto in questo decennio l’accentuarsi della decadenza morale ed economica della più grande potenza imperiale del secolo scorso, abbiamo sperimentato gli effetti delle prime crepe del complesso strutturale del sistema finanziario globale ed abbiamo anche assistito alla pianificazione di quel processo battezzato “scontro di civiltà”, preludio all’ atto finale che ci attende nei prossimi decenni.
Atto finale che con grande probabilità avrà come cornice il luogo che da sempre si prepara a tale compito, la Terra Santa per eccellenza.
Ma questo è un copione che deve ancora essere completato.Nel frattempo, siamo tutti spettatori di un momento storico emozionante e complesso, quel finale di partita in cui i giocatori più scaltri possono permettersi di giocare senza maschere, prendendosi il lusso di mostrarsi per quello che sono, nella consapevolezza che pochi saranno, comunque, in grado di riconoscere l’espressione dei loro volti.
Un addio quindi a questo primo decennio del XXI secolo che giunge a termine, un decennio che ha corso in modo molto rapido.
Ed un saluto anche agli anni che ci attendono, che perlomeno avranno un nome.
Viviamo in tempi assai interessanti.

22 luglio 2009

L'ulivo, il Mediterraneo, la pace in fiamme in Palestina

In mattinata, un gruppo di coloni israeliani ha dato fuoco ad almeno 1500 ulivi, in Cisgiordania, appartenenti a contadini palestinesi. Le coltivazioni sono state distrutte come forma di rappresaglia contro lo sgombero di alcuni avamposti illegali dei coloni, effettuati dalle forze di polizia israeliane.
Peacereporter.net


Un antico mito narra di come la città di Atene venne fondata da Poseidone ed Atena, e di come in seguito le due divinità non riuscirono a trovare un accordo su chi dovesse dare il proprio nome e la propria protezione alla città.
Si decise allora di far scegliere direttamente agli ateniesi quale sarebbe stata la propria divinità protettrice.

Poseidone per ingraziarsi il favore dei cittadini fece loro dono di uno splendido cavallo bianco, ed assicurò il proprio appoggio incondizionato nelle battaglie che la città avrebbe affrontato.
Atena invece fece sorgere dalla terra un ulivo.
Poseidone offriva alla città la via della guerra e della conquista, mentre nell’ulivo di Atena erano rappresentate le virtù della saggezza e della prudenza, e soprattutto i benefici della pace.
Il popolo di Atene scelse di accettare il dono della dea, il cui nome fu dato alla città, e l’ulivo divenne uno dei suoi simboli.
Coloro che sono nati sulle rive del mediterraneo sanno che per quanto ci si sposti lungo le sue sponde, per quanto cambino le lingue e il colore della pelle delle persone che via via si incontreranno, l’uniformità del paesaggio saprà sempre infondere un senso di rassicurante familiarità, così come il ritrovare lungo tutte le coste la presenza dell’ulivo darà l’impressione di non essersi mai allontanati dalla propria casa.
Così come per secoli non vi fu alcuna identità europea nel nostro continente, ed i popoli che vi abitavano potevano essere divisi, allora come oggi, in due grandi famiglie: coloro che utilizzavano il burro ed il grasso per cucinare e coloro che invece avevano il privilegio di disporre dell’olio d’oliva.
La diffusione della pianta dell’ulivo nel mediterraneo


Dalle colline di lavanda della Provenza fino ai boschi del Libano, da Gibilterra alla foce del Nilo, da Misirlou a Miriam, dal paradiso in terra della Morea fino a Smirne che ancora brucia, vi è un’unica anima che percorre le terre che si affacciano sul nostro mare, un’anima a cui l’albero dell’ulivo ha saputo dare un corpo.
Dalle colonne d’Ercole fino in Palestina, vicino ai prati fioriti dove la giovane Europa venne rapita da Zeus, nella terra tre volte santa dove quella pace che l’ulivo da sempre simboleggia pare non essere mai di casa.
La Palestina, la terra dove pochi giorni fa un gruppo di coloni ebrei fondamentalisti, armati di torce, ha dato alle fiamme più di 1.500 alberi di ulivo, un gesto il cui tetro simbolismo gela il sangue.

Portatori di discordia, costruttori di colonie la cui presenza è dichiarata illegale anche dalle misere organizzazioni sovranazionali terrene: neppure la conclamata ipocrisia di queste ultime, infatti, è in grado di fornire una giustificazione ad un sopruso di tali dimensioni.
Hanno bruciato gli ulivi, l’unica fonte di sostentamento rimasta alle genti che abitano quelle terre da decine di generazioni.
Nel nome di un Dio il cui volere interpretano a loro piacimento, con l’unica giustificazione di un testo sacro che dal loro punto di vista affida quelle terre alla loro progenie, a coloro che condividono il loro stesso sangue incontaminato.
Una terra che hanno dimostrato di non amare, una terra che pretendono loro  ma che non esitano a violentare ed a bruciare, mandando in cenere le sue creature più nobili, dando alle fiamme la sua stessa anima.

Ulivi dati in fiamme dai coloni ebrei in Palestina
15 maggio 2009

Stampa e potere

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