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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
25 novembre 2014

Cause fear is strong and love's for everyone

 

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24 novembre 2014

L'eterna corsa dell'auriga

Un carro che vola trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero, che spingono in direzioni opposte.
E un auriga che cerca con tutte le sue forze di mantenere la rotta, sempre ad un passo dal precipitare.
Questa è l’immagine che Platone usa nel Fedro per descrive la complessità dell’anima umana, nel celebre mito dell’auriga, o della biga alata.
E invero, non vi è immagine più precisa e più completa, nella sua semplicità, che possa sintetizzare meglio le componenti profonde di ogni essere umano.

Il cavallo scuro, simbolo degli istinti e della parte terrena dell’uomo, è il più impetuoso, e cerca con tutte le sue forze di raggiungere il suolo, il luogo a cui appartiene, un mondo dominato dai sensi e dal desiderio di soddisfare tutti i bisogni legati al corpo fisico.
Il cavallo bianco, al contrario, rappresenta la scintilla divina presente nel cuore, e spinge il carro verso l’alto, desideroso di raggiungere il mondo celeste da cui origina, per fondersi di nuovo con la realtà divina che lo ha generato, e a cui è destinato a fare ritorno.
E a tenere a bada queste forze contrastanti vi è l’auriga che guida il carro, e che tenta in primis di non precipitare, per poi provare, con tutte le capacità di cui è stato dotato, di direzionare la sua biga verso il luogo che ritiene più consono.
L’auriga è immagine della componente razionale dell’uomo, è il nous, la mente, la coscienza, il pensiero vero e proprio, quella parte a cui l’essere si riferisce quanto pensa al concetto di Io.
Egli si ritrova su un carro che procede al di là della sua volontà, trainato da forze esterne, su cui possiede una debole capacità di controllo.
Non è infatti l’auriga a far avanzare il carro: se non fosse per i due cavalli, sarebbe fermo, a terra.
Al sicuro, ma fermo, senza la possibilità di avanzare, o di salire.

L’essere umano è un composto di diversi elementi che vivono al suo interno, veri e propri personaggi, attori senzienti che occupano il corpo nello stesso modo in cui dei coinquilini si dividono una stanza, e questa è una verità nota da sempre, una realtà che Platone sintetizzò con questa poetica allegoria.
Così, gran parte dei conflitti che gli esseri umani affrontano nel corso delle loro vite nascono nel momento in cui tale verità è dimenticata: posti davanti a diverse pulsioni, dovendo dare ascolto a diverse voci che provengono dal profondo dell’anima, gli uomini faticano a gestire i diversi voleri che spingono loro in direzioni opposte.
Perchè come i saggi insegnano occorre volere, sì, ma quale volontà occorre seguire?
Se non si comprende che vi sono forze opposte che agiscono in noi, il percepire pulsioni avverse porta inevitabilmente alla stasi, ad un corto circuito interiore senza sbocco.

Ed anche quando tali diverse pulsioni vengono riconosciute, quando finalmente ad esse si dà un nome e si comprende la loro natura, occorre ancora una volta tenere presente che il nostro carro ha bisogno di tutti suoi cavalli per muoversi.
Non si può decidere di abbattere il cavallo che spinge nella direzione opposta a quella che la nostra mente ha alla fine prediletto: i cavalli vanno direzionati, non possono essere abbattuti.

La scienza contemporanea, con la prosaicità che le è congeniale, ha riposto nel cervello e nel sistema nervoso dell’essere umano il centro direzionale del controllo, del pensiero e della coscienza, e a sua volta ha individuato nella parte più arcaica del nostro cervello, il cosiddetto cervello rettiliano, la sede del cavallo nero.
Là risiedono tutti gli istinti che la mente superiore non può eliminare, ma solo tenere a freno.
Istinti che spingono verso due obbiettivi: la sopravvivenza e la riproduzione.
Il cavallo nero sa cosa vuole, e non conosce i concetti di giusto o sbagliato: si lancia a testa bassa, in modo irruento, verso tutto quello che porta alla sua meta, travolgendo senza secondi pensieri tutto quello che trova lungo la sua strada.

Il cavallo bianco, al contrario, ha modi gentili e miti, e per quanto la sua forza sia immensa, di gran lunga superiore a quella del suo fratello scuro, diversamente da lui non si impone.
Va cercato, nutrito, continuamente.
E’ l’aspirazione di elevarsi che occorre vivere concretamente, dedicandoci la maggior parte delle proprie energie, con una dedizione incessante.

In questo gioco di effimeri equilibri, sembrerebbe che il nous, la mente, la coscienza, o consapevolezza di sé, sia l’unico attore con una libertà da gestire.
Ma anch’egli, per quanto dotato di questo libero arbitrio, è a sua volta forgiato da mille condizionamenti, assorbiti dal mondo esterno nel corso della sua esistenza.
Così, oltre a dover gestire i due cavalli che trascinano il suo carro, l’auriga deve fare i conti con le voci che gli indicano il modo di guidare, che gli suggeriscono la direzione da seguire.
Dove dimora la sua volontà, in questo?
L’auriga, sempre in bilico, deve interpretare l’origine di ogni sua volere: quale spinta arriva dal cavallo nero, quale da quello bianco, quali voci arrivano dal mondo esterno, e, soprattutto, in mezzo a tutto questo, c’è qualcosa che può effettivamente dirsi una volontà totalmente SUA?

In verità, il segreto del carro sta nel suo continuo movimento: ogni auriga è troppo preoccupato di tenerne a bada la folle corsa per riflettere sul senso del movimento stesso.
Il carro procede, sempre, e questo è quanto.
E se l’auriga si distrae, e riflette sul perché si trovi su quel carro, rischia di schiantarsi al suolo.
E lo schianto non è un’opzione.

6 luglio 2014

Una lunga pausa

Sono passati oltre sei mesi dall’ultimo aggiornamento, eppure, nonostante tutto, non mi va di scrivere un post di commiato per questo blog.
In questo effimero mondo virtuale, questo luogo per me resta una sorta di casa: anche se mi assento per un lungo tempo, voglio comunque avere un posto in cui poter tornare, se dovessi sentirne il bisogno.
Questo solo per dire che siamo ancora in vita.

 

31 gennaio 2014

Yohio, l'uomo nuovo

Prendi un diciottenne svedese, appassionato di musica metal e di cultura giapponese, discretamente bravo nel suonare la chitarra ed affascinato dall’immaginario pop nipponico.
Mescola tutto insieme: quello che ne esce fuori è difficilmente immaginabile, si fa prima a darci un’occhiata.


Lui è Yohio, al secolo Kevin Johio Lucas Rehn Eires, figlio di Tommy Rehn, cantante dei Corroded, band heavy metal scandinava.
All’età di dieci anni scopre il mondo dei manga, impara a parlare fluentemente il giapponese mentre sotto lo sguardo compiaciuto del papà si avvicina anche al mondo della musica.
Unendo le sue passioni, inizia a comporre canzoni, influenzato dal sound metal tipicamente scandinavo e cantando in giapponese, e acquista una certa popolarità in terra nipponica anche grazie al suo look particolare.
Yohio, infatti, pur suonando essenzialmente un hard rock dalle influenze metal, si esibisce vestito da lolita, e nei suoi videoclip predomina l’estetica kitch e colorata tipica della moda giovanile giapponese.
Una volta gli scandinavi se ne andavano in giro a bruciare villaggi ed a depredare monasteri, adesso a quanto pare preferisono cantare vestendosi da lolite.

Il giovane svedese quindi a suo modo rappresenta una perfetta sintesi del nuovo uomo che da qualche tempo si va plasmando, multiculturale, aperto ad ogni forma di influenza, senza un sesso preciso.
Il suo successo tra i giovani nipponici dimostra anche che ormai le nuove generazioni sono pronte ad abbracciare definitivamente tale modello, incapaci di vedere in tutto questo alcunchè di strano.

Yohio col papà Tommy, che gli fa anche da manager
 

Si veda anche a proposito il nuovo libro di Gianluca Marletta ed Enrica Perrucchietti, UNISEX. LA CREAZIONE DELL’UOMO SENZA IDENTITA’.

 

30 gennaio 2014

Intermezzo: due - tre regole per i commenti

I commenti sono di nuovo aperti, e il blog riprenderà  il suo corso naturale.
Per evitare in futuro altri piccoli grattacapi, penso che sia opportuno mettere per iscritto alcune semplici regole, facili da ricordare e da rispettare, regole che hanno il solo scopo di permettere un fluido e sereno svilupparsi delle discussioni.
La regola principale sotto esposta vigeva da sempre in questo luogo, anche se mai ufficalmente espressa in un post, le altre ne sono la naturale espansione.
In breve:

La prima regola da rispettare per chi volesse commentare un articolo è quella di avere sempre massimo rispetto degli altri interlocutori.
Gli attacchi personali non sono permessi.
La mia valutazione di “attacco personale” è ampia, e potrebbe essere diversa da quella di chi commenta.
Nel caso in cui le valutazioni divergano, prevale ovviamente la mia; potrei giudicare attacco personale anche una semplice allusione, o una frecciatina, oppure semplicemente un tono sopra le righe.
Nei giorni in cui mi capiterà di avere un leggero mal di testa questo margine sarà ancora più ampio.
I commenti incriminati verranno rimossi nella loro interezza non appena li avrò letti, senza la necessità da parte mia di offrire ulteriori spiegazioni.
I commenti che rispondono a provocazioni verranno rimossi a loro volta, anche se si trattava di legittima difesa.

La possibilità di inserire immagini all’interno dei commenti è stata eliminata, per una questione di estetica.

Non ci sarà nessuna moderazione preventiva, e nessun ban nei confronti di chichessia.
Le regole servono ad esclusiva tutela delle discussioni, e non sono contro le persone.
Un commento che non viola le regole verrà sempre pubblicato, a prescindere da chi ne sia l’autore.

Nient’altro.
Risulta anche superfluo ricordare che questo blog è un blog privato, lo gestisco io mettendoci il nome e la faccia e i soldi per lo spazio del server e del dominio, e di conseguenza sono l’unico responsabile e giudice di quello che appare in questo spazio.
Le regole sono semplici, e se a qualcuno appaiono oppressive e limitanti della propria libertà di espressione ricordo solo che il web è immenso, e i posti in cui potersi esprimere sono infiniti.
Vediamo cosa succede.

State sempre bene.

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