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-o- Too late to die young -o-
13 febbraio 2016

Dresda 1945: la banalità del bene

Dresda, 13 Febbraio 1945

C’erano i buoni da una parte, e c’erano i cattivi dall’altra.
I cattivi volevano imporre la loro dittatura su tutto il mondo, i buoni si battevano per la libertà e per la democrazia.
Per fortuna, e grazie a Dio, hanno vinto i buoni, perché il bene vince sempre, alla fine, e noi oggi siamo liberi e democratici.
Questo è il mito fondante della nostra civiltà contemporanea, e questo ci viene insegnato sin da bambini sui banchi di scuola.
E i cattivi facevano veramente delle cose orribili, ed avevano una ideologia terribile.
E su questo ci sono pochi dubbi.
Ma a volte qualcosa non torna nemmeno quando si studia la storia dei buoni.
Ci fu Hiroshima, ci fu Nagasaki.
Si calcolano circa 200.000 vittime.
Fu necessario, ci viene detto.
200.000 morti necessarie.
Necessarie per cosa, verrebbe da chiedersi, per evitare cosa?
Cosa peggio di 200.000 persone che muoiono nel giro di tre giorni?
Fu necessario per concludere la guerra, ci viene spiegato.
In fondo, se i buoni hanno fatto una cosa del genere, ci sarà stato un buon motivo.
Così ci fu Hiroshima, e Nagasaki.
E prima ancora ci fu Dresda.

Dresda, 13 Febbraio 1945

Non se ne parla molto, di Dresda.
Anche i buoni a volte fanno delle cose di cui un po’ si vergognano.
Era il 13 Febbraio del 1945, 71 anni fa.

Alle ore 22.08 di martedì grasso (13 febbraio 1945) le sirene di allarme aereo vennero a interrompere i clown che si stavano esibendo nel carosello finale allo spettacolo carnevalesco del Circo Sarassini.
[…]
Due soli minuti dopo il cielo incominciava ad affollarsi: i primi quadrimotori Lancaster dell’83° squadriglia inglese lasciavano cadere grappoli di bengala che illuminavano a giorno la città, poi seguirono pochi Mosquitos, agili cacciabombardieri il cui compito era quello di individuare con bombe segnaletiche rosse l’epicentro del bombardamento, lo stadio sportivo.
I Mosquitos fecero egregiamente il loro compito: nel centro esatto dello stadio si levava ora una luminosissima colonna rossa. I bombardieri avevano il loro bersaglio.

Dalle 22.13 alle 22.30 i Lancaster scaricano sulla città le terribili bombe dirompenti da 1.800 e 3.600 libbre. Poi si allontanano in direzione di Strasburgo, volando bassi per sfuggire ai radar tedeschi. I soccorsi iniziano ad affluire dalle città vicine, mentre gli abitanti escono lentamente dai rifugi. Erano quello che attendevano gli alleati: far uscire la gente, far arrivare i soccorsi, e tornare a colpire.

La “Tecnica del massacro”.

Ore 1.28 del 14 febbraio. La seconda ondata arriva, indisturbata come la prima. Altri 529 Lancaster portano nelle stive 650.000 bombe: per lo più sono tutti ordigni incendiari. E’ l’inizio dell’inferno. Bombardando a destra e a sinistra delle zone già colpite dal primo attacco gli inglesi riescono a provocare la tempesta di fuoco. Dalle case già sventrate dalle bombe dirompenti viene aspirato ogni oggetto e ogni persona che si trovi nel primo chilometro dall’immane incendio.
[…]
Il pilota di un Lancaster rimasto indietro racconterà: “C’era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando all’orrore che c’era là sotto… “
Alla fine si calcola che i morti furono 135.000, probabilmente 200.000.
La II Guerra Mondiale stava giungendo a termine, la Germania era prossima a capitolare, e Dresda era una città senza impianti di produzione bellica, senza difesa contraerea, abitata da civili e da profughi che vi avevano trovato rifugio, in quanto era diffusa la convinzione che gli alleati non avrebbero avuto nessun motivo per attaccare una città indifesa che non rappresentava nessuna fonte di pericolo.
Dresda, 13 Febbraio 1945

Eppure quell’attacco ci fu, a freddo; un’operazione che aveva il solo scopo di diffondere il massacro e il panico tra la popolazione; una sorta di punizione collettiva, fatta dai buoni contro i cattivi.
E quella guerra i cattivi la persero, alla fine.
Ma furono davvero i buoni, quelli che vinsero?

 

Dresda, 14 febbraio 1945

6 febbraio 2016

Sweet Oblivion

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15 gennaio 2016

Il giardino del creato

In principio era il verbo, e il verbo si fece carne, materia.
Noi viviamo in questa dimensione, in cui il sensibile e il non sensibile si fondono, e questa dimensione in cui noi ci muoviamo è il regno della creazione.
La creazione è il senso stesso della manifestazione dell’Essere, è l’Essere che si plasma e prende forma.
Ora, ci sono due modi in cui si può concepire questo processo: si può vedere questa manifestazione dell’Essere, questa sua emanazione che erompe e genera il mondo materiale, come il compimento di un processo necessario, vitale e quindi positivo, oppure si può giudicare questo fluire come una caduta nefasta, in cui lo spirituale degenera nel terreno, scendendo di livello.
Nel primo caso si assume l’opera dell’Essere, e il suo manifestarsi, come atto necessario, dovuto, e quindi benevolo.
Il nostro singolo ruolo, in questo processo, sarebbe quello di agire a favore della creazione, perpetuandola, continuando, nella nostra veste di creature, l’opera dell’Essere.
Agire per la creazione significa quindi propriamente “creare”, generare, prendersi cura dell’esistente come fosse un giardino da far fiorire.
Noi siamo i giardineri della creazione.

Al contrario, nel considerare la manifestazione materiale, ilica, quale degenerazione di una ipotetica essenza perfetta e ideale, eterea e intangibile, esclusivamente spirituale, ecco che essa diviene mero strumento, pietra senza vita e senza scopo, ostacolo alla risalita verso una vetta dimenticata.
Ogni regola morale ed etica perde quindi di valore, nell’universo materiale, dal momento che esso è già di per sè il regno della degenerazione e del male.
In questa visione, la distruzione della manifestazione materiale, con ogni mezzo, la dissoluzione propriamente detta, diventa unico imperativo.
Dissoluzione è quindi agire contro la creazione, non solo non agendo per il completamento dell’opera dell’Essere, ma adoperandosi altresì per l’estinzione dell’esistente ilico.
Quello che prima veniva definito male viene quindi in questo modo considerato non solo lecito ma auspicabile: omicidi, guerre, devastazioni massacri ed ogni forma di ribaltamento dei legami empatici tra gli esseri umani e la natura stessa.

I libri e i pensieri degli uomini che ci hanno preceduto possono aiutarci a considerare la questione, possono definire il grande campo di lotta a cui l’universo va incontro e in cui noi stessi siamo chiamati a partecipare, ma è solo ascoltando quello che portiamo dentro, recuperando e raggiungendo la nostra parte più sacra, che possiamo decidere da che parte stare, se innafiare  e coltivare il giardino del creato oppure dargli fuoco.

si veda anche L’essenza del Satanismo

10 gennaio 2016

Akakia

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4 gennaio 2016

I taglialegna del re - parte II

I taglialegna del re – parte prima

Il sole raggiunse il punto più alto nel suo viaggio nelle strade del cielo, e fu allora che tornò il re, dopo aver visitato le altre baracche.
Ritrovò Olaf dove lo aveva lasciato, seduto sull’uscio mentre stringeva la sua scure.
Il re scese dal suo cavallo, e gli si avvicinò.
“Dimmi, giovane, sai perchè vi ho mandati qui?”
“Fino a ieri credevo che volessi che tagliassimo la legna, sire.”
“E oggi invece cosa credi?”
Olaf alzò lo sguardo da terra, si fece coraggio e guardò il suo re: “Tu ci hai mandato qui affinchè imparassimo a costruire le scuri.”
“E’ così. E adesso dimmi, giovane: come si impara a costruire le scuri?”
“Tagliando gli alberi, sire.”
“Infatti. Tu ci hai messo tre anni per capirlo, mentre i tuoi amici, senza pensarci, hanno trovato il modo sin da subito.”
“Ma perchè, sire, non ce lo hai detto? Perchè non ci hai detto sin dal primo momento che il nostro compito sarebbe stato quello di costruire scuri?”
“Se ve l’avessi detto sin da subito vi sareste concentrati su quello, avreste impiegato il vostro tempo a costruire la scure migliore, proprio come hai fatto tu.
Poi una volta soddisfatti l’avreste provata su un albero, forse due, e vedendo che era funzionale avreste considerato il vostro lavoro completato.
Ma una buona scure non è quella bella a vedersi, come la tua, quella che taglia un albero o due.
Una buone scure serve al taglialegna per lavorare da mattina a sera: deve essere robusta e resistente ma anche pratica, deve essere dura ma il più leggera possibile, perchè è controproducente aggiungere ulteriore fatica ad un lavoro già di per sé duro e sfiancante.
E adesso dimmi, giovane Olaf: come si può ottenere una scure così?”
“Tagliando alberi, tanti alberi.
Provando e riprovando, rompendo decine di scuri e abbandonando quelle troppe pesanti. Tagliando tanti alberi, sire.”
“Esatto, mio giovane pensatore. I fabbri della città da tempo ormai fanno a gara per forgiare le scuri più scintillanti e maestose; hanno imparato il mestiere dai loro padri, ed essi a loro volta lo avevano ereditato dai propri genitori.
Ma i fabbri di adesso, artigiani dotati e maestri forgiatori, non hanno mai tagliato un albero in vita loro, con le scuri che creano, e si sono dimenticati a cosa effettivamente le loro creazioni servano.
Per questo ho scelto voi, quattro giovani che mi erano stati segnalati per la loro prontezza ed intelligenza, e vi ho mandati qui.
Affinchè tagliando alberi poteste imparare a costruire delle scuri finalmente utili al loro scopo.
Ora i tuoi tre amici verranno con me al castello, e insegneranno agli apprendisti come effettivamente una scure vada forgiata.”

Olaf rimase in silenzio a riflettere sulle parole del re.
Lui di alberi non ne aveva tagliato nemmeno uno.
La conoscenza che aveva scovato nei libri era preziosa, ma solo con l’atto in sé sarebbe potuto giungere al vero sapere.
Quale beffa: aveva imparato una grande lezione, ma a cosa gli serviva?

“Che ne sarà di me, ora, sire?” chiese infine Olaf al suo re.
Il re lo guardò negli occhi, poi si girò e raggiunse il suo destriero.
Vi salì ed infine si rivolse ad Olaf.
“Ci vediamo tra un anno, e vedi di avere una buona scure. Mi servono altri fabbri, al castello.”

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