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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
6 marzo 2015

Autorità, coscienza ed obbedienza

Il flusso del potere – Parte IV

L’eunuco si fregò le mani incipriate. «Posso congedarmi da te con un piccolo indovinello, lord Tyrion?»
Proseguì senza attendere una risposta: «Tre grandi uomini siedono in una stanza, un re, un prete e un ricco con il suo oro. Tra loro c’è un mercenario, un ometto di umili origini e senza troppo cervello. Ognuno dei tre grandi uomini ordina al mercenario di uccidere gli altri due.
“Uccidili” dice il re “perché io sono il tuo signore.”
“Uccidili” dice il prete “perché io te l’ordino nel nome degli Dei.”
“Uccidili” dice il ricco “e tutto quest’oro sarà tuo.”
Per cui, dimmi, mio lord: chi sarà a vivere e chi a morire?». […]
«Il re, il prete e il ricco… chi vive e chi muore? A chi di loro obbedirà il mercenario? E’ un indovinello che non ha risposta. O meglio, che di risposte ne ha troppe. Tutto dipende dall’uomo con la spada.»
«Eppure, quell’uomo non è nessuno» commentò Varys. «Non possiede corona, né oro, né il favore degli Dei. Possiede solo un pezzo di acciaio acuminato.»
«Ma quel pezzo d’acciaio ha il potere di vita e di morte.»
«Per l’appunto… Quindi, se sono i guerrieri, in realtà, a dominare il mondo, per quale motivo facciamo finta che siano i re a detenere il potere? […]»
«Perché (quei re) possono chiamare altri uomini, con altre spade.»
«E allora sono quegli altri uomini con le spade ad avere il potere. Ma lo hanno veramente? Da dove provengono le loro spade? Perché quegli uomini, alla fine, obbediscono?»
Varys continuò a sorridere. «C’è chi dice che il sapere è potere. Altri dicono che il potere arriva dagli Dei, altri ancora che deriva dalla legge. […]»
«Facciamola finita, Varys.» Tyrion tornò a inclinare la testa di lato. «Hai intenzione di darmi una risposta al tuo maledetto enigma, o vuoi solo che il mio mal di testa peggiori?»
«Vuoi la risposta? Eccola.» Varys non smise di sorridere. «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno.»
Il Regno dei Lupi, George R. R. Martin

 

L’essere umano si comporta in maniera differente a seconda che si trovi da solo oppure all’interno di un contesto collettivo, e questo non rappresenta certo un mistero.
Quello che invece potrebbe stupire è il comprendere quanto questa diversità possa risultare marcata in determinati contesti sociali: non si tratta infatti di un semplice adattamento per venire incontro alle norme di comportamento civile a cui tutti, in qualche maniera, sono stati educati sin da bambini, ma di un vero e proprio emergere di una persona diversa, che presenta caratteristiche che nel singolo si manifestano solamente in dei precisi scenari.

L’uomo come mammifero sociale

L’uomo, tra le altre cose, è anche un mammifero, e la zoologia ci suggerisce un indizio importante per introdurre l’argomento che qui verrà trattato.
I mammiferi, infatti, si dividono in due gruppi, quelli che conducono una vita perlopiù solitaria, marcando un proprio territorio personale, cacciando e nutrendosi da soli, e quelli che vivono in branchi, in gruppi sociali complessi all’interno dei quali si sviluppano delle precise gerarchie.
Caratteristica di ogni branco è la presenza di uno o più leader, le cui decisioni sono seguite dal resto del gruppo senza esitazione.
E’ essenziale notare che gli esseri umani sono stati in grado di addomesticare solamente i mammiferi facenti parte della seconda categoria, dal momento che solo sostituendosi al ruolo di leader naturale di un branco l’uomo può assoggettare gli animali al suo volere, impartendo ordini che verranno placidamente eseguiti.

Tutte le specie di grandi mammiferi addomesticate infatti rispondono a tale criterio: vivono in branchi, grandi o piccoli, sottostanno ad una struttura gerarchica, hanno un leader riconosciuto e non sono territoriali.
L’uomo quindi non deve fare altro che prendere il posto del leader, del capobranco, e potrà essere obbedito dal resto dei componenti del gruppo.
L’esempio più comune a cui pensare è quello della domesticazione dei cani, che nei loro padroni individuano quello che per i loro antenati lupi era il maschio alfa, l’esemplare dominante, a cui riservavano totale dedizione.
Lo stesso accade per i cavalli, che nello stato selvaggio vivono in piccoli branchi rigidamente gerarchici facenti capo alla femmina più anziana, o con le pecore, laddove il pastore diviene guida indiscussa.
Una specie i cui esemplari non costituiscano un branco con un leader riconosciuto non potrà mai essere addomesticata, per quanti tentativi si facciano.

Dal canto suo, l’essere umano si differenzia dai suoi parenti mammiferi sotto innumerevoli aspetti, e non rientra appieno all’interno di alcuna delle due categorie, oscillando dall’una all’altra a seconda della situazione sociale in cui si trova, a seconda della propria indole personale e di mille altri fattori; nonostante questo, anche l’uomo generalmente riproduce a sua volta legami sociali che per molti aspetti sono riconducibili a quelli sviluppati dagli animali che vivono in branchi.

L’uomo all’interno di questi contesti sociali crea delle gerarchie dove riconosce dei leader portatori di una certa autorità, al cui volere si assoggetta, entro determinati confini.
Che si tratti della famiglia, della scuola, dell’esercito, del sistema democratico, gli uomini tendono a riconoscere delle autorità legittime nel loro campo di competenza, e i loro ordini saranno eseguiti con diligenza.
Ma come muta l’atteggiamento del singolo a seconda che si trovi ad agire in autonomia oppure dietro la spinta di un’autorità riconosciuta?

La coscienza collettiva

Gustave Le Bon nel suo celebre Psicologia delle folle, analizzando il comportamento del singolo che viene a far parte di un grande gruppo di persone, di una folla, introdusse il concetto di anima collettiva.

In talune circostanze prestabilite, e soltanto in tali circostanze, un agglomeramento di uomini possiede caratteri nuovi, molto diversi da quelli degli individui di cui esso si compone.
La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità sono orientate in una stessa direzione.
Si forma un’anima collettiva, senza dubbio passeggera, ma che presenta ben precisi caratteri.
La collettività diventa allora ciò che, per mancanza di una migliore espressione – io chiamerei una folla organizzata, o, se lo preferite, una folla psicologica.

Le Bon quindi descrive il modo in cui l’anima del singolo, la sua coscienza, possa in determinate situazioni eclissarsi, sostituita da una coscienza superiore, collettiva.
In una situazione simile il singolo è aperto a ricevere e a fare suoi stimoli che gli giungono dall’esterno, pronto ad agire in maniera anche non conforme con i propri precetti etici e morali, dal momento che la sua propria coscienza è momentaneamente sostituita.
Le Bon nella sua disamina descrive il modo in cui un abile leader, o un bravo oratore, possa in tale circostanza assumere il controllo della folla, dando egli voce alla coscienza collettiva pronta ad essere accolta dalla massa.
La storia passata, remota e prossima, e il nostro stesso presente sono la prova pratica di come questo processo non sia solamente teorico, ma abbia avuto con regolarità applicazioni pratiche.
Non a caso, i maggiori dittatori ed incantatori di folle del XX secolo, da Hitler a Stalin a Mussolini, furono avidi studiosi dei testi di Le Bon, ed usarono le sue scoperte nel campo della psicologia sociale a proprio vantaggio, per meglio manipolare i propri sudditi e spingerli in imprese terribili che alla maggior parte delle singole coscienze sarebbero apparse mostruose.

Obbedienza all’autorità, l’esperimento di Milgram

Questa forma di alienazione dalla propria coscienza da parte del singolo fu investigata da un’ulteriore angolazione dal psicologo americano Stanley Milgram negli anni 60, nel celebre esperimento che porta il suo nome.
Milgram, che diede un enorme contributo alla scienza della psicologia sociale, voleva dare una risposta ad un interrogativo oltremodo scomodo che all’epoca tormentava il mondo occidentale: a pochi anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale, ancora l’occidente non poteva spiegarsi come una dottrina di morte e sterminio avesse potuto fare breccia nella maggioranza della popolazione di alcuni stati definiti “civili”, e come un numero così grande di persone si fosse prestato per attuare piani di sterminio pianificati da una elite di menti criminali.
Un aspetto infatti che aveva scosso l’opinione pubblica del dopoguerra fu lo scoprire che tra gli esecutori dei piani di sterminio nazisti si trovavano una schiera di grigi e anonimi burocrati, persone dalla vita normale che si erano trovati nei diversi gradi della catena di comando ed avevano obbedito ai loro superiori svolgendo con meticolosità il proprio compito, semplicemente, come se si fosse trattato di un lavoro burocratico qualunque.

Non c’erano mostri grondanti sangue tra gli esecutori dei piani, ma persone “normali” che facevano il loro dovere, in maniera asettica.
Milgram quindi voleva comprendere se il caso tedesco fosse un unicum, oppure se in determinate situazioni gli uomini possono davvero arrivare a compiere atti che vanno chiaramente contro la propria coscienza per il solo fatto di ubbidire agli ordini di una autorità riconosciuta.

L’esperimento messo in atto da Milgram venne allestito nel seguente modo:

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica.
Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale.
Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo.

I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritta la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo.
Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX.
All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
1. Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
2. ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
3. decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
4. in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”.
Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest’ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, al trentesimo interruttore. Soltanto al termine dell’esperimento i soggetti vennero informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa.

Milgram descrisse il suo esperimento a colleghi e studenti, senza anticiparne i risultati, e tutti furono concordi nel sostenere che, a parte pochi casi di soggetti psicopatici, nessuna persona comune avrebbe portato avanti l’esperimento fino in fondo, rifiutandosi di proseguire di procurare dolore alla vittima.
In realtà, più del 60% dei partecipanti andò avanti nell’esperimento fino al termine, continuando a fornire scosse ben oltre i 450 V, ad un livello che sul macchinario era segnalato come “estremamente doloroso” e oltre.

Occorre ricordarsi che da un certo punto dell’esperimento in poi la “vittima”, legata ad una sedia ed impossibilitata a muoversi, implorava affinchè l’esperimento fosse terminato, gridando dal dolore e sostenendo di non poterlo più reggere.
Dopo la scossa dei 300 V le vittime simulavano inoltre uno stato di incoscienza, estremamente pericoloso quindi per la loro salute, ma anche questo non bastava per fermare i soggetti che continuavano a fornire le scosse.
Molti “insegnanti” mostrarono apertamente la propria preoccupazione, ed espressero anche i loro dubbi sul procedimento, ma solo una minoranza di loro si rifiutò di obbedire agli ordini dello sperimentatore, che intimava a procedere con l’esperimento.
Cosa era successo?
Come fu possibile che persone comuni, operai, professori, padri di famiglia irreprensibili, fossero arrivati al punto di provocare un dolore insopportabile ad un loro simile, che oltretutto non aveva alcuna colpa da scontare, né si poteva minimamente meritare un trattamento simile?
Era successo che i soggetti in questione si erano trovati in una condizione di eteronomia.

L’eteronomia (dal greco antico ἕτερος éteros «diverso, altro» e νόμος nómos «legge, governo») in sociologia e nell’etica è la condizione per cui un soggetto (individuale o collettivo) agisce ricevendo fuori da se stesso la norma e la ragione della propria azione, ovvero attribuendone dunque la colpa, la responsabilità, la vergogna etc. ad altri all’infuori di sé.

La chiave dell’esperimento si trova nella presenza di un’autorità riconosciuta, in questo caso il professore-coordinatore dell’esperimento stesso a cui il soggetto attribuisce le colpe e le conseguenze delle proprie azioni.
Il soggetto, nella veste di mero esecutore di ordini, abdica temporaneamente dalla propria coscienza, ed agisce contrariamente ad essa perchè non si ritiene responsabile del proprio agire, dal momento che si limita ad obbedire a delle indicazioni ricevute da una autorità.
In quel momento, il soggetto si trasforma in una parte della macchina che gestisce, e il centro direzionale è a lui esterno, e con esso anche il concetto di responsabilità.
Milgram in questo modo potè dimostrare che una persona “comune” può arrivare a compiere azioni terribili, se sente che gli ordini che guidano il suo agire arrivano da una autorità legittimata.
C’è quindi negli esseri umani una tendenza a riconoscere, in varie situazioni specifiche, dei leader a cui l’obbedienza è dovuta, e Milgram spiega questo meccanismo psicologico sostenendo che in parte è dovuto alla stessa composizione sociale della nostra civiltà, la cui dinamica complessa necessità obbligatoriamente delle strutture gerarchiche.
Ogni essere umano, inoltre, fin dalla più tenera età viene educato nel riconoscere ed obbedire alle autorità, a partire dall’ambito famigliare, per passare all’educazione scolastica, fino all’ambiente di lavoro, e tale abitudine viene talmente introiettata fino al punto in cui l’obbedienza viene anteposta alla propria stessa coscienza.

L’esperimento di Milgram dimostra infatti come capiti che gli ordini dell’autorità possano entrare in conflitto con i propri conflitti etici, e che quando questo accade, la grande maggioranza delle persone antepone l’obbedienza agli ordini al proprio sentire.
Questa obbedienza, ovviamente, occorre ribadirlo ancora una volta, presuppone la presenza di un leader riconosciuto, di un’autorità legittima.
Ed il grande gioco del potere, in tutti i tempi, è stato quello di inserirsi in questo meccanismo, e arrogarsi la legittimità della propria presenza nei centri decisionali, assumendo in sé anche la funzione di coscienza collettiva dei gruppi sottoposti.
Se ci si dovesse poi domandare su che cosa si fonda oggi il potere legittimo, non si potrebbe che riportare nuovamente la saggezza dell’eunuco Varys: «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno

 

 

Lettura consigliata: Obbedienza all’autorità, Stanley Milgram

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Il Flusso del potere:

Il flusso del potere – Prologo
Il flusso del potere – parte I
Il flusso del potere – flash back
Il flusso del potere – parte II
Il flusso del potere – parte III
Il flusso del potere – secondo intermezzo: popolo e conformismo
Il flusso del potere – parte IV, Autorità, coscienza ed obbedienza.
Il flusso del potere – Epilogo

17 gennaio 2015

State of Love and Trust

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4 gennaio 2015

Racconti dal prossimo futuro

Riceviamo dall’amico P.Paiolo e volentieri pubblichiamo un breve racconto che narra di eventi recenti, da una prospettiva lontana, o forse vicina.

di P. Paiolo

Remember, remember the 5th of November: dal movimento Anonymous al celebre film V for Vendetta, fino alle prime proteste di piazza degli anni 2010,  questa frase rendeva omaggio a tutti i rivoluzionari negli ultimi tempi prima della Caduta.
L’altra data da ricordare negli stessi anni é il 25 gennaio. Molti la ricordano per le elezioni greche.
A fine 2014 fu chiaro a tutti che la maggioranza allora al governo in Grecia non sarebbe stata in grado di eleggere il nuovo presidente della Repubblica.
Per tre volte il parlamento votò e per tre volte non riuscì ad eleggere il presidente.
Furono convocate le elezioni politiche, ai sensi della costituzione greca. I primi sondaggi davano per sicuro il successo del partito anti-austerity SYRIZA.
L’Unione europea ed i poteri della finanza di tutti gli stati temevano l’affermazione di SYRIZA perché la Grecia sotto SYRIZA avrebbe potuto allontanarsi dall’Unione dell’Euro.
L’uscita di una nazione dall’Unione avrebbe messo a rischio l’intera Unione, minacciando le basi stesse dell’Euro e del mondo.
Il mondo infatti era ancora nel pieno della Grande Crisi degli anni 10; le capitali reggevano ma le periferie di tutti gli imperi conoscevano un degrado economico e sociale senza fine.

Il mondo teneva ancora anche se era praticamente sull’orlo del tracollo; qualunque evento – come l’uscita dall’euro di una nazione – sarebbe stato il colpo di grazia agli imperi occidentali e forse a tutto il mondo.
Il partito greco era allora guidato dal giovane Tsipras, un uomo che sembrava pronto a sfidare la vile Bruxelles per salvare la sua nazione.
Il giorno della verità per lui e per la Grecia fu fissato per il 25 gennaio 2015.
Molti ricordano un altro 25 gennaio: quello del 2011, per la Rivoluzione Egiziana.
Alcuni, in ciò che resta del mondo arabo, ancora celebrano il 25 Gennaio come il giorno della prima grande manifestazione di piazza in Egitto. La protesta continuò e portò in pochi giorni al rovesciamento ed alla caduta dell’allora presidente Mubarak.
I manifestanti si radunarono in massa in piazza Tahrir e vi rimasero accampati con l’obiettivo di rovesciare Mubarak. Vi riuscirono quando le proteste arrivarono al palazzo presidenziale ed il presidente lasciò il palazzo a bordo di un elicottero.
Mubarak comparve poche ore dopo nella dorata e sicura località turistica di Sharm el Sheikh,  da lui creata sul Mar Rosso, da cui annunciò la consegna del potere all’esercito.
Furono convocate le elezioni e dopo un lungo processo elettorale vinse il candidato dei Fratelli Musulmani, Morsi.
Morsi tentò di ridurre il potere dell’esercito egiziano in favore dell’organizzazione politico – religiosa uscita vincente dal verdetto elettorale e da lui guidata.
Con alti e bassi, dopo un periodo di instabilità economica e politica ed una serie di elezioni, l’esercito egiziano riprese il controllo della nazione,  deponendo il presidente Morsi.
l’Egitto ebbe così una rivoluzione e ben due presidenti sotto processo giudiziario nel giro di un paio d’anni. Per ritrovarsi poi non troppo diverso da com’era prima.
Il 2014 era appena finito ed il mondo entrava in punta di piedi nel 2015, largamente inconsapevole di cosa sarebbe successo quell’anno.

Fast forward.

Il fuoco si sta spegnendo e anche domani sarà una giornata fredda, dice Sergey, l’omone con l’accento slavo che é diventato ufficialmente il nostro uomo delle previsioni del tempo. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più di lui ma non c’é nessuno da queste parti che sa parlare la sua lingua.
Fa il possibile per imparare, adesso oltre a “domani piove” e “domani bello” o “domani freddo” osservando i cieli ed il vento, non sa dire molto.
Però é bravo a creare oggetti utili con i materiali di recupero, specialmente dai motori e in generale dai relitti delle auto.
Ha fatto un essiccatore per semi con un radiatore, divani e poltrone dai sedili, e cose così. E ieri ha cantato una vecchia canzone russa stile festival di Sanremo. È stato divertente anche se faceva freddo.
Chissà di cosa parlava, la canzone.

25 novembre 2014

Cause fear is strong and love's for everyone

 

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24 novembre 2014

L'eterna corsa dell'auriga

Un carro che vola trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero, che spingono in direzioni opposte.
E un auriga che cerca con tutte le sue forze di mantenere la rotta, sempre ad un passo dal precipitare.
Questa è l’immagine che Platone usa nel Fedro per descrive la complessità dell’anima umana, nel celebre mito dell’auriga, o della biga alata.
E invero, non vi è immagine più precisa e più completa, nella sua semplicità, che possa sintetizzare meglio le componenti profonde di ogni essere umano.

Il cavallo scuro, simbolo degli istinti e della parte terrena dell’uomo, è il più impetuoso, e cerca con tutte le sue forze di raggiungere il suolo, il luogo a cui appartiene, un mondo dominato dai sensi e dal desiderio di soddisfare tutti i bisogni legati al corpo fisico.
Il cavallo bianco, al contrario, rappresenta la scintilla divina presente nel cuore, e spinge il carro verso l’alto, desideroso di raggiungere il mondo celeste da cui origina, per fondersi di nuovo con la realtà divina che lo ha generato, e a cui è destinato a fare ritorno.
E a tenere a bada queste forze contrastanti vi è l’auriga che guida il carro, e che tenta in primis di non precipitare, per poi provare, con tutte le capacità di cui è stato dotato, di direzionare la sua biga verso il luogo che ritiene più consono.
L’auriga è immagine della componente razionale dell’uomo, è il nous, la mente, la coscienza, il pensiero vero e proprio, quella parte a cui l’essere si riferisce quanto pensa al concetto di Io.
Egli si ritrova su un carro che procede al di là della sua volontà, trainato da forze esterne, su cui possiede una debole capacità di controllo.
Non è infatti l’auriga a far avanzare il carro: se non fosse per i due cavalli, sarebbe fermo, a terra.
Al sicuro, ma fermo, senza la possibilità di avanzare, o di salire.

L’essere umano è un composto di diversi elementi che vivono al suo interno, veri e propri personaggi, attori senzienti che occupano il corpo nello stesso modo in cui dei coinquilini si dividono una stanza, e questa è una verità nota da sempre, una realtà che Platone sintetizzò con questa poetica allegoria.
Così, gran parte dei conflitti che gli esseri umani affrontano nel corso delle loro vite nascono nel momento in cui tale verità è dimenticata: posti davanti a diverse pulsioni, dovendo dare ascolto a diverse voci che provengono dal profondo dell’anima, gli uomini faticano a gestire i diversi voleri che spingono loro in direzioni opposte.
Perchè come i saggi insegnano occorre volere, sì, ma quale volontà occorre seguire?
Se non si comprende che vi sono forze opposte che agiscono in noi, il percepire pulsioni avverse porta inevitabilmente alla stasi, ad un corto circuito interiore senza sbocco.

Ed anche quando tali diverse pulsioni vengono riconosciute, quando finalmente ad esse si dà un nome e si comprende la loro natura, occorre ancora una volta tenere presente che il nostro carro ha bisogno di tutti suoi cavalli per muoversi.
Non si può decidere di abbattere il cavallo che spinge nella direzione opposta a quella che la nostra mente ha alla fine prediletto: i cavalli vanno direzionati, non possono essere abbattuti.

La scienza contemporanea, con la prosaicità che le è congeniale, ha riposto nel cervello e nel sistema nervoso dell’essere umano il centro direzionale del controllo, del pensiero e della coscienza, e a sua volta ha individuato nella parte più arcaica del nostro cervello, il cosiddetto cervello rettiliano, la sede del cavallo nero.
Là risiedono tutti gli istinti che la mente superiore non può eliminare, ma solo tenere a freno.
Istinti che spingono verso due obbiettivi: la sopravvivenza e la riproduzione.
Il cavallo nero sa cosa vuole, e non conosce i concetti di giusto o sbagliato: si lancia a testa bassa, in modo irruento, verso tutto quello che porta alla sua meta, travolgendo senza secondi pensieri tutto quello che trova lungo la sua strada.

Il cavallo bianco, al contrario, ha modi gentili e miti, e per quanto la sua forza sia immensa, di gran lunga superiore a quella del suo fratello scuro, diversamente da lui non si impone.
Va cercato, nutrito, continuamente.
E’ l’aspirazione di elevarsi che occorre vivere concretamente, dedicandoci la maggior parte delle proprie energie, con una dedizione incessante.

In questo gioco di effimeri equilibri, sembrerebbe che il nous, la mente, la coscienza, o consapevolezza di sé, sia l’unico attore con una libertà da gestire.
Ma anch’egli, per quanto dotato di questo libero arbitrio, è a sua volta forgiato da mille condizionamenti, assorbiti dal mondo esterno nel corso della sua esistenza.
Così, oltre a dover gestire i due cavalli che trascinano il suo carro, l’auriga deve fare i conti con le voci che gli indicano il modo di guidare, che gli suggeriscono la direzione da seguire.
Dove dimora la sua volontà, in questo?
L’auriga, sempre in bilico, deve interpretare l’origine di ogni sua volere: quale spinta arriva dal cavallo nero, quale da quello bianco, quali voci arrivano dal mondo esterno, e, soprattutto, in mezzo a tutto questo, c’è qualcosa che può effettivamente dirsi una volontà totalmente SUA?

In verità, il segreto del carro sta nel suo continuo movimento: ogni auriga è troppo preoccupato di tenerne a bada la folle corsa per riflettere sul senso del movimento stesso.
Il carro procede, sempre, e questo è quanto.
E se l’auriga si distrae, e riflette sul perché si trovi su quel carro, rischia di schiantarsi al suolo.
E lo schianto non è un’opzione.

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