Blessed be

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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
6 luglio 2014

Una lunga pausa

Sono passati oltre sei mesi dall’ultimo aggiornamento, eppure, nonostante tutto, non mi va di scrivere un post di commiato per questo blog.
In questo effimero mondo virtuale, questo luogo per me resta una sorta di casa: anche se mi assento per un lungo tempo, voglio comunque avere un posto in cui poter tornare, se dovessi sentirne il bisogno.
Questo solo per dire che siamo ancora in vita.

 

31 gennaio 2014

Yohio, l'uomo nuovo

Prendi un diciottenne svedese, appassionato di musica metal e di cultura giapponese, discretamente bravo nel suonare la chitarra ed affascinato dall’immaginario pop nipponico.
Mescola tutto insieme: quello che ne esce fuori è difficilmente immaginabile, si fa prima a darci un’occhiata.


Lui è Yohio, al secolo Kevin Johio Lucas Rehn Eires, figlio di Tommy Rehn, cantante dei Corroded, band heavy metal scandinava.
All’età di dieci anni scopre il mondo dei manga, impara a parlare fluentemente il giapponese mentre sotto lo sguardo compiaciuto del papà si avvicina anche al mondo della musica.
Unendo le sue passioni, inizia a comporre canzoni, influenzato dal sound metal tipicamente scandinavo e cantando in giapponese, e acquista una certa popolarità in terra nipponica anche grazie al suo look particolare.
Yohio, infatti, pur suonando essenzialmente un hard rock dalle influenze metal, si esibisce vestito da lolita, e nei suoi videoclip predomina l’estetica kitch e colorata tipica della moda giovanile giapponese.
Una volta gli scandinavi se ne andavano in giro a bruciare villaggi ed a depredare monasteri, adesso a quanto pare preferisono cantare vestendosi da lolite.

Il giovane svedese quindi a suo modo rappresenta una perfetta sintesi del nuovo uomo che da qualche tempo si va plasmando, multiculturale, aperto ad ogni forma di influenza, senza un sesso preciso.
Il suo successo tra i giovani nipponici dimostra anche che ormai le nuove generazioni sono pronte ad abbracciare definitivamente tale modello, incapaci di vedere in tutto questo alcunchè di strano.

Yohio col papà Tommy, che gli fa anche da manager
 

Si veda anche a proposito il nuovo libro di Gianluca Marletta ed Enrica Perrucchietti, UNISEX. LA CREAZIONE DELL’UOMO SENZA IDENTITA’.

 

30 gennaio 2014

Intermezzo: due - tre regole per i commenti

I commenti sono di nuovo aperti, e il blog riprenderà  il suo corso naturale.
Per evitare in futuro altri piccoli grattacapi, penso che sia opportuno mettere per iscritto alcune semplici regole, facili da ricordare e da rispettare, regole che hanno il solo scopo di permettere un fluido e sereno svilupparsi delle discussioni.
La regola principale sotto esposta vigeva da sempre in questo luogo, anche se mai ufficalmente espressa in un post, le altre ne sono la naturale espansione.
In breve:

La prima regola da rispettare per chi volesse commentare un articolo è quella di avere sempre massimo rispetto degli altri interlocutori.
Gli attacchi personali non sono permessi.
La mia valutazione di “attacco personale” è ampia, e potrebbe essere diversa da quella di chi commenta.
Nel caso in cui le valutazioni divergano, prevale ovviamente la mia; potrei giudicare attacco personale anche una semplice allusione, o una frecciatina, oppure semplicemente un tono sopra le righe.
Nei giorni in cui mi capiterà di avere un leggero mal di testa questo margine sarà ancora più ampio.
I commenti incriminati verranno rimossi nella loro interezza non appena li avrò letti, senza la necessità da parte mia di offrire ulteriori spiegazioni.
I commenti che rispondono a provocazioni verranno rimossi a loro volta, anche se si trattava di legittima difesa.

La possibilità di inserire immagini all’interno dei commenti è stata eliminata, per una questione di estetica.

Non ci sarà nessuna moderazione preventiva, e nessun ban nei confronti di chichessia.
Le regole servono ad esclusiva tutela delle discussioni, e non sono contro le persone.
Un commento che non viola le regole verrà sempre pubblicato, a prescindere da chi ne sia l’autore.

Nient’altro.
Risulta anche superfluo ricordare che questo blog è un blog privato, lo gestisco io mettendoci il nome e la faccia e i soldi per lo spazio del server e del dominio, e di conseguenza sono l’unico responsabile e giudice di quello che appare in questo spazio.
Le regole sono semplici, e se a qualcuno appaiono oppressive e limitanti della propria libertà di espressione ricordo solo che il web è immenso, e i posti in cui potersi esprimere sono infiniti.
Vediamo cosa succede.

State sempre bene.

26 gennaio 2014

A hundred miles of love

 

guarda la gallery

19 gennaio 2014

Come fosse l'ultimo


Si svegliò con un leggero mal di testa, di quelli che passavano dopo un buon caffè, e una buona colazione.
Di quelli che poi tornavano con la prima sigaretta del mattino, e il primo sguardo al mondo che fuori aspettava.
Si alzò barcollando, e la strana idea già ronzava per la sua testa.
Quell’idea che poi si fece più concreta quando si guardò allo specchio.
“Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo.”
Chi l’aveva detto per primo?
Un illuminato guru del lontano oriente? Seneca? Uno dei mille iscritti su facebook che regolarmente riportavano la frase corredata di foto di tramonti e uomini esultanti e ispirati di fronte al sole che sorge?
“Come se fosse l’ultimo, e sia”.

Doveva farsi la barba.
“Vale davvero la pena perdere tempo a radersi, nel proprio ultimo giorno di vita?”
Decise di sì, sarebbe stato un peccato lasciare questo mondo con la barba sfatta.
E sarebbe stato un peccato farsi trovare dalla morte trasandati.
Si vestì con i suoi abiti preferiti: pantaloni neri e stivali, la sua camicia migliore e una giacca nera.
Anche la sua camicia migliore era nera.

Passò dalla cucina, ma solo per prendere le chiavi della macchina.
“L’ultima colazione va fatta come si deve.”
Non c’erano molti dubbi sulla destinazione: Pasticceria Sereni.
Non fece in tempo nemmeno ad ascoltare per intero la prima traccia del cd di Nick Cave che teneva in macchina che già era arrivato.
Entrò, si avvicinò alla cassa e dopo una rapida occhiata al ben di Dio esposto in vetrina fece il suo ordine.
“Buongiorno. Vorrei due cornetti alla crema, due al cioccolato, un krapfen alla crema, una ciambella al cioccolato, quattro bignè alla crema, tre al cioccolato, un cannoncino alla crema, ed un cappuccino. Ah, e una bottiglietta di acqua naturale, temperatura ambiente.”
“Il cappuccio glielo faccio subito, intanto le incarto i dolci.”
“No, mangio qua, grazie”
“ah.. come vuole..”
“Anzi, faccia due cappuccini.”
“..ok”

Mangiò con calma, uscì e si accese una sigaretta.
“Il cannoncino alla crema potevo anche evitarlo.”

Pensò che sarebbe stato bello vedere il lago per l’ultima volta, così salì di nuovo in macchina, e si rimise in marcia.
Questa volta fece in tempo ad ascoltare altre due canzoni.
Are you the one, that I’ve been waiting for
Sorrise, il tempo dell’attesa era finito: c’erano molte cose buone nel vivere l’ultimo giorno della propria vita.

Rimase al lago per due ore, a riflettere sulla sua vita, o almeno era così che aveva immaginato quel momento, ma i suoi pensieri erano costantemente deviati da mille futili distrazioni.
“Quel cigno prende le curve a novanta gradi, forse gli funziona solo una zampa. Ma poi si chiamano zampe i piedi dei cigni? O forse pinne? No, le pinne sono quelle dei pesci”.

Si stava bene seduti in riva al lago, e così passarono due piacevoli ore, finchè pensò bene che era arrivato il momento di dedicarsi ad un pranzo sontuoso.
Percepiva ancora il peso dei cornetti in pancia (e il cannoncino, quel maledetto cannoncino) ma si sentiva pronto per il suo ultimo pranzo.
Aveva diverse scelte davanti a sé: un ristorante di classe, con le portate più raffinate e i vini più pregiati, oppure una trattoria della zona dove godere dei sapori della sua terra per l’ultima volta, oppure una pizzeria dove omaggiare uno dei suoi piatti preferiti.
Alla fine optò per “Il Pellegrino”, un ristorante a buffet dove per dieci euro poteva mangiare a piacimento scegliendo tra diverse portate.
Non era ovviamente questione di spendere poco, quanto di evitare i lunghi tempi di attesa tra una ordinazione e l’altra: mangiando a buffet era tutto a disposizione da subito.

In macchina suonarono altre canzoni di Nick Cave.

Do you love me?
Do you love me?
Do you looooove me?
Like I love you…

“La risposta è no”, pensò.

Entrò al Pellegrino, pagò i dieci euro, e si diresse verso il buffet.
Giornata fortunata: tra i primi facevano bella mostra di sé i casoncelli alla bergamasca e il risotto ai formaggi, mentre tra i secondi spiccavano le costine di maiale ai ferri.
Non tenne conto del numero dei piatti che si riempì in sequenza, e nemmeno si stupì più di tanto di quanto spazio il suo stomaco era in grado di creare.
Se non fosse stato per quel cannoncino alla crema del mattino, forse avrebbe potuto farsi un ulteriore piatto di casoncelli.

Un caffè ed una sigaretta, ed erano le due del pomeriggio.
Il sole era alto, o almeno lo sarebbe stato se si fosse potuto vedere dietro il grigio indistinto tipico del cielo lombardo autunnale.
Non aveva pianificato niente, si muoveva seguendo le idee che gli venivano al momento.
“In fondo è così che va vissuto l’ultimo giorno, no?”
E in quel momento seppe quale sarebbe stata la sua prossima meta.
“Non posso andarmene senza averla salutata per l’ultima volta.”

Di nuovo in macchina, un viaggio di quattro canzoni.

And I’ve got nothing left to lose
And I’m not afraid to die…

“Cazzo questa è perfetta…”

Arrivò, suonò alla porta.

“Cosa ci fai qui?
“Volevo solo vederti. Metti il caso che questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, mi sarebbe dispiaciuto andarmene senza prima salutarti”
“Ma cosa stai dicendo? Ma sei fuori di testa?”
“Vabbè, era tanto per dire. Volevo solo vederti”
“Senti, adesso avrei da fare. Ci sentiamo nei prossimi giorni, e magari ci mettiamo d’accordo per andare a prendere un caffè, ok?”
“Va bene.”
“Ciao”
“Ciao”

Ci aveva messo meno del previsto.
Poteva essere un vantaggio, aveva più ore a disposizione fino alla fine della giornata.
Già, ma per fare cosa?

Fu allora che gli venne in mente un’altra idea.
Vivere vicino ad un aeroporto aveva i suoi indubbi vantaggi, che apparivano ancora più evidenti nell’ultimo giorno della sua vita.
L’aeroporto distava solo tre canzoni, ma ce ne mise quattro perchè incontrò del traffico inatteso.
Lasciò la macchina nel parcheggio per le soste brevi ( il pensiero lo fece sorridere), e si diresse all’ingresso del terminal.
Quel che vide sul tabellone delle partenze lo rese estremamente felice.

“Un biglietto per Barcellona, solo andata, col volo delle 16.00”
“Fa appena in tempo a fare il check in. Bagaglio?”
“No”
“No?”
“No”
“…no.. ok. Ecco il suo biglietto”.
“Grazie”

Effettivamente fece appena in tempo a fare il check in, e scoprì anche che viaggiare senza bagaglio non è un reato, ma è qualcosa che gli si avvicina molto.

A Barcellona il sole era ancora sopra la linea del tramonto, e salito sul primo taxi a disposizione fuori dall’aeroporto non ebbe difficoltà a far capire al tassista la sua destinazione.
Le strade di Barcellona erano caotiche, e il tragitto gli parve interminabile, ma quando scese dal taxi vide che non era troppo tardi.

Gli ultimi raggi del sole illuminavano la Facciata della Passione, la Sagrada Familia era davanti a lui, emersa dalla terra come se provenisse da un tempo mai esistito sui libri di storia, a ricordare agli uomini che quello che si mostra in questo mondo è solo una parte della bellezza che l’universo cela.

Non si curò del tempo che trascorse mentre in silenzio contemplava la Cattedrale, e il sole tramontò, e il cielo si fece buio, e non v’era nulla altro che poteva essere fatto.
Passò un’altra ora, due ore.

Si inchinò alla Cattedrale, si girò e se ne andò in cerca di un bar.
L’ultimo giorno della sua vita si sarebbe concluso con una gran bevuta.

Si sedette e ordinò una Guinness, e poco dopo una seconda.
Ancora una volta, non tenne il conto.
Ad un certo momento sentì sulla spalla la mano amichevole del barista che in spagnolo gli diceva che la vita è bella e merita di essere vissuta.
O forse gli diceva che era tardi e il bar chiudeva: in fondo non è che capiva lo spagnolo.
Uscì in strada e si sedette sul marciapiede.
Era frastornato, la testa girava e gli faceva anche un po’ male, uno di quei mal di testa che ti vengono quando hai vissuto la tua giornata come se fosse stata l’ultima della tua vita, ma in cuor tuo sai che il giorno dopo dovrai di nuovo svegliarti.

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