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-o- Too late to die young -o-
12 aprile 2018

Una rete il cuore

 

 

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8 marzo 2018

Un giro di giostra

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19 febbraio 2018

Il massacro e il diritto

Per segnare le porte della città, Romolo solleva l’aratro. La più antica di esse è la Porta Mugonia, che abbiamo ritrovato, è fatta con travi di legno e argilla pressata e sotto la sua soglia è stato rinvenuto il cadavere di una bambina decapitata. Un sacrificio umano”


E’ solo questione di quanto indietro nel tempo ci si vuole spingere.
Il luogo in cui abitiamo, il terreno su cui sorgono le nostre dimore, fu, ad un certo punto della storia, conteso da degli uomini armati.
Ci furono delle battaglie, ci furono dei morti, e i vincitori divennero i nuovi padroni della nostra terra.
E si tratta, appunto, solo di stabilire quanto indietro nel tempo occorre andare: la seconda guerra mondiale, il risorgimento, le invasioni austriache, spagnole, francesi, le invasioni barbariche, le conquiste dei romani che sconfiggono i galli, oppure la calata degli indoeuropei.
Il possesso della terra si fonda sulla spada, sempre.
I contratti, le leggi, lo Ius, vengono sempre dopo, quando i vincitori normalizzano la situazione, e regolano il nuovo status quo.
E questa contrapposizione, questa coesistenza schizofrenica tra il potere ultimo e decisivo della violenza e l’imposizione di “leggi” –  che hanno anche la funzione di regolamentare quella stessa violenza, in un secondo momento – rappresenta in fondo il cuore e l’essenza della civiltà occidentale.
La spada e il contratto, i bombardamenti e i tribunali, il massacro dei popoli, la mattanza dei vinti e la tutela del cittadino di fronte alla legge.
Schizofrenia pura, che a noi appare come normalità solamente perché tutta la nostra cultura si fonda su tale dicotomia.
Si tratta in fondo di eventi lontani nel tempo, che non ci riguardano più.
C’è uno “stato di fatto”, ormai: questo è il palazzo in cui ci troviamo a vivere, ereditato dai nostri avi.
E se alle sue fondamenta c’è un cimitero, se ne sta comunque sepolto nella terra.
Persone che non abbiamo mai conosciuto, secoli di distanza.

Questa dicotomia non fa solo parte del passato, in ogni caso.
Quando aerei a stelle e strisce, in questo momento, sganciano bombe contro gente inerme che ha la sfortuna di abitare terre ricche di risorse, oppure “dalla grande importanza strategica”, noi ancora ci indigniamo (almeno, quelli di noi che hanno un’anima).
Dopo le bombe, arriveranno comunque, come sempre, dei regolari contratti.
Si faranno accordi per la ricostruzione, con tanto di regolare appalto, si sigleranno alleanze bilaterali per lo sfruttamento delle risorse, con tanto di timbri e fogli protocollati.
Il massacro e il contratto non fanno solo parte della nostra storia remota: rappresentano ancora oggi la vera essenza della nostra civiltà.
Semplicemente il massacro si è spostato lontano dalla nostra vista, perché nel corso dei millenni siamo diventati più sensibili (la parte del “diritto” l’abbiamo amata tanto: le regole scritte ci fanno sentire migliori, “civili”).

Qui si va ben oltre delle semplici valutazioni storiche o morali: la vera questione è metastorica, simbolica, mitica.
Lo sterminio seguito dalla legge è un racconto mitico che si compie ciclicamente dall’inizio dei tempi.
E’ Shiva che danza e fa tabula rasa della terra, per poi riedificare, è l’uomo primordiale che viene squartato per dare il via alla creazione.
Perché alla base di tutto c’è un delitto, c’è sempre un delitto.
Gli antichi ne avevano piena consapevolezza: la prima città venne edificata da Caino che fugge dopo aver commesso il primo omicidio.
Perchè prendere possesso della terra, delimitarla, sezionarla, è un rompere l’ordine divino, una violenza all’unità primordiale ed inviolabilità della terra.
Lo sapeva bene Romolo, anch’egli fondatore di città, anch’egli assassino.
E non solo secondo il mito.
Nella leggenda egli uccide il fratello Remo, ma nella realtà colui che per primo segnò i confini dell’urbe si spinse ancora oltre.
Il solco primordiale che diede origine alla città di Roma, l’atto fondativo per eccellenza dell’urbe, è stato scoperto anni indietro da scavi archeologici ai piedi del Palatino.
La leggenda di Romolo ricalca un fatto storico documentato.
E sotto l’antica Porta Mugonia, lungo il corso di quelle prime mura, è stato trovato il cadavere di una bambina decapitata.
Un sacrificio umano, per placare l’ira delle divinità ctonie, offese da quello squarcio nel terreno.
Così inizia la storia di Roma, e di conseguenza la nostra storia, dal momento che noi ancora usiamo la lingua di quella gente, e anche queste parole sono scritte con l’alfabeto che essi avrebbero diffuso per il mondo.
Con una bimba decapitata, gettata nelle fondamenta delle mura della città, per garantirne la prosperità.
In seguito, narra il mito, Romolo stabilisce anche lo ius civico, il diritto, le leggi che avrebbero regolamentato la vita civile.
Un diritto arcaico che fu l’ispirazione su cui si fonderanno poi le nostre stesse leggi.
Il sacrificio, il massacro, e poi la legge.

Da un punto di vista metastorico tutta la nostra civiltà ha inizio col sacrificio di quella bambina.
Una creatura pura, la più preziosa delle creature, a cui viene tagliata la testa, affinché la forza vitale che la sua innocenza libererà possa garantire la prosperità della città, dell’impero, della legge.
I nostri palazzi poggiano su teste mozzate.
La follia dei nostri tempi ha origini lontane.

2 febbraio 2018

La questione della proprietà della terra

Nel maggio del 1626 Peter Minuit sbarcò a Nuova Amsterdam, nel luogo dove oggi sorge la città di New York.
Lì era presente una colonia di mercanti olandesi che commerciavano con i nativi americani locali e spedivano poi in Europa i beni che raccoglievano nel nuovo mondo.
La situazione non era sempre facile, i rapporti tra locali e olandesi erano a volte tesi, così la Compagnia olandese delle Indie Occidentali mandò in quelle terre lontane il Minuit affinchè organizzasse meglio la comunità dei suoi connazionali.
Minuit individuò il luogo ideale in cui far sviluppare la colonia – la punta finale dell’attuale città di New York, ovvero Manhattan – e volendo fare le cose per bene (era pur sempre un esponente dello spirito mercantilista europeo, ne rappresentava l’eccellenza) propose ai nativi un regolare contratto di compravendita.
I nativi, ovviamente, non sapevano che farsene del denaro europeo, ma accettarono di buon grado della merce in cambio della concessione della terra: specchi, utensili, asce, per un valore di 60 fiorini (circa mille euro attuali).
Così gli olandesi entrarono in possesso, attraverso un libero e legittimo scambio, di un terreno che attualmente risulta uno dei più preziosi al mondo; c’è chi definì quella compravendita come l’affare più vantaggioso di tutti i tempi.
Questo, almeno, è quello che gli olandesi si raccontarono, affinché la loro coscienza di onesti mercanti non rimanesse turbata.
In realtà, quello che i nativi americani credevano di aver barattato con i nuovi venuti era un semplice diritto di sfruttamento del suolo: pensavano che gli olandesi stessero chiedendo loro il permesso di cacciare e di raccogliere legna nella loro terra.
Questo perché per i nativi americani l’idea di “vendere” la terra era inconcepibile.
Semplicemente, nella loro cultura si trattava di un concetto che non poteva nemmeno essere preso in considerazione: la terra non aveva proprietari, al pari dei fiumi, delle montagne, del cielo, e al massimo quello che gli uomini potevano fare era sfruttarne le risorse.
E per quanto a noi possa apparire strano, tale concetto era universalmente condiviso anche in Europa, fino a qualche secolo prima dell’era moderna.
Ne sono testimonianza i primi documenti di estimo a nostra disposizione, risalenti alla fine del medioevo: in essi vengono stimati i beni posseduti da privati e da associazioni, e vi si calcola il valore di case, immobili vari, ma mai del terreno.
Viene stabilita la rendita di un possedimento in base ai frutti che offre (la produzione di grano, di vino, il numero di alberi presenti ecc.), oppure dal numero di animali che vi possono pascolare, ma mai vengono fatte stime del valore in sé della terra.
Questo perché la terra non era considerata un bene materiale oggetto di compravendita: nessuno ne poteva rivendicare la proprietà, per come la intendiamo noi oggi.
Prima dell’era moderna, infatti, la terra veniva al massimo data in concessione.

Lo stesso Re, a capo della piramide sociale, non era proprietario della terra, ma la “amministrava” per conto di Dio, essendo egli sovrano per volontà divina.
A noi moderni questa distinzione appare risibile, quasi un eufemismo per celare la realtà dei fatti, ma all’epoca si trattava di un fatto assodato, che non poteva essere messo in discussione: la terra non aveva proprietari, nello stesso modo in cui nessuno poteva rivendicare la proprietà del cielo.
Nello schema piramidale medioevale, in cima vi era quindi il Re che amministrava la terra del suo regno per conto di Dio; a sua volta il Re concedeva ai signori, ai conti, ai marchesi, il diritto di gestire parte di questo territorio: essi avevano il compito di custodirlo e amministrarlo per conto del Re, e concedevano ai lavoratori, ai contadini, spicchi di questa terra affinché la sfruttassero.
I contadini liberi che lavoravano la terra potevano costruirci sopra degli edifici per viverci e per poter portare avanti le loro attività, e questi edifici erano a tutti gli effetti di loro proprietà.
Ma non la terra su cui gli edifici sorgevano.

Ad esempio, quando i papi fecero ritorno a Roma sul finire del XIV secolo, in seguito alla cattività avignonese, si ritrovarono in una città per larghi tratti poco popolata, che poco aveva a che fare con la gloriosa Urbe dell’età classica.
Per incentivare l’arrivo di nuovi cittadini e la rinascita urbana, vennero concessi diversi lotti a prezzi quasi irrisori, con contratti di enfiteusi.
In pratica, il lotto veniva dato in affitto ai nuovi venuti, per periodi principalmente di 99 anni, a patto che vi venissero edificati degli immobili e venissero aperte nuove attività.
Ancora una volta, la terra non veniva venduta, non era concepibile, ma veniva concessa per un determinato periodo di tempo, con favorevoli opzioni affinché l’affittò stesso potesse venire rinnovato al termine del contratto.
Fu così che Roma fu ricostruita, fino a diventare la città che conosciamo ora, piena di splendidi edifici rinascimentali.

Pietro del Massaio, Pianta di Roma, 1472 (1473)

Pietro del Massaio, Pianta di Roma, 1472 (1473)

Il concetto della terra quale bene non oggetto di compravendita sopravvisse fino a tutto il periodo medioevale e trovò la sua massima espressione nelle terre demaniali: questi erano ampi tratti di terreno che non “appartenevano” a nessuno, ovvero nessuno poteva rivendicarne l’amministrazione e il godimento esclusivo dei beni presenti.
Si trattava di boschi, campi aperti, dove chiunque poteva recarsi, far pascolare i suoi animali, raccogliere legna.
Non erano spazi “comunali” o “pubblici” come noi li intendiamo, perché nemmeno il comune, o il signore, o il Re stesso, potevano impedirne a chiunque l’accesso.
Così, il momento in cui il parlamento inglese vara la legge delle enclosures nel XVIII secolo può essere visto come l’atto simbolico che pone fine in Europa alla vecchia concezione dell’impossibilità del possesso della terra: con le enclosures, infatti, si rese obbligatoria la recinzione dei terreni liberi (open fields e common lands) che avevano rappresentato una risorsa essenziale per i piccoli contadini e gli allevatori inglesi.
Da quel momento in poi ogni lembo di terra venne delimitato, sezionato, e venduto con contratti regolari che ne stabilivano il pieno possesso per come noi lo intendiamo oggi: era l’inizio dell’era moderna, caratterizzata dall’industrializzazione a cui avrebbe contribuito in primis proprio quella massa di contadini che si ritrovò ora incapace di portare avanti la sua vecchia attività.

si veda anche: Nomadi e sedentari

28 gennaio 2018

Omnia munda

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