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rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
15 gennaio 2016

Il giardino del creato

In principio era il verbo, e il verbo si fece carne, materia.
Noi viviamo in questa dimensione, in cui il sensibile e il non sensibile si fondono, e questa dimensione in cui noi ci muoviamo è il regno della creazione.
La creazione è il senso stesso della manifestazione dell’Essere, è l’Essere che si plasma e prende forma.
Ora, ci sono due modi in cui si può concepire questo processo: si può vedere questa manifestazione dell’Essere, questa sua emanazione che erompe e genera il mondo materiale, come il compimento di un processo necessario, vitale e quindi positivo, oppure si può giudicare questo fluire come una caduta nefasta, in cui lo spirituale degenera nel terreno, scendendo di livello.
Nel primo caso si assume l’opera dell’Essere, e il suo manifestarsi, come atto necessario, dovuto, e quindi benevolo.
Il nostro singolo ruolo, in questo processo, sarebbe quello di agire a favore della creazione, perpetuandola, continuando, nella nostra veste di creature, l’opera dell’Essere.
Agire per la creazione significa quindi propriamente “creare”, generare, prendersi cura dell’esistente come fosse un giardino da far fiorire.
Noi siamo i giardineri della creazione.

Al contrario, nel considerare la manifestazione materiale, ilica, quale degenerazione di una ipotetica essenza perfetta e ideale, eterea e intangibile, esclusivamente spirituale, ecco che essa diviene mero strumento, pietra senza vita e senza scopo, ostacolo alla risalita verso una vetta dimenticata.
Ogni regola morale ed etica perde quindi di valore, nell’universo materiale, dal momento che esso è già di per sè il regno della degenerazione e del male.
In questa visione, la distruzione della manifestazione materiale, con ogni mezzo, la dissoluzione propriamente detta, diventa unico imperativo.
Dissoluzione è quindi agire contro la creazione, non solo non agendo per il completamento dell’opera dell’Essere, ma adoperandosi altresì per l’estinzione dell’esistente ilico.
Quello che prima veniva definito male viene quindi in questo modo considerato non solo lecito ma auspicabile: omicidi, guerre, devastazioni massacri ed ogni forma di ribaltamento dei legami empatici tra gli esseri umani e la natura stessa.

I libri e i pensieri degli uomini che ci hanno preceduto possono aiutarci a considerare la questione, possono definire il grande campo di lotta a cui l’universo va incontro e in cui noi stessi siamo chiamati a partecipare, ma è solo ascoltando quello che portiamo dentro, recuperando e raggiungendo la nostra parte più sacra, che possiamo decidere da che parte stare, se innafiare  e coltivare il giardino del creato oppure dargli fuoco.

si veda anche L’essenza del Satanismo

4 gennaio 2016

I taglialegna del re - parte II

I taglialegna del re – parte prima

Il sole raggiunse il punto più alto nel suo viaggio nelle strade del cielo, e fu allora che tornò il re, dopo aver visitato le altre baracche.
Ritrovò Olaf dove lo aveva lasciato, seduto sull’uscio mentre stringeva la sua scure.
Il re scese dal suo cavallo, e gli si avvicinò.
“Dimmi, giovane, sai perchè vi ho mandati qui?”
“Fino a ieri credevo che volessi che tagliassimo la legna, sire.”
“E oggi invece cosa credi?”
Olaf alzò lo sguardo da terra, si fece coraggio e guardò il suo re: “Tu ci hai mandato qui affinchè imparassimo a costruire le scuri.”
“E’ così. E adesso dimmi, giovane: come si impara a costruire le scuri?”
“Tagliando gli alberi, sire.”
“Infatti. Tu ci hai messo tre anni per capirlo, mentre i tuoi amici, senza pensarci, hanno trovato il modo sin da subito.”
“Ma perchè, sire, non ce lo hai detto? Perchè non ci hai detto sin dal primo momento che il nostro compito sarebbe stato quello di costruire scuri?”
“Se ve l’avessi detto sin da subito vi sareste concentrati su quello, avreste impiegato il vostro tempo a costruire la scure migliore, proprio come hai fatto tu.
Poi una volta soddisfatti l’avreste provata su un albero, forse due, e vedendo che era funzionale avreste considerato il vostro lavoro completato.
Ma una buona scure non è quella bella a vedersi, come la tua, quella che taglia un albero o due.
Una buone scure serve al taglialegna per lavorare da mattina a sera: deve essere robusta e resistente ma anche pratica, deve essere dura ma il più leggera possibile, perchè è controproducente aggiungere ulteriore fatica ad un lavoro già di per sé duro e sfiancante.
E adesso dimmi, giovane Olaf: come si può ottenere una scure così?”
“Tagliando alberi, tanti alberi.
Provando e riprovando, rompendo decine di scuri e abbandonando quelle troppe pesanti. Tagliando tanti alberi, sire.”
“Esatto, mio giovane pensatore. I fabbri della città da tempo ormai fanno a gara per forgiare le scuri più scintillanti e maestose; hanno imparato il mestiere dai loro padri, ed essi a loro volta lo avevano ereditato dai propri genitori.
Ma i fabbri di adesso, artigiani dotati e maestri forgiatori, non hanno mai tagliato un albero in vita loro, con le scuri che creano, e si sono dimenticati a cosa effettivamente le loro creazioni servano.
Per questo ho scelto voi, quattro giovani che mi erano stati segnalati per la loro prontezza ed intelligenza, e vi ho mandati qui.
Affinchè tagliando alberi poteste imparare a costruire delle scuri finalmente utili al loro scopo.
Ora i tuoi tre amici verranno con me al castello, e insegneranno agli apprendisti come effettivamente una scure vada forgiata.”

Olaf rimase in silenzio a riflettere sulle parole del re.
Lui di alberi non ne aveva tagliato nemmeno uno.
La conoscenza che aveva scovato nei libri era preziosa, ma solo con l’atto in sé sarebbe potuto giungere al vero sapere.
Quale beffa: aveva imparato una grande lezione, ma a cosa gli serviva?

“Che ne sarà di me, ora, sire?” chiese infine Olaf al suo re.
Il re lo guardò negli occhi, poi si girò e raggiunse il suo destriero.
Vi salì ed infine si rivolse ad Olaf.
“Ci vediamo tra un anno, e vedi di avere una buona scure. Mi servono altri fabbri, al castello.”

3 gennaio 2016

I taglialegna del re

In un tempo lontano, un re convocò quattro giovani abitanti della città per affidare loro un compito.
“Partirete domani e andrete alla collina del tramonto. Starete via tre anni, e sarà vostro dovere procurare legna per la città. Io verrò di persona una volta all’anno a controllare il vostro lavoro.”
Così ordinò il re, e prima di congedare i quattro giovani aggiunse: “Avrete il cibo che vi servirà e un letto in cui dormire, ma dovrete costruirvi da soli la vostra scure: per farlo troverete tutto quello che vi occorre nelle vostre baracche.”

I ragazzi si inchinarono con rispetto – il volere del re non poteva essere discusso – ma nel loro animo si celavano sentimenti diversi.
“Il re ci ha assegnato un compito molto importante, per noi sarà un grande onore procurare la legna che serve alla nostra gente” disse il primo giovane, felice dell’opportunità che gli era stata offerta.
“Avremo di che mangiare per i prossimi tre anni, e se il re sarà soddisfatto del nostro lavoro ci darà di sicuro anche una bella ricompensa”, aggiunse il secondo.
“Quando Brigitta saprà che sono diventato taglialegna del regno avrà finalmente rispetto di me, e accetterà la mia proposta di matrimonio.”, concluse il terzo.
Il quarto giovane, invece, non condivideva l’entusiasmo dei suoi amici: “Sarà anche così, ma nessuno di noi ha scelto veramente di passare i prossimi anni a faticare nel bosco. Il re ordina e noi dobbiamo obbedire, non abbiamo scelta. Quello che noi desideriamo non conta niente, per il re. E poi poteva almeno procurarci delle buone scuri, non capisco perché voglia che ce le costruiamo da soli…”
“Questi sono pensieri inutili” disse il primo giovane, “domani partiremo, andremo sulla collina e taglieremo la legna. E questo è tutto.”

Così partirono, e giunti nelle loro dimore i primi tre giovani si misero immediatamente a costruire le loro scuri.
Nel retro di ogni baracca vi era un vero e proprio laboratorio da fabbro, con tutti gli strumenti necessari per fondere e forgiare il ferro, come il re aveva assicurato, e tanti rami spessi, di diverse dimensioni, da cui ricavare un manico.
Il quarto giovane, Olaf era il suo nome, guardò il laboratorio, osservò gli attrezzi, e poi se ne andò a camminare per il bosco.
“Io non sono il burattino del re, non sono il suo servo, e tagliare alberi non è il mio mestiere.”

Passarono le settimane, e i primi tre giovani costruirono le loro scuri.
Dovettero fare diverse prove per trovare la forma giusta da dare al ferro, e per scegliere il legno adatto per il manico.
Ed anche così, capitava che le loro scuri si rompessero, e così dovevano rifarne di migliori, e di più resistenti.
Olaf osservava il loro lavoro, poi si perdeva nel bosco a studiare i funghi.
Se ne andò in questo modo il primo anno, e come aveva promesso giunse anche il re per la sua prima ispezione.
Vide con grande soddisfazione il lavoro dei primi tre giovani: due di loro avevano già messo da parte una considerevole quantità di legna, mentre il terzo aveva avuto problemi con le sue scuri, finché non ne aveva costruita una resistente e robusta con grande ritardo rispetto ai suoi amici.
Ma il re si complimentò anche con lui, raccomandandogli di continuare con il suo lavoro.
Quando il re giunse alla baracca di Olaf lo trovò seduto sull’uscio: col suo coltellino stava modellando un piccolo tronco dandogli la forma di un angelo.
“Non ti ho mandato quassù per scolpire angioletti, giovane. In un anno non hai tagliato nemmeno un albero, e non ti sei nemmeno costruito una scure.”
“Quello che dici è tutto vero, mio re.”
“Io sono un re magnanimo, e mi dimenticherò della tua insolenza. Ma quando tornerò qui da te l’anno prossimo dovrai avere una scure e dovrai aver tagliato almeno la metà dei tronchi dei tuoi amici.
Non aggiungerò un’altra parola a questo: non sfidare la bontà del tuo re.”

La notte che seguì Olaf non riuscì a dormire.
Ancora non vedeva motivo per fare un lavoro che non aveva scelto, e malediceva il destino che lo aveva portato in quella collina, un destino sul quale sentiva di non avere nessun potere.
In ogni caso, era in un vicolo cieco.
“Non ho altra scelta, devo fare come ordina il re.” concluse tra sé, infine, triste e sconfitto.
Il mattino di buon ora Olaf andò nel laboratorio da fabbro della sua baracca, ma guardandosi intorno si rese conto di non avere idea da dove iniziare.
Sapeva inoltre che i suoi amici avevano fatto diversi tentativi prima di riuscire a costruire una scure adatta al lavoro.
“Prima di mettermi a costruire la mia scure, dovrò informarmi su come fare. La mia scure deve essere robusta, altrimenti si spezzerà come le scuri che costruiscono i miei amici. Devo sapere qual è la forma migliore da dare al ferro, quale legno sia ideale per il manico, quanto deve essere il suo spessore.”
Raccolse quindi le sue cose e se ne tornò in città: là nella piazza della Cattedrale si affacciava la casa della sapienza, dove gli anziani conservavano i libri più preziosi raccolti nei secoli di storia della loro comunità.
Olaf trovò tutti i libri che gli servivano: cataloghi di tutti gli alberi conosciuti, con descrizioni particolareggiate della qualità del loro legno, manuali per i fabbri, saggi sulla qualità del ferro, tomi illustrati in cui erano riportate le forme delle scuri in uso in tutti i dodici regni.
Studiò quei libri per un anno intero, e quando sentì di aver imparato abbastanza, se ne tornò nella sua baracca sulla collina, proprio il giorno in cui il re aveva stabilito la sua visita.
Il sovrano ancora una volta rimase soddisfatto nel vedere il lavoro fatto dai primi tre giovani, e giunto alla baracca di Olaf lo trovò che scaricava sul suo tavolo una sacca piena di appunti e disegni.
“So che hai passato tutto l’anno nella casa del sapere, ma io ti avevo mandato qui per tagliare la legna, e legna tagliata non ne vedo. Tu stai sfidando la pazienza del tuo re, ma voglio darti un’ultima possibilità. Tornerò l’anno prossimo, non aggiungo altro.”

Olaf si mise immediatamente al lavoro.
“Ora so tutto quello che c’è da sapere sulle scuri, ma prima di mettermi a costruirne una devo progettarla con attenzione, altrimenti non sarà abbastanza robusta, e rischierà di rompersi come le prime scuri costruite dai miei amici.”
Fece così diversi disegni, il suo tavolo era colmo di fogli e di appunti: faceva calcoli, immaginava soluzioni innovative, ma non era mai contento del risultato, ed ogni volta ricominciava i suoi progetti da capo.
Passarono mesi, ed Olaf si rese conto che non gli rimaneva molto tempo.
Prese quindi il suo ultimo progetto ed iniziò a costruire la sua scure.
Non fu per nulla facile: non era abituato a forgiare il ferro, ed anche se aveva letto decine di libri sul modo di procedere, tradurre in atto quelle conoscenze si rivelò più difficile del previsto.
Passarono altri mesi, mesi pieni di frustrazione e di preoccupazione, perché il suo tempo stava scadendo.
Mancava ora solo un giorno al ritorno del re, e Olaf in qualche modo riuscì finalmente a completare la sua scure.
Era una scure magnifica, una delle più belle che si fossero mai viste.
La soppesò e vide che era robusta e pesante: nessuno dei suoi amici aveva una scure così resistente.
Olaf la prese e se ne andò nel bosco, pronto a tagliare il suo primo albero.
Diede un primo colpo potente, poi un altro, e un altro ancora.
Ben presto si stancò, tanto che le forze gli mancarono del tutto.
La sua scure era robusta e solida e pesante: troppo pesante.
Aveva svolto tutti i suoi calcoli con estrema precisione, aveva forgiato un ferro lucido e potente, ma non aveva considerato una cosa: se stesso.
Non aveva riflettuto sul fatto che una scure tanto maestosa avrebbe necessitato di un fisico e di muscoli altrettanto imponenti per essere maneggiata, muscoli imponenti che lui non aveva.

Il mattino seguente, di buon ora, si presentò il re.
Andò subito da Olaf, e lo trovò seduto sull’uscio della sua baracca, che stringeva la sua scure.
“Non ho legna, sire, e ho una splendida scure robusta e resistente, ma troppo pesante per essere usata.”
Il re non disse niente, girò il suo destriero e si avviò verso le altre baracche.

conclusione: I taglialegna del re – parte II

24 novembre 2015

La visione dell'Unno

Dio ci sta punendo per i nostri peccati, e gli unni sono lo strumento di cui si serve.
Padre Cristodemo diceva che è quanto ci meritiamo per aver tollerato gli eretici e gli idolatri tra di noi, per aver permesso che nelle nostre città, nei nostri fori, facciano ancora sfoggio gli idoli dei vecchi demoni, mentre le loro empie dimore stanno ancora in piedi a farsi beffe della Vera Fede.
Ma ora padre Cristodemo non c’è più, così come non ci sono più i miei fratelli, e del nostro monastero – di quello che sarebbe diventato il nostro monastero – rimangono solo pietre e travi fumanti.
Cercavamo la pace, in un luogo lontano dalla vanità e dalla follia del mondo, un luogo dove poter rendere grazia a Nostro Signore, ma è stata la follia del mondo a trovare noi.

Ellac, il capo di questa banda di briganti senza Dio, ha deciso di risparmiarmi.
Mentre i miei fratelli gridavano e si nascondevano, e chiedevano pietà, io aspettavo i barbari in piedi dinnanzi alla porta della nostra piccola chiesa; quando Ellac mi vide – io, piccolo e scalzo, con una tunica malandata e uno sguardo di sfida negli occhi – scoppiò a ridere.
Mi trovò oltremodo ridicolo, e aver salva la vita fu il premio per aver suscitato la sua ilarità.

Questo mio orgoglio malcelato, unito alla remissività della mia scelta di vita lo incuriosisce e lo diverte: finché persisterà il suo interesse nei miei confronti io continuerò a vivere, ma – che Nostro Signore possa aver pietà della mia anima per quanto sto per dire – non so se questo sopravvivere sia il male minore.
Quando ci capita di fermarci, Ellac viene spesso a parlare con me.
Il suo latino è incerto ma comprensibile: qualche anno fa aveva fatto parte della guardia personale del generale Ezio, l’invitto Ezio, gloria di Roma e difensore della Vera Fede; ma quel tempo ormai pare distante secoli, ed io ora mi trovo qui, in catene, in mezzo a questi boschi in compagnia di una banda di barbari che mi tiene in vita solo per prendersi gioco di me.
Prego Dio affinchè questo tormento abbia fine; comunque vada, che sia fatta la sua volontà: io sono pronto.
Ecco, Ellac sta venendo ancora da me: sento il suo fetore prima ancora di udire i suoi passi pesanti.

– Come sta oggi il nostro monaco? Questa gita all’aria aperta starà sicuramente rinvigorendo il tuo corpo e la tua anima..
Poi ride, e la sua risata echeggia tra gli alberi come il lamento di una belva feroce.

– Voi romani costruite tane di pietra e fango e vi rinchiudete dentro come topi che temono la luce, vi nascondete dietro muri che vi fanno sentire sicuri: vedrai che avere un po’ di cielo sopra la testa e un po’ di vento al tuo fianco non potrà che farti che bene.
– Senza un focolare e senza un tetto: gli animali vivono così.

Ancora una volta Ellac scoppia a ridere.
– Mi piaci monaco… gli animali, dici… forse, ma gli animali feroci sono liberi, mentre voi siete schiavi.
Schiavi delle vostre regole, dei vostri padroni, del vostro Dio che vuole vedervi strisciare ai suoi piedi.
E sono schiavi anche quei pochi di voi che hanno ori e gioielli e dormono su soffici cuscini avvolti da lenzuola di seta, schiavi che vivono nella paura di perdere quello che hanno, e si illudono di comprare la sicurezza coi loro denari.

– Tu non sai niente, barbaro.
Tu sai solo uccidere e depredare, tu non sai niente della grandezza di Roma, non potresti mai capire il senso di quello che abbiamo edificato.

– Dici, monaco? In verità io vi conosco voi romani, ho vissuto in mezzo a voi.
E sono stato anche a Roma, la più grande cloaca del mondo conosciuto…
Ho visto senatori chiarissimi ed illustri imbellettati come matrone, preoccupati solo a tenere ferme le loro parrucche mentre gli schiavi che portavano le loro lettighe cercavano di evitare gli escrementi che ricoprivano le strade.
Ho visto la vostra nobiltà che si rammolliva nei vapori delle terme, ho visto miseri cenciosi che si calpestavano per avere il loro tozzo di pane distribuito da altere mani, e ho visto la feccia lanciare ortaggi marci ai Pretori perché le gare al circo non erano abbastanza gradite.
Io ho visto questo ed altro: di quale grandezza parli, tu, monaco?

– Tu hai descritto una città che cade a pezzi, ma Roma non è solo questo: Roma è la civiltà, Roma sono le leggi, le regole, il diritto.
Roma è l’ordine, lo specchio dell’Ordine celeste che trova forma su questa terra.

– Ordine, leggi, regole, diritto…
Tu mi stai parlando di catene, morbide gabbie che tengono schiavi i sudditi mentre i loro padroni li tengono buoni col pane e col circo.
Una civiltà intera fondata sulle catene, un popolo di belve ammaestrate, castrate e rese inoffensive, private dei loro slanci vitali.
E saremmo noi quelli che vivono come animali?
No, monaco, gli animali siete voi: cani che temono il bastone del padrone, che scodinzolano felici quando ricevono un osso.
Noi, siamo gli ultimi uomini rimasti.
E sai cosa, monaco? E’ questo quello che più temete di noi: noi siamo vivi.
In noi vedete la vita a cui avete rinunciato, la vita che avete barattato, e questo vi terrorizza…

– Non ci può essere vita senza regole, senza leggi..
Voi rubate, uccidete, stuprate…
Voi siete il male.

– Il male? E chi lo dice? Il tuo Dio forse?
Sai cosa è il male, per me, monaco?
Il male è tutto ciò che si intromette tra me e quello io voglio.
Così lo tolgo di mezzo, e poi mi prendo ciò che deve essere mio.
Anche io combatto il male, come vedi: in questo siamo simili…

Questa volta la sua risata mi fa venire i brividi.
Che razza di creatura è mai questa?
Che razza di uomo può essere questo, un uomo che ride di fronte alle sue vittime supplicanti, un uomo che uccide donne e bambini perché sono di intralcio al suo saccheggio, che ritiene suo tutto quello che la sua forza violenta gli concede di prendere?
Ed io non so più cosa rispondergli: anche se ci esprimiamo entrambi in latino, in realtà stiamo parlando due lingue totalmente diverse.
Le nostre anime parlano una lingua diversa.

Perché adesso so che anche Ellac ha un’anima, e questa scoperta mi tormenta: era più facile pensare che un’anima i barbari non ce l’avessero, che fossero solo demoni in carne ed ossa mandati da Nostro Signore per mondarci dai nostri peccati.
Invece sono uomini, e sono vivi.

21 luglio 2015

Dove

“Si ricorda che il vecchio Re, detentore del segreto del Graal, era paralizzato da una malattia misteriosa.
Non era del resto il solo a soffrire: intorno a lui tutto cadeva in rovina, andava in disfacimento, il palazzo, le torri, i giardini; gli animali non si moltiplicavano più, gli alberi non davano più frutti, le sorgenti si prosciugavano.
Numerosi medici avevano cercato di curare il Re Pescatore senza il minimo risultato.
Giorno e notte arrivavano cavalieri e tutti cominciavano col domandare notizie circa la salute del Re.
Un unico cavaliere – povero, sconosciuto e perfino un po’ ridicolo – si permise di ignorare il cerimoniale e le buone maniere. Il suo nome era Parsifal.
Senza tener conto del cerimoniale di corte si diresse direttamente verso il Re e senza alcun preambolo gli chiese: Dov’è il Graal?
In quell’istante tutto si trasforma: il Re si alza dal suo letto di sofferenza, l’acqua riprende a scorrere nei fiumi e nelle fontane, la vegetazione rinasce, il castello è miracolosamente restaurato.
Le poche parole pronunciate da Parsifal erano bastate per rigenerare la natura tutta.
Quelle poche parole, tuttavia, costituivano la questione centrale, l’unico problema che poteva interessare non soltanto il Re Pescatore, ma l’intero Cosmo: dove si trovava il reale per eccellenza, il sacro, il Centro della vita e la fonte dell’immortalità? Dove si trovava il Santo Graal?
Nessuno, prima di Parsifal, aveva pensato a formulare questa domanda centrale, e il mondo periva a causa di tale indifferenza metafisica e religiosa, a causa di tale mancanza d’immaginazione e assenza del desiderio del reale.
Questo piccolo dettaglio di un grandioso mito europeo ci rivela almeno un lato trascurato del simbolismo del Centro: non solo esiste un’intima solidarietà tra la vita universale e la salvezza dell’uomo, ma basta porsi il problema della salvezza, basta porsi il problema centale, ovvero il problema, perchè la vita cosmica si rigeneri in perpetuo.
Chè spesso la morte non è che il risultato della nostra indifferenza di fronte all’immortalità.”

Mircea Eliade, Immagini e Simboli

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