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-o- Too late to die young -o-
19 febbraio 2018

Il massacro e il diritto

Per segnare le porte della città, Romolo solleva l’aratro. La più antica di esse è la Porta Mugonia, che abbiamo ritrovato, è fatta con travi di legno e argilla pressata e sotto la sua soglia è stato rinvenuto il cadavere di una bambina decapitata. Un sacrificio umano”


E’ solo questione di quanto indietro nel tempo ci si vuole spingere.
Il luogo in cui abitiamo, il terreno su cui sorgono le nostre dimore, fu, ad un certo punto della storia, conteso da degli uomini armati.
Ci furono delle battaglie, ci furono dei morti, e i vincitori divennero i nuovi padroni della nostra terra.
E si tratta, appunto, solo di stabilire quanto indietro nel tempo occorre andare: la seconda guerra mondiale, il risorgimento, le invasioni austriache, spagnole, francesi, le invasioni barbariche, le conquiste dei romani che sconfiggono i galli, oppure la calata degli indoeuropei.
Il possesso della terra si fonda sulla spada, sempre.
I contratti, le leggi, lo Ius, vengono sempre dopo, quando i vincitori normalizzano la situazione, e regolano il nuovo status quo.
E questa contrapposizione, questa coesistenza schizofrenica tra il potere ultimo e decisivo della violenza e l’imposizione di “leggi” –  che hanno anche la funzione di regolamentare quella stessa violenza, in un secondo momento – rappresenta in fondo il cuore e l’essenza della civiltà occidentale.
La spada e il contratto, i bombardamenti e i tribunali, il massacro dei popoli, la mattanza dei vinti e la tutela del cittadino di fronte alla legge.
Schizofrenia pura, che a noi appare come normalità solamente perché tutta la nostra cultura si fonda su tale dicotomia.
Si tratta in fondo di eventi lontani nel tempo, che non ci riguardano più.
C’è uno “stato di fatto”, ormai: questo è il palazzo in cui ci troviamo a vivere, ereditato dai nostri avi.
E se alle sue fondamenta c’è un cimitero, se ne sta comunque sepolto nella terra.
Persone che non abbiamo mai conosciuto, secoli di distanza.

Questa dicotomia non fa solo parte del passato, in ogni caso.
Quando aerei a stelle e strisce, in questo momento, sganciano bombe contro gente inerme che ha la sfortuna di abitare terre ricche di risorse, oppure “dalla grande importanza strategica”, noi ancora ci indigniamo (almeno, quelli di noi che hanno un’anima).
Dopo le bombe, arriveranno comunque, come sempre, dei regolari contratti.
Si faranno accordi per la ricostruzione, con tanto di regolare appalto, si sigleranno alleanze bilaterali per lo sfruttamento delle risorse, con tanto di timbri e fogli protocollati.
Il massacro e il contratto non fanno solo parte della nostra storia remota: rappresentano ancora oggi la vera essenza della nostra civiltà.
Semplicemente il massacro si è spostato lontano dalla nostra vista, perché nel corso dei millenni siamo diventati più sensibili (la parte del “diritto” l’abbiamo amata tanto: le regole scritte ci fanno sentire migliori, “civili”).

Qui si va ben oltre delle semplici valutazioni storiche o morali: la vera questione è metastorica, simbolica, mitica.
Lo sterminio seguito dalla legge è un racconto mitico che si compie ciclicamente dall’inizio dei tempi.
E’ Shiva che danza e fa tabula rasa della terra, per poi riedificare, è l’uomo primordiale che viene squartato per dare il via alla creazione.
Perché alla base di tutto c’è un delitto, c’è sempre un delitto.
Gli antichi ne avevano piena consapevolezza: la prima città venne edificata da Caino che fugge dopo aver commesso il primo omicidio.
Perchè prendere possesso della terra, delimitarla, sezionarla, è un rompere l’ordine divino, una violenza all’unità primordiale ed inviolabilità della terra.
Lo sapeva bene Romolo, anch’egli fondatore di città, anch’egli assassino.
E non solo secondo il mito.
Nella leggenda egli uccide il fratello Remo, ma nella realtà colui che per primo segnò i confini dell’urbe si spinse ancora oltre.
Il solco primordiale che diede origine alla città di Roma, l’atto fondativo per eccellenza dell’urbe, è stato scoperto anni indietro da scavi archeologici ai piedi del Palatino.
La leggenda di Romolo ricalca un fatto storico documentato.
E sotto l’antica Porta Mugonia, lungo il corso di quelle prime mura, è stato trovato il cadavere di una bambina decapitata.
Un sacrificio umano, per placare l’ira delle divinità ctonie, offese da quello squarcio nel terreno.
Così inizia la storia di Roma, e di conseguenza la nostra storia, dal momento che noi ancora usiamo la lingua di quella gente, e anche queste parole sono scritte con l’alfabeto che essi avrebbero diffuso per il mondo.
Con una bimba decapitata, gettata nelle fondamenta delle mura della città, per garantirne la prosperità.
In seguito, narra il mito, Romolo stabilisce anche lo ius civico, il diritto, le leggi che avrebbero regolamentato la vita civile.
Un diritto arcaico che fu l’ispirazione su cui si fonderanno poi le nostre stesse leggi.
Il sacrificio, il massacro, e poi la legge.

Da un punto di vista metastorico tutta la nostra civiltà ha inizio col sacrificio di quella bambina.
Una creatura pura, la più preziosa delle creature, a cui viene tagliata la testa, affinché la forza vitale che la sua innocenza libererà possa garantire la prosperità della città, dell’impero, della legge.
I nostri palazzi poggiano su teste mozzate.
La follia dei nostri tempi ha origini lontane.

2 febbraio 2018

La questione della proprietà della terra

Nel maggio del 1626 Peter Minuit sbarcò a Nuova Amsterdam, nel luogo dove oggi sorge la città di New York.
Lì era presente una colonia di mercanti olandesi che commerciavano con i nativi americani locali e spedivano poi in Europa i beni che raccoglievano nel nuovo mondo.
La situazione non era sempre facile, i rapporti tra locali e olandesi erano a volte tesi, così la Compagnia olandese delle Indie Occidentali mandò in quelle terre lontane il Minuit affinchè organizzasse meglio la comunità dei suoi connazionali.
Minuit individuò il luogo ideale in cui far sviluppare la colonia – la punta finale dell’attuale città di New York, ovvero Manhattan – e volendo fare le cose per bene (era pur sempre un esponente dello spirito mercantilista europeo, ne rappresentava l’eccellenza) propose ai nativi un regolare contratto di compravendita.
I nativi, ovviamente, non sapevano che farsene del denaro europeo, ma accettarono di buon grado della merce in cambio della concessione della terra: specchi, utensili, asce, per un valore di 60 fiorini (circa mille euro attuali).
Così gli olandesi entrarono in possesso, attraverso un libero e legittimo scambio, di un terreno che attualmente risulta uno dei più preziosi al mondo; c’è chi definì quella compravendita come l’affare più vantaggioso di tutti i tempi.
Questo, almeno, è quello che gli olandesi si raccontarono, affinché la loro coscienza di onesti mercanti non rimanesse turbata.
In realtà, quello che i nativi americani credevano di aver barattato con i nuovi venuti era un semplice diritto di sfruttamento del suolo: pensavano che gli olandesi stessero chiedendo loro il permesso di cacciare e di raccogliere legna nella loro terra.
Questo perché per i nativi americani l’idea di “vendere” la terra era inconcepibile.
Semplicemente, nella loro cultura si trattava di un concetto che non poteva nemmeno essere preso in considerazione: la terra non aveva proprietari, al pari dei fiumi, delle montagne, del cielo, e al massimo quello che gli uomini potevano fare era sfruttarne le risorse.
E per quanto a noi possa apparire strano, tale concetto era universalmente condiviso anche in Europa, fino a qualche secolo prima dell’era moderna.
Ne sono testimonianza i primi documenti di estimo a nostra disposizione, risalenti alla fine del medioevo: in essi vengono stimati i beni posseduti da privati e da associazioni, e vi si calcola il valore di case, immobili vari, ma mai del terreno.
Viene stabilita la rendita di un possedimento in base ai frutti che offre (la produzione di grano, di vino, il numero di alberi presenti ecc.), oppure dal numero di animali che vi possono pascolare, ma mai vengono fatte stime del valore in sé della terra.
Questo perché la terra non era considerata un bene materiale oggetto di compravendita: nessuno ne poteva rivendicare la proprietà, per come la intendiamo noi oggi.
Prima dell’era moderna, infatti, la terra veniva al massimo data in concessione.

Lo stesso Re, a capo della piramide sociale, non era proprietario della terra, ma la “amministrava” per conto di Dio, essendo egli sovrano per volontà divina.
A noi moderni questa distinzione appare risibile, quasi un eufemismo per celare la realtà dei fatti, ma all’epoca si trattava di un fatto assodato, che non poteva essere messo in discussione: la terra non aveva proprietari, nello stesso modo in cui nessuno poteva rivendicare la proprietà del cielo.
Nello schema piramidale medioevale, in cima vi era quindi il Re che amministrava la terra del suo regno per conto di Dio; a sua volta il Re concedeva ai signori, ai conti, ai marchesi, il diritto di gestire parte di questo territorio: essi avevano il compito di custodirlo e amministrarlo per conto del Re, e concedevano ai lavoratori, ai contadini, spicchi di questa terra affinché la sfruttassero.
I contadini liberi che lavoravano la terra potevano costruirci sopra degli edifici per viverci e per poter portare avanti le loro attività, e questi edifici erano a tutti gli effetti di loro proprietà.
Ma non la terra su cui gli edifici sorgevano.

Ad esempio, quando i papi fecero ritorno a Roma sul finire del XIV secolo, in seguito alla cattività avignonese, si ritrovarono in una città per larghi tratti poco popolata, che poco aveva a che fare con la gloriosa Urbe dell’età classica.
Per incentivare l’arrivo di nuovi cittadini e la rinascita urbana, vennero concessi diversi lotti a prezzi quasi irrisori, con contratti di enfiteusi.
In pratica, il lotto veniva dato in affitto ai nuovi venuti, per periodi principalmente di 99 anni, a patto che vi venissero edificati degli immobili e venissero aperte nuove attività.
Ancora una volta, la terra non veniva venduta, non era concepibile, ma veniva concessa per un determinato periodo di tempo, con favorevoli opzioni affinché l’affittò stesso potesse venire rinnovato al termine del contratto.
Fu così che Roma fu ricostruita, fino a diventare la città che conosciamo ora, piena di splendidi edifici rinascimentali.

Pietro del Massaio, Pianta di Roma, 1472 (1473)

Pietro del Massaio, Pianta di Roma, 1472 (1473)

Il concetto della terra quale bene non oggetto di compravendita sopravvisse fino a tutto il periodo medioevale e trovò la sua massima espressione nelle terre demaniali: questi erano ampi tratti di terreno che non “appartenevano” a nessuno, ovvero nessuno poteva rivendicarne l’amministrazione e il godimento esclusivo dei beni presenti.
Si trattava di boschi, campi aperti, dove chiunque poteva recarsi, far pascolare i suoi animali, raccogliere legna.
Non erano spazi “comunali” o “pubblici” come noi li intendiamo, perché nemmeno il comune, o il signore, o il Re stesso, potevano impedirne a chiunque l’accesso.
Così, il momento in cui il parlamento inglese vara la legge delle enclosures nel XVIII secolo può essere visto come l’atto simbolico che pone fine in Europa alla vecchia concezione dell’impossibilità del possesso della terra: con le enclosures, infatti, si rese obbligatoria la recinzione dei terreni liberi (open fields e common lands) che avevano rappresentato una risorsa essenziale per i piccoli contadini e gli allevatori inglesi.
Da quel momento in poi ogni lembo di terra venne delimitato, sezionato, e venduto con contratti regolari che ne stabilivano il pieno possesso per come noi lo intendiamo oggi: era l’inizio dell’era moderna, caratterizzata dall’industrializzazione a cui avrebbe contribuito in primis proprio quella massa di contadini che si ritrovò ora incapace di portare avanti la sua vecchia attività.

si veda anche: Nomadi e sedentari

23 gennaio 2018

La dissonanza cognitiva dell'Occidente e la sua origine arcaica

Una legge per il leone e il bue è oppressione
William Blake

La dissonanza cognitiva […] riguarda un atteggiamento molto usuale tra noi umani che spesso mettiamo in atto inconsapevolmente o non volendocene rendere conto per comodità, convenienza o perché si tratta di situazioni di cui non riusciamo a fare a meno.
Tale teoria è basata sull’assunto che un individuo mira normalmente alla coerenza con se stesso, o per lo meno ci prova e ci riesce in quasi tutte le cose che fa, vi sono però delle situazioni in cui il soggetto stesso cade in contraddizione con quello che asserisce.
Quando i pensieri, le emozioni o il comportamento entrano in conflitto tra loro l’individuo prova disagio e tende a eliminare quelli in contraddizione inventandosi delle scuse, delle teorie, degli assunti che ritiene veritieri ma che in realtà sono il frutto della sua capacità creativa per non ammettere di essersi sbagliato e contraddetto.

Dissonanza cognitiva: rapporto di incongruenza tra atteggiamenti cognitivi dell’individuo (conoscenza, opinione ecc.) ed elementi dell’ambiente esterno; essa è percepita come spiacevole dall’individuo, che è spinto a ridurla.

 

Gran parte di quello che siamo e di quello che pensiamo, di quello in cui crediamo e dei nostri valori, è irrimediabilmente frutto dell’ambiente in cui ci siamo trovati a nascere, della cultura che abbiamo ereditato e degli insegnamenti che abbiamo appreso fin dalla più tenera età.
Molte delle verità che diamo per scontate, incontestabili, sono in realtà concezioni che abbiamo ereditato, e che i nostri avi si trasmettevano di generazione in generazione per migliaia di anni.
Così anche il nostro occidente* usa quali concetti chiave per descrivere la propria civiltà idee quali l’egualitarismo, la cooperazione, la fratellanza, la generosità, il coraggio, la sincerità, l’onore, la compassione, la giustizia.
Che siano mera retorica o raffinata ipocrisia, tali qualità sono nondimeno considerate nobili a priori, su di esse si fondano il diritto contemporaneo e tutte le nostre istituzioni.
Nondimeno, risulta evidente anche ai più ingenui che vi è una totale dicotomia tra i valori fondanti della società occidentale e il modo in cui essa opera, ed ha operato, nei secoli.
La nostra economia si fonda sulla prevaricazione, la furbizia seppur condannata viene dietro le quinte considerata un pregio essenziale per la sopravvivenza quotidiana, e per quanto concerne le istituzioni e i sistemi di governo che hanno guidato i popoli, le guerre e le prevaricazioni sono state la norma nei secoli.
Sarebbe fin troppo semplice spiegare tale dicotomia quale mera espressione della natura ipocrita degli esseri umani.
L’ipocrisia in sé non è necessaria, né è necessario celare in maniera così plateale la propria vera essenza, per un essere umano così come per una società intera.
Si potrebbe anche sostenere, correttamente, che spinte diverse agitano e guidano l’anima di ogni uomo: bene e male, volontà di prevaricazione ed empatia, aggressività e compassione abitano in ognuno di noi.
Questo è indiscutibile, ma è altrettanto vero che ogni epoca, ogni ambiente, ogni società, trasmette degli stati d’animo, indica delle priorità, stabilisce una scala di valori (valori che possono variare nel tempo), e l’essere umano assorbe tali stimoli e ne fa nutrimento per le sue varie componenti.
Alla fine in ogni uomo emerge la parte di sé che maggiormente viene nutrita, alimentata, e per la grande maggioranza degli esseri umani l’aria che si respira contribuisce in maniera decisiva per far prevalere questa o quella componente.
E nella nostra epoca in particolare vi sono due morali nettamente distinte che coesistono, e si diffondono, una in maniera aperta, la seconda in modo subdolo, non ufficiale.
Ed è quest’ultima a dettare effettivamente il corso della storia.

Uno dei motivi quindi per cui tale dicotomia – la discrepanza tra i valori propagandati e quelli che invece vengono attuati – si è verificata va ricercato agli albori della nostra civiltà, qualche migliaio di anni fa, nel momento in cui due culture diametralmente opposte si incontrarono nella vecchia Europa, si scontrarono, ed infine si fusero dando origine alla storia per come la conosciamo, ponendo le basi per la creazione della nostra mentalità, e del nostro modo di vivere nel mondo.

*il termine “occidente” va letto in chiave simbolica, per definire la cultura e la civiltà che si è sviluppata in Europa negli ultimi 7.000 anni ed in seguito si è diffusa nel resto del globo.
Il termine, pur impreciso ed approssimativo, verrà usato per sintetizzare il carattere della cultura di cui l’articolo si occupa.

Gli Indoeuropei arrivano in Europa, la nascita della nostra scala di valori.

 

Espansione dei popoli Indoeuropei - Kurgan

Espansione dei popoli Indoeuropei – Kurgan

 

Ci sono ancora molti aspetti oscuri per quanto riguarda la storia degli Indoeuropei, ma i fatti assodati ci offrono una visione sufficientemente chiara per poter avere una idea di base sul chi fossero e come agissero le popolazioni che sotto tale nome vengono raggruppate.
Di essi sappiamo che parlavano un idioma da cui sono derivate molte delle lingue diffuse oggi nel mondo: lingue di origine indoeuropea sono il latino e di conseguenza le lingue neo romanze (italiano,francese, spagnolo ecc), le lingue germaniche (tedesco, olandese, inglese…), il greco, l’iraniano e alcune lingue indiane.
Era un popolo che usava parole quali paeter, meter, da cui i nostri padre e madre, i greci pater e mitera, gli inglesi father e mother, e contava, sette mila anni fa, in un modo che sarebbe risultato familiare anche a noi: oinos, dwo, trjes, kwettwor, penqwe, sewks, septm, hocto, newn, dectm, e così via.

Le lingue indoeuropee
Si trattava quindi di un popolo capace di trasmettere la propria lingua e di diffonderla ai quattro lati del pianeta nei millenni a seguire, in grado di dare una impronta decisiva alla cultura e alla mentalità delle genti che andava via via assoggettando.
Gli indoeuropei sapevano come imporsi: furono un popolo guerriero, conquistatore; erano abili combattenti, usavano cavalli e armi, e onoravano le divinità del cielo.
Questi sono alcuni punti essenziali per iniziare a comprendere la mentalità e l’ideologia che gli indoeuropei portavano con loro.
Tenevano in massima considerazione il coraggio, la forza fisica, e nel loro schema di valori un uomo aveva il diritto di impossessarsi di quello che poteva prendere con la violenza.
Il diritto di conquista era una regola, la guerra un atto glorioso che definiva un uomo ed un popolo.
E’ di estrema importanza notare come l’ideologia di fondo dei popoli indoeuropei e il loro agire coincidevano perfettamente: non lodavano la pace né predicavano la tutela e il rispetto del debole; la forza fisica, l’abilità guerriera e la prevaricazione del meno potente erano in sé dei valori.

Gli indoeuropei quindi, con il loro spirito di conquista, si spostarono dalle steppe centro asiatiche (la loro originaria ubicazione è ancora oggetto di dibattito) e in diverse ondate arrivarono anche in Europa, a partire probabilmente dal 5.000 avanti Cristo e fino al II millennio prima dell’epoca storica.
Quando arrivarono nella vecchia Europa incontrarono delle popolazioni che vi abitavano da migliaia di anni, popoli che avevano sviluppato a loro volta una cultura avanzata con delle caratteristiche ben precise.
Anche di questi popoli arcaici sappiamo poco, ma gli indizi archeologici ci suggeriscono alcuni aspetti certi: si trattava di popoli sedentari che vivevano prevalentemente di agricoltura, possedevano ottime capacità nel lavorare la terracotta e producevano utensili di ottima fattura, in particolare vasi e contenitori; vivevano in villaggi e città di piccole-medie dimensioni, e i loro centri abitati erano privi di mura difensive.

L'Europa Neolitica, prima dell'arrivo degli Indoeuropei

L’Europa Neolitica, prima dell’arrivo degli Indoeuropei

E’ importante specificare che l’agricoltura praticata da queste popolazioni non era ancora quella che si sarebbe in seguito diffusa in maniera capillare: si trattava di un’agricoltura di “sussistenza”, in cui l’intervento dell’uomo nello sfruttare la terra in modo sistemico era limitato.
La raccolta dei frutti del terreno era complementare alla caccia e all’allevamento, e fatto essenziale non era ancora comparsa la presenza del “surplus”, ovvero il prodotto del suolo eccedente, adatto ad essere immagazzinato o ad essere scambiato con altri beni.
Tale surplus, che fa la sua comparsa proprio nelle culture agricole più sviluppate, è il fattore determinante che segnerà in seguito la divisione della società in classi, dal momento che l’organizzazione e lo sfruttamento delle eccedenze avrebbe permesso ad una elite di esentarsi dal lavoro manuale sfruttando quello dei coltivatori subordinati.
Non dovendo più occuparsi materialmente del proprio sostentamento, questa elite avrebbe potuto così dedicarsi alla gestione della società, creando istituzioni e leggi che ne garantissero i privilegi e mantenessero lo status quo, finché tale divisione tra sfruttati e sfruttatori non si fece “regola” e divenne consuetudine, fino ad essere assorbita ed accettata dalla società quale “stato naturale delle cose”.

I popoli di questa Europa antica non erano nemmeno specializzati nella costruzione di armi, d cui si può dedurre che si trattasse di popoli sostanzialmente pacifici.
Seppellivano i loro morti e le tombe non mostravano differenze sostanziali per quanto riguarda gli oggetti che accompagnavano i vari defunti: da ciò si è dedotto che non esistevano grandi differenze di status sociale tra gli abitanti, e si trattava quindi di società probabilmente egualitarie.
La loro religione era incentrata sul culto delle divinità ctonie, terrene, e ciò è ovviamente coerente con il fatto che la terra stessa fosse la fonte primaria del loro sostentamento.
I culti che si rifacevano alla fertilità della terra e alla morte e rinascita della natura degli esseri viventi avevano una importanza primaria, così come la figura della Grande Dea Madre che sintetizzava la visione del creato che questi popoli avevano sviluppato.

Basandosi su questi fatti, alcuni autori si sono spinti ad ipotizzare nella vecchia Europa pre-indoeuropea una sorta di età dell’oro di stampo matriarcale, dove attorno al culto della Madre Terra si era sviluppata una società pacifica e priva di contrasti, dove la violenza e la prevaricazione, pur inevitabilmente presenti, erano stigmatizzate e bandite.
Per quanto tali considerazioni possano facilmente dare vita ad eccessive idealizzazioni (vari movimenti di stampo femminista ad esempio hanno voluto vedere in quelle arcaiche società una sorta di eden fondato su una struttura matriarcale, spazzato via dalla violenza del patriarcato dei popoli invasori), resta indubbio che le evidenze giunte a noi descrivono comunque una cultura di stampo prevalentemente pacifico ed egualitario, che onorava nei suoi culti la Terra quale dispensatrice della vita stessa dal momento che da essa e dai suoi frutti traeva il proprio sostentamento.

Manufatti della cultura balcanica di Cucuteni, V-IV millennio a.C.Dopo l'arrivo dei conquistatori Indoeuropei, passerranno diversi millenni prima che in Europa si sia nuovamente in grado di creare opere artistiche di tale raffinatezza.

Manufatti della cultura balcanica di Cucuteni, V-IV millennio a.C.
Dopo l’arrivo dei conquistatori indoeuropei passerranno diversi millenni prima che in Europa si sia nuovamente in grado di creare opere artistiche di tale raffinatezza.

Ecco quindi che quando i popoli indoeuropei giunsero nella vecchia Europa e vennero a contatto con queste popolazioni l’esito dello scontro era già scritto: una cultura guerriera e bellicosa ha infatti gioco facile nel soggiogare delle genti che conducono una vita prevalentemente pacifica, prive di armi.
Gli indoeuropei si imposero come nuovi dominatori, e dalla loro fusione con le genti autoctone ebbero origine i popoli storici che in seguito definirono il destino del nostro continente: celti, greci, germani, slavi, italici, iberi…
Questa “fusione” avvenne in modalità diverse, a seconda delle circostanze.
Vi furono casi in cui i conquistatori soggiogarono completamente i popoli autoctoni, mantenendo per sé il ruolo di classe egemone e relegando gli altri al ruolo di schiavi/servi, come presumibilmente fecero gli antichi spartani quando divisero la società in classi nettamente distinte, riservando per sé l’arte del governo e della guerra e confinando gli iloti al compito di schiavi-coltivatori.
In altri casi la fusione avvenne in maniera più graduale e la società che ne derivò risultò un amalgama tra la cultura dei vincitori e dei vinti.
Questo secondo caso fu quello che prevalse nel corso della storia, ed è quello che propriamente dette origine alla nostra civiltà.

Occorre a questo punto considerare un aspetto fondamentale: quando una cultura guerriera intraprende delle campagne militari, davanti a sé apre due distinte possibilità, il saccheggio e la conquista permanente del suolo.
Nel saccheggio un determinato territorio viene assalito, ci si appropria con la violenza dei beni che può offrire e ci si muove oltre.
In un’operazione di questo tipo lo sterminio delle popolazioni locali che si oppongono all’incursione non rappresenta un problema, così come il fare “terra bruciata” alle proprie spalle quando l’operazione è conclusa.
Quando invece, ed è il caso di cui stiamo trattando, una conquista vuole essere definitiva, con conseguente occupazione del suolo, la popolazione assalitrice una volta preso il controllo del territorio deve scendere a compromessi con gli sconfitti.
Anche mantenendo per sé infatti il ruolo egemone, c’è bisogno di persone adatte a procurare il sostentamento e le materie prime per la sopravvivenza della classe egemone.
In altre parole, se tutti gli sconfitti venissero eliminati, non resterebbe più nessuno disponibile a servire i nuovi padroni.
Sorgono quindi delle problematiche nuove: la vita degli sconfitti va preservata, e occorre anche fare in modo che essi siano disponibili a lavorare per i vincitori.
Un metodo possibile per ottenere tale obiettivo è quello utilizzato dagli spartani, ovvero il separare nettamente la società in classi e mantenere in stato di schiavitù i vinti.
Ma tale sistema risulta alla lunga fragile, ed i conquistatori, essendo sempre una piccola minoranza all’interno della nuova società formatasi, non potranno mai governare con totale sicurezza: le rivolte dettate dal malcontento dei soggiogati saranno sempre alle porte.

Il modello che invece ha alla lunga prevalso è stato quello della fusione graduale.
I vincitori hanno tenuto per sé il potere, formando l’aristocrazia, mentre i vinti sono stati inglobati all’interno di un sistema più morbido, dando loro anche la possibilità di partecipare attivamente, fino ad un certo punto, alla vita sociale della nuova realtà.
Col tempo poi le divisioni tra vinti e vincitori si sarebbero fatte sempre meno marcate, fino ad ottenere una società sempre composta da classi, ma in cui tale separazione sarebbe stata vissuta ormai come un dato di fato, come fosse “il corso naturale delle cose”.
In questo preciso momento storico, quello della fusione, trova origine anche il bagaglio di valori che l’occidente si è poi trasmesso per generazioni.

I vincitori, infatti, con la loro ideologia della conquista e la loro esaltazione delle virtù virili e violente, vennero a contatto con l’ideologia dei vinti, i cui valori rispecchiavano il rispetto del creato, la venerazione della terra e dei suoi prodotti e di conseguenza una naturale predisposizione verso la fratellanza e il rispetto reciproco.
La stessa società indoeuropea era nettamente separata in tre caste: vi erano i sacerdoti, i guerrieri, e i servi, ovvero coloro che avevano il compito di produrre i beni necessari alla sopravvivenza della comunità.
La casta dei guerrieri diede origine in seguito alla classe aristocratica, mentre a partire dal tardo medioevo alla casta dei servi si aggiunse quella dei mercanti, da cui poi si sviluppò la borghesia della società moderna; la casta dei servi fu formata dalla grande massa di contadini, per millenni la grande maggioranza della popolazione, che aveva il compito di coltivare il suolo e fornire il primo nutrimento per tutta la società; prese infine il nome di “forza lavoro” e di proletariato nell’età contemporanea.
Come si può notare, la separazione della società in classi della cultura indoeuropea è stata da noi ereditata in pieno, tanto da risultare per tutto il corso della storia occidentale un semplice “dato di fatto”.
Le società della Europa antica al contrario non seguivano una ripartizione tanto rigida: vi era una certa separazione dei compiti, ma in un contesto molto più fluido, e soprattutto non risulta che vi fossero differenze di status tra i componenti delle comunità tali da dare vita a strutture sociali piramidali.

Le stesse religioni dei due popoli guardavano verso direzioni diverse: gli dei degli indoeuropei abitavano il cielo, con Zeus Pater, lo Juppiter romano, a capo del pantheon.
Erano divinità guerriere, iraconde, scagliavano fulmini e dominavano le tempeste.
Le divinità dei popoli dell’Europa arcaica erano invece ctonie, abitavano la terra, e come la Madre Terra accoglievano nel loro grembo le creature.
Erano materne e offrivano sostentamento, e possedevano anche aspetti oscuri e terribili, dal momento che incarnavano l’essenza del femminile (questi aspetti oscuri inquietarono non poco i popoli conquistatori: la potenza celata e terrificante della Dea Madre appariva molto più spaventosa dell’ira guerriera delle divinità celesti).
Ne nacque un universo religioso del tutto nuovo, in cui nel pantheon celeste entrarono ora a far parte anche divinità femminili e protettrici, e accanto al culto degli dei guerrieri e degli eroi sopravvissero e prosperarono i culti misterici femminili e ctoni.

E la classe dirigente da allora dovette sviluppare anche un nuovo universo immaginale, un nuovo racconto ideologico ed una nuova scala di valori per mantenere in equilibrio la nuova società che ora si era formata.
Il guerriero indoeuropeo poteva infatti condurre la sua esistenza di conquistatore esaltando la violenza e le virtù guerriere, ma nel momento in cui divenne signore di popoli necessari al suo sostentamento dovette dare una nuova forma espressiva ai valori che gli sono propri.
Il coraggio e la forza rimasero sempre delle virtù indiscutibili, ma la violenza veniva ora giustificata solamente nei confronti delle popolazioni nemiche, e in altri casi particolari.
La nuova classe dirigente dovette mantenere l’ordine civile; di conseguenza concetti quali solidarietà, fratellanza, rispetto reciproco furono opportunamente sfruttati, approfittando del fatto che essi già facevano parte del bagaglio culturale degli sconfitti.
Tutto il complesso monumentale delle leggi, del diritto occidentale, non nasce come atto di spontanea benevolenza dei governanti nei confronti dei sudditi, ma come operazione necessaria per mantenere un ordine tra la massa degli sfruttati: la classe dirigente aveva infatti bisogno dei beni che i contadini e gli artigiani fornivano, e affinché questi ultimi potessero continuare ad essere produttivi necessitavano anche di agire in un contesto sufficientemente “sicuro”.
Si mise nero su bianco, da quel momento in poi, che la prevaricazione dell’uomo sull’uomo non era più accettabile; in realtà, la classe dominante non fece altro che assicurare tale prerogativa per se stessa.

E’ in questo momento che nasce la dicotomia tra azione e pensiero dell’occidente: mentre il guerriero indoeuropeo esaltava la guerra e la violenza e le praticava, e il contadino europeo credeva nella pace e viveva di conseguenza (e c’era quindi coerenza tra i valori predicati e la loro attuazione ) la nuova classe dirigente predica d’ora in poi le virtù dei vinti mentre continua ad agire secondo la propria scala di valori.
Si predica la fratellanza ma si sfruttano gli sconfitti, si esalta la pace ma si continuano a preparare le guerre.
Ha inizio la dissonanza cognitiva dell’occidente.

Da quel momento in poi nel corso della storia i due sistemi di valori si sarebbero sovrapposti in maniera precaria.
Tutta la civiltà europea ed occidentale si sarebbe sviluppata facendo propria a parole, nelle sue istituzioni e nei suoi componimenti, la morale degli sconfitti.
La bontà d’animo, la fratellanza e la pace sarebbero state ovunque osannate, lodate, indicate come obiettivo supremo che la civiltà stessa si pone.
Nello stesso momento, nell’atto di agire, ogni civiltà storica avrebbe fatta propria la concezione guerriera, laddove la guerra e la conquista rappresentavano un modo “lecito” per appropriarsi delle risorse altrui.

Morale dei servi, morale dei signori.

Diciamocelo francamente, come sino a oggi ogni civiltà superiore è cominciata sulla terra!
Uomini con un’indole ancora naturale, barbari in ogni terribile significato della parola, uomini da preda ancora in possesso di non infrante energie volitive e bramosie di potenza, si gettarono su razze più deboli, più ben costumate, più pacifiche, forse dedite al commercio o alla pastorizia, o su antiche civiltà marcescenti, in cui appunto l’ultima forza vitale fiammeggiava in rutilanti fuochi artificiali d’intelligenza e di pervertimento.
La classe aristocratica è stata sempre, in principio, la casta barbarica: la sua preponderanza non stava in primo luogo nella forza fisica, ma in quella psichica, – erano gli uomini piú interi (la qual cosa, a ogni grado, significa anche lo stesso che “bestia piú intera”).
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male.

Friedrick Nietzsche fu tra i primi ad individuare tale dicotomia nella società occidentale: nei suoi scritti chiama questi due sistemi morali “morale del signore” e “morale del servo”.
Mentre la prima, tipica dei guerrieri e degli uomini liberi, esalta la forza, la nobiltà, la spregiudicatezza e determina il valore di una azione in base al suo risultato, la seconda, tipica dei “deboli”, predica invece la bontà, la compassione, l’amicizia, e si confà a coloro che non hanno la forza necessaria per agire e covano rancore nei confronti dei potenti.
Nietzsche sosteneva che fosse il cristianesimo, e prima ancora l’ebraismo, il vero colpevole della diffusione della morale dei servi in occidente, e predicava un ritorno alla celebrazione della spinta vitale e della forza d’animo degna degli “spiriti liberi”.
In realtà, quella che Nietzsche chiamava con intento dispregiativo morale dei servi  era un sentire diffuso nel nostro continente molto ben prima dell’arrivo delle religioni abramitiche.

Occorre qui fare una doverosa precisazione: si possono considerare le scale dei valori dei popoli in base a due criteri.
Il primo criterio è quello della propria coscienza personale, quella che ci suggerisce cosa sia “giusto” o “sbagliato” a priori.
L’altro criterio è quello della coerenza.
Un popolo guerriero che considera la forza fisica una virtù, e la soppressione del più debole quale legge naturale, nel momento in cui attua la guerra e la conquista si comporta in maniera coerente con il suo pensiero.

Il vero problema della società occidentale contemporanea è che non esiste coerenza tra lo schema di valori che diciamo di seguire e il modo di agire del sistema che abbiamo costruito.
La retorica occidentale, democratica, egualitaria, solidale, compassionevole, è in netto contrasto con una società strutturata invece sul prevalere continuo sul prossimo.
Dal singolo essere umano, che deve calpestare gli altri per farsi strada nella società, agli stati stessi, che onorano la pace e la fratellanza e praticano incessantemente guerre di conquista, militari ed economiche.
L’occidente è schizofrenico, e la dicotomia tra retorica e prassi rappresenta la vera malattia che corrode gli uomini e la società dall’interno.
I segnali che giungono e che formano la nostra ideologia sono sempre più contrastanti: la bontà e la generosità vengono apertamente lodate quali virtù, mentre in privato si dileggiano e si indicano quale sintomo di debolezza.
La furbizia e l’arte dell’inganno vengono stigmatizzate a parole, mentre si coltivano alacremente dietro le quinte.
Nel suo profondo la nostra società porta ancora l’impronta dell’ideologia degli antichi indoeuropei: il più forte attua la conquista, la soppressione del più debole è ancora considerata espressione del corso naturale delle cose.
La maschera che indossa ha invece il volto pacifico della Dea Madre nella sua versione accogliente: si augura ogni bene al prossimo, si fa beneficenza, ci si commuove per i meno fortunati.
Queste due ideologie stanno alla base del nostro schema di valori, della nostra morale condivisa: si tratta di due ideologie contrapposte, che nei millenni l’occidente ha tentato di amalgamare.
Il risultato è una malattia di fondo irrefrenabile, perché il contrasto tra le parole e gli atti logora gli uomini così come la società.

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Letture consigliate

Francisco Villar, Gli indoeuropei e l’origine dell’Europa
Marija Gimbutas, Kurgan. Le origini della cultura europea
Iaroslav Lebedynsky, Gli Indoeuropei. Fatti, dibattiti, soluzioni
Georges Dumezil, Ideologie miti massacri : indoeuropei
Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni
Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni
Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno
Massimo Fini, Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità
Friedrick Nietzsche, Genealogia della morale
Friedrick Nietzsche, Al di là del bene e del male
William Blake, Il matrimonio del cielo e dell’inferno

15 gennaio 2016

Il giardino del creato

In principio era il verbo, e il verbo si fece carne, materia.
Noi viviamo in questa dimensione, in cui il sensibile e il non sensibile si fondono, e questa dimensione in cui noi ci muoviamo è il regno della creazione.
La creazione è il senso stesso della manifestazione dell’Essere, è l’Essere che si plasma e prende forma.
Ora, ci sono due modi in cui si può concepire questo processo: si può vedere questa manifestazione dell’Essere, questa sua emanazione che erompe e genera il mondo materiale, come il compimento di un processo necessario, vitale e quindi positivo, oppure si può giudicare questo fluire come una caduta nefasta, in cui lo spirituale degenera nel terreno, scendendo di livello.
Nel primo caso si assume l’opera dell’Essere, e il suo manifestarsi, come atto necessario, dovuto, e quindi benevolo.
Il nostro singolo ruolo, in questo processo, sarebbe quello di agire a favore della creazione, perpetuandola, continuando, nella nostra veste di creature, l’opera dell’Essere.
Agire per la creazione significa quindi propriamente “creare”, generare, prendersi cura dell’esistente come fosse un giardino da far fiorire.
Noi siamo i giardineri della creazione.

Al contrario, nel considerare la manifestazione materiale, ilica, quale degenerazione di una ipotetica essenza perfetta e ideale, eterea e intangibile, esclusivamente spirituale, ecco che essa diviene mero strumento, pietra senza vita e senza scopo, ostacolo alla risalita verso una vetta dimenticata.
Ogni regola morale ed etica perde quindi di valore, nell’universo materiale, dal momento che esso è già di per sè il regno della degenerazione e del male.
In questa visione, la distruzione della manifestazione materiale, con ogni mezzo, la dissoluzione propriamente detta, diventa unico imperativo.
Dissoluzione è quindi agire contro la creazione, non solo non agendo per il completamento dell’opera dell’Essere, ma adoperandosi altresì per l’estinzione dell’esistente ilico.
Quello che prima veniva definito male viene quindi in questo modo considerato non solo lecito ma auspicabile: omicidi, guerre, devastazioni massacri ed ogni forma di ribaltamento dei legami empatici tra gli esseri umani e la natura stessa.

I libri e i pensieri degli uomini che ci hanno preceduto possono aiutarci a considerare la questione, possono definire il grande campo di lotta a cui l’universo va incontro e in cui noi stessi siamo chiamati a partecipare, ma è solo ascoltando quello che portiamo dentro, recuperando e raggiungendo la nostra parte più sacra, che possiamo decidere da che parte stare, se innafiare  e coltivare il giardino del creato oppure dargli fuoco.

si veda anche L’essenza del Satanismo

4 gennaio 2016

I taglialegna del re - parte II

I taglialegna del re – parte prima

Il sole raggiunse il punto più alto nel suo viaggio nelle strade del cielo, e fu allora che tornò il re, dopo aver visitato le altre baracche.
Ritrovò Olaf dove lo aveva lasciato, seduto sull’uscio mentre stringeva la sua scure.
Il re scese dal suo cavallo, e gli si avvicinò.
“Dimmi, giovane, sai perchè vi ho mandati qui?”
“Fino a ieri credevo che volessi che tagliassimo la legna, sire.”
“E oggi invece cosa credi?”
Olaf alzò lo sguardo da terra, si fece coraggio e guardò il suo re: “Tu ci hai mandato qui affinchè imparassimo a costruire le scuri.”
“E’ così. E adesso dimmi, giovane: come si impara a costruire le scuri?”
“Tagliando gli alberi, sire.”
“Infatti. Tu ci hai messo tre anni per capirlo, mentre i tuoi amici, senza pensarci, hanno trovato il modo sin da subito.”
“Ma perchè, sire, non ce lo hai detto? Perchè non ci hai detto sin dal primo momento che il nostro compito sarebbe stato quello di costruire scuri?”
“Se ve l’avessi detto sin da subito vi sareste concentrati su quello, avreste impiegato il vostro tempo a costruire la scure migliore, proprio come hai fatto tu.
Poi una volta soddisfatti l’avreste provata su un albero, forse due, e vedendo che era funzionale avreste considerato il vostro lavoro completato.
Ma una buona scure non è quella bella a vedersi, come la tua, quella che taglia un albero o due.
Una buone scure serve al taglialegna per lavorare da mattina a sera: deve essere robusta e resistente ma anche pratica, deve essere dura ma il più leggera possibile, perchè è controproducente aggiungere ulteriore fatica ad un lavoro già di per sé duro e sfiancante.
E adesso dimmi, giovane Olaf: come si può ottenere una scure così?”
“Tagliando alberi, tanti alberi.
Provando e riprovando, rompendo decine di scuri e abbandonando quelle troppe pesanti. Tagliando tanti alberi, sire.”
“Esatto, mio giovane pensatore. I fabbri della città da tempo ormai fanno a gara per forgiare le scuri più scintillanti e maestose; hanno imparato il mestiere dai loro padri, ed essi a loro volta lo avevano ereditato dai propri genitori.
Ma i fabbri di adesso, artigiani dotati e maestri forgiatori, non hanno mai tagliato un albero in vita loro, con le scuri che creano, e si sono dimenticati a cosa effettivamente le loro creazioni servano.
Per questo ho scelto voi, quattro giovani che mi erano stati segnalati per la loro prontezza ed intelligenza, e vi ho mandati qui.
Affinchè tagliando alberi poteste imparare a costruire delle scuri finalmente utili al loro scopo.
Ora i tuoi tre amici verranno con me al castello, e insegneranno agli apprendisti come effettivamente una scure vada forgiata.”

Olaf rimase in silenzio a riflettere sulle parole del re.
Lui di alberi non ne aveva tagliato nemmeno uno.
La conoscenza che aveva scovato nei libri era preziosa, ma solo con l’atto in sé sarebbe potuto giungere al vero sapere.
Quale beffa: aveva imparato una grande lezione, ma a cosa gli serviva?

“Che ne sarà di me, ora, sire?” chiese infine Olaf al suo re.
Il re lo guardò negli occhi, poi si girò e raggiunse il suo destriero.
Vi salì ed infine si rivolse ad Olaf.
“Ci vediamo tra un anno, e vedi di avere una buona scure. Mi servono altri fabbri, al castello.”