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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
22 ottobre 2018

Love among the ruins

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19 ottobre 2018

Pensiero debole e schizofrenia dei tempi


Secondo Albert Camus la principale domanda che la filosofia deve porsi riguarda la vita stessa: vale la pena vivere?
Tutto il resto è secondario, ogni ulteriore domanda viene molto dopo, in termini di importanza.
Ed è un pensiero coerente, il punto di arrivo del pensiero moderno che passo dopo passo ha voluto stabilire l’assenza di qualunque metafisica (intesa qui nel suo senso etimologico, ovvero ciò che va oltre il mondo fisico, tangibile).
La rivoluzione del pensiero moderno parte da lontano, ma fissa le sue sentenze e diffonde le sue conclusioni parallelamente alla rivoluzione scientifica settecentesca ed ottocentesca.
E l’epoca dei lumi, a cui seguì la rivoluzione industriale, è ancora oggi considerata, ufficialmente, il punto di svolta definitivo che diede inizio al nostro mondo.
Da lì in poi il processo scientifico divenne la vulgata ufficiale.
Le scienze empiriche si occuperanno da lì in poi quindi solo dei fatti sperimentali, ovvero quei fatti che possono essere osservati, misurati, ed eventualmente riprodotti, come si vedrà in seguito.
Nonostante la fisica quantistica abbia messo in crisi questi fondamenti, essi continuano a definire il nostro mondo, per un motivo molto semplice: nella pratica, le scienze empiriche, funzionano, danno risultati concreti.
Osservando, misurando, riproducendo i fenomeni, la scienza moderna ha creato le locomotive, le automobili, i grattacieli in ferro e vetro, le lavatrici e l’aria condizionata.
La materia è stata addomesticata, sezionata e riassemblata per creare nuovi oggetti che rispondo ai comandi loro assegnati.
Le scienze empiriche quindi hanno funzionato nel concreto, da qui la loro indiscussa vittoria.
Vi era un solo soggetto in cui tali scienze parevano trovare qualche difficoltà di applicazione: l’essere umano.
In un universo in cui tutto poteva essere misurato, in cui il comportamento di ogni tipo di materia poteva essere predetto, una volta avuti dati a sufficienza, l’essere umano rimaneva una incognita.

Fu così che in pieno positivismo scientifico furono due particolari scienze che tentarono di colmare anche questa lacuna: la biologia e la psicologia.
La biologia, in seguito influenzata anche dalle teorie darwiniane, iniziò a studiare l’homo sapiens nel suo insieme, come essere vivente.
Secondo tale paradigma, nello stesso modo in cui gli esseri viventi seguono dei percorsi comuni così anche l’essere umano in fondo non fa che ricalcare lo schema degli organismi viventi: nasce, si nutre, cresce, cerca di riprodursi, muore.
Le menti più scientifiche si spinsero ancora oltre: quelle che l’essere umano chiama emozioni, o sentimenti, sono semplici processi ormonali che guidano l’organismo verso i suoi compiti; ciò che viene chiamato amore, ad esempio, non sarebbe altro che una risposta a degli stimoli ormonali, laddove un organismo prova attrazione nei confronti del sesso opposto affinché la riproduzione possa avere luogo.
Processi ormonali, quindi, nulla più.
La complessità dell’essere umano, ciò che lo rendeva apparentemente diverso dagli altri fenomeni osservabili e misurabili, dipendeva solo da una maggiore quantità di fattori in ballo, di dati da analizzare.
Una volta avuta conoscenza di tutti questi fattori, anche l’uomo poteva essere studiato, e i suoi comportamenti “previsti”.
Questo fu in sintesi il pensiero della psicanalisi, che vide nell’anima stessa un ulteriore oggetto di studio, alla pari degli altri fenomeni fisici: un oggetto che semplicemente presentava delle ulteriori difficoltà.
Una macchina, solo un po’ più complessa.

Ogni epoca quindi ha una sua narrativa, una sua spiegazione sulla realtà del mondo, un sapere ufficiale accettato che viene trasmesso ed insegnato, e questo sapere ufficiale non sempre coincide col sentimento popolare diffuso, ma è in grado di influenzare e direzionare il pensiero dei molti.
La nostra narrativa, erede del positivismo ottocentesco, viene insegnata nei licei e nelle università, trasmessa poi da operatori accreditati in trasmissioni divulgative come superquark, o attraverso le pagine dei giornali negli interventi degli esperti, si basa su alcuni capisaldi universalmente accettati quali “fatti incontenstabili”.
Il primo di questi fatti incontestabili è, in maniera alquanto ridondante, la piena fiducia nel metodo scientifico: si può discutere di fatti solo in presenza di fenomeni misurabili.
Una legge scientifica si potrà poi stabilire quando un fatto osservabile è anche riproducibile, come da premessa.
Osservabile e riproducibile: ciò che esula da tali circostanze non potrà essere oggetto di trattazione (scientificamente parlando).
Questo semplice, ma basilare, punto di partenza esclude quindi dalla nostra corrente narrativa la possibilità di argomentare su concetti che hanno caratterizzato la ricerca umana per millenni: cosa sia l’anima, cosa è il bene, qual è il senso di una esistenza.
Non che tali argomenti siano tabù: semplicemente, esulando dall’ambito del prettamente scientifico, vengono ora trattati in un ambiente a parte.
Vi è la scienza, vi sono le certezze dei fatti che vengono insegnate quali realtà, e vi sono poi gli argomenti che non rientrano in quei parametri, sui quali si potrà discutere a piacimento avendo ben presente che una opinione equivarrà ad un’altra.

Ritornando però ai “fatti” accettati quali certezze dalla nostra narrativa, emerge un modello della realtà ben preciso, che a sua volta porta già in sè una risposta assai dettagliata ai problemi “metafisici”, “astratti”.
Per il sapere moderno ad esempio è un fatto assodato l’evoluzionismo darwiniano: gli esseri umani sono il risultato di miliardi di mutazioni casuali che si sono verificate in milioni di anni, portando dei microorganismi primitivi nel corso delle ere ad assumere le forme che noi ci ritroviamo ad avere.
Milioni di anni fa, ad esempio, avevamo un antenato in comune con le grandi scimmie che ancora oggi popolano alcune foreste: il fatto che loro vivano sugli alberi e che noi ci spostiamo in automobile è dato solo da una casualità.
Poteva succedere, come pare sia successo, che un nostro antenato si alzasse su due gambe e svilupasse il linguaggio, così come poteva non accadere.
E parlando di scopo, toccherà quindi alla biologia fornire le regole che spiegano i comportamenti delle specie viventi: esse rispondono alle necessità date dal bisogno di sopravvivere e di riprodursi.
Sopravvivenza e riproduzione: questi gli imperativi, anche i nostri, in quanto esseri viventi.

E tutti quegli aspetti del nostro vivere che supponevamo ci distinguessero, l’amore, l’amicizia, la bontà, la creatività, altro non sono che strumenti con i quali la legge della natura ci ha fornito per assicurarci quei due imperativi.
L’amore stesso, tanto celebrato, altro non sarebbe che il risultato di alcuni impulsi ormonali, stimoli che mettono in moto alcune aree del cervello, strumenti per assicurare la continuità della specie.
La felicità e la tristezza, anche loro, dipendono in gran parte dall’equilibrio o dallo squilibrio di alcuni neurotrasmettitori: serotonina, dopamina, ossitocina i principali.
Non a caso, la medicina ufficiale cura “disfunzioni” quali la depressione con pillole che agiscono direttamente su questi ormoni.

Per quanto riguarda infine la realtà oltre la morte, la narrativa ufficiale non si esprime.
Per quanto ne sappiamo, con i dati che abbiamo a disposizione, con la morte cessano di funzionare gli organi, si spegne il cervello (che è la fonte di tutte le nostre sensazioni e pensieri), e di conseguenza si va semplicemente incontro ad un grande vuoto, un nulla.

Ora, il fatto che questa sia la versione accetata e scientifica della realtà non implica che sia anche quella popolarmente ed universalmente accettata dalla moltitudine.
Uno studente interrogato nell’ora di biologia racconterà per filo e per segno come la dopamina influenzi l’umore di un essere umano, e magari subito dopo scriverà un messaggio alla ragazza di cui è innamorato raccontandole di come le loro anime siano destinate a stare insieme per l’eternità.
E tra gli otto milioni di spettatori che seguono rapiti le spiegazioni di Piero Angela sul big bang, ce ne sarà una buona metà che il giorno dopo consulterà l’oroscopo, come prima azione della giornata.
La verità è che la visione ufficiale della realtà che la nostra epoca tramanda quale scientifica, se accetata in toto e vissuta senza diffidenza alcuna, conduce l’essere umano in un obbligato nichilismo.
Quello che emerge è un uomo formatosi per caso, venuto al mondo per caso, un animale come tutti gli altri che ha solo la particolarità di aver sviluppato (per caso) il linguaggio.
Il cui scopo, al pari di tutti gli altri animali, è quello di sopravvivere e di riprodursi, per poi dissolversi nel nulla.
Un essere i cui sentimenti altro non sono che delle risposte chimiche, degli stimoli che giungono al cervello programmato per compiere determinate funzioni, a beneficio della specie.
In tutto questo non vi è alcuno spazio per concetti quali etica o morale, nello stesso modo in cui non si può parlare di etica nel mondo animale davanti a prede e predatori.

L’individuo che volesse essere coerente con i dettami del pensiero ufficiale non dovrebbe porsi problemi nel sopraffare il suo prossimo, nel momento in cui ne avesse la possibilità, e potendone guadagnare vantaggio.
La schizofrenia della nostra epoca nasce e degenera anche e soprattutto da questa dicotomia, da questa dissonanza cognitiva: da un lato vengono propagandate come certezze idee che convincono l’individuo di essere un mero frutto di casualità, senza scopo alcuno se non quello di continuare la specie, destinato a dissolversi nel nulla dopo la morte, e dall’altro lo si istiga ad essere virtuoso ed obbediente, e dedito ai buoni sentimenti.
Ma la virtù e i buoni sentimenti sono del tutto incompatibili con la narrativa scientifica ufficiale, e il tentativo di farli coincidere ha prodotto e continua a produrre un non senso paradossale che conduce ad una società schizofrenica.

8 marzo 2018

Un giro di giostra

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8 aprile 2017

Una Benedizione

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4 aprile 2017

L'obbligo della felicità

“soy un perdedor, I’m a loser baby, so why don’t you kill me?”
Beck, Loser

Uno degli assunti fondanti della modernità è che il raggiungimento della felicità rappresenti lo scopo principale dell’uomo sulla terra.
Essere felici, “stare bene con se stessi”, realizzarsi, sono gli imperativi del pensiero contemporaneo, tanto radicati e condivisi che pare alquanto bizzarro metterli in discussione.
E a buon ragione, dal momento che si tratta di aspirazioni umane naturali, più che comprensibili, ed indubbiamente condivisibili.
Quando però questa aspirazione diviene una necessità sociale (“devi essere felice, se non sei felice e realizzato sei un misero perdente“), ecco che dentro l’animo dell’uomo che a tale felicità non riesce a giungere si sviluppano e crescono ulteriori frustrazioni, dalle conseguenze potenzialmente devastanti.
 
In un’epoca senza riferimenti sacri, dove il benessere personale immediato – qui, su questa terra – è l’unico motivo di vita, se questa felicità viene a mancare, ecco che scompaiono anche i motivi per proseguire un’esistenza che offre solo dolore.
Come il signor Kirillov nei Demoni di Dostoevskij lucidamente osserva, viene da chiedersi non il motivo per cui ci siano dei suicidi, ma piuttosto perché siano così pochi.
Se la felicità è l’unico scopo, ed è ben lontana dall’essere raggiunta, per quale motivo continuare una esistenza che è solo fonte di sofferenza?
E’ una domanda lucida e spietata, ma fondata.
La prospettiva cambia invece totalmente se non si considera più la ricerca della felicità come priorità, come unica possibilità che possa dare senso all’esistenza.
E qui ci pensa un altro grande scrittore russo a chiarire le cose, dando un nuovo punto di vista, radicalmente anti-moderno.
Ecco quanto ebbe a scrivere Lev Tolstoj:
 
“Ci si può domandare se è ragionevole e morale – questi due termini sono inseparabili – uccidersi.
No! Uccidersi è irragionevole, così come tagliare i polloni di una pianta che si vorrebbe estirpare.
Essa non morrà, crescerà irregolarmente, ecco tutto.
La vita è indistruttibile, al di là del tempo e dello spazio.
La morte non può che cambiarne la forma, mettendo fine alla sua manifestazione in questo mondo.
Ma rinunciando alla vita in questo mondo, io non so se la forma che essa prenderà altrove, mi sarà più gradita e in secondo luogo io mi privo della possibilità di imparare e di acquisire a profitto del mio io, tutto ciò che avrei potuto apprendere in questo mondo.
D’altra parte e soprattutto, il suicidio è irrazionale perché, rinunciando alla vita a causa del disgusto che essa mi provoca, io mostro di avere un concetto errato dello scopo della mia vita, supponendo che serva al mio piacere, mentre essa ha per scopo, da un lato, il mio perfezionamento personale e dall’altro la cooperazione all’opera generale che si compie nel mondo.
 
Ed è per questo che il suicidio è immorale.
All’uomo che si uccide, la vita era stata data con la possibilità di vivere fino alla sua morte naturale, a condizione di essere utile all’opera generale della vita e lui, dopo aver goduto della vita, finché gli è parsa gradevole, ha rinunciato a metterla al servizio dell’utilità generale, appena gli è divenuta spiacevole; mentre verosimilmente egli cominciava a divenire utile nel preciso istante in cui la sua vita si incupiva, perché ogni lavoro comincia con travaglio “
 
Dedicato a chi cerca un senso.