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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
6 gennaio 2014

Nuovi palcoscenici per vecchie recite

Non era saggio, per gli antichi greci, suscitare l’invidia degli dei.
E quando le cose per un comune umano andavano particolarmente bene era buona cosa fingere qualche malessere immaginario, oppure lasciarsi andare a qualche lamento teatrale, piangendo un po’ sulla propria misera sorte.
Si pensava infatti che dall’alto dei cieli gli dei seguissero le vicissitudini dei mortali, e come spettatori in una dorata platea celeste godessero dello spettacolo che veniva loro offerto.
Così, sapendo di essere sempre osservati, gli uomini intrattenevano i loro signori dell’oltremondo, e, nel caso, celavano il loro benessere, perché non era saggio, appunto, suscitare l’invidia degli dei.
Il mondo stesso era visto allora come un enorme palcoscenico, e i mortali erano piccoli attori che godevano di un illustre pubblico.
La vita era una sorta di recita, ed ogni rapporto personale si fondava su di una teatralità che ai nostri occhi apparirebbe quasi grottesca, ma che all’epoca faceva parte del naturale corso delle cose.
E cos’era l’uomo se non una persona, come anche i latini ben sapevano, una maschera, un personaggio, come la stessa origine del nome ancora ci rammenta?

Ma gli dei dei greci e dei romani erano fatti ad immagine e somiglianza degli umani, e come loro potevano osservare solo la superficie.
Che ne sapeva Zeus di cosa veramente passava per il cuore di un povero contadino dell’Elide?
Zeus e i cuoi compagni potevano solo osservarlo mentre faticava o si riposava, e lo stesso contadino lo sapeva bene.
Come altrimenti avrebbe pensato di ingannare i suoi signori fingendo di patire per la sua misera sorte, mentre si trovava al settimo cielo avendo appena trovato un sacchetto pieno di monete d’oro abbandonato nel suo campo?
Erano dei umani, troppo umani, come il collerico e geloso dio dell’Antico Testamento, che pur avendo solo due esseri umani da tenere d’occhio si distrasse e non si accorse che là sotto all’albero della conoscenza stavano per disobbedirgli.
”Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? “, chiede poi il Signore ad Adamo: non proprio la domanda che ci si aspetterebbe da un dio onnisciente, che tutto vede e tutto sa.

Venne poi il Dio cristiano, e questa volta gli uomini ebbero a che fare con un dio che veramente vedeva e sapeva tutto.
Di più, un dio che stigmatizzava l’ipocrisia, un dio in grado di leggere nei reconditi più nascosti dell’essere umano, un dio a cui non si poteva nascondere nulla, che non si poteva ingannare.
Ma gli esseri umani mantennero comunque le loro qualità di persone, rimasero sempre dei commedianti a spasso in un enorme palcoscenico, solo che ora la platea non stava più in cielo, ma era diventata il resto del mondo.
Perché ogni uomo per definirsi ha sempre sentito il bisogno di uno sguardo, perché come un albero che cade in un bosco lontano non produce rumore, così il mortale teme che egli stesso potrebbe cessare di esistere se nessuno lo guarda.
E’ l’eterno bambino che salta e fa rumore per attirare l’attenzione dei genitori, il moccioso che si lamenta con la madre perché non lo stava guardando mentre faceva le capriole sul tappeto del salotto.
E’ la stessa trinità che ancora si manifesta, io, l’altro da me e il rapporto che ci unisce, lo sguardo che ci lega, la particella primitiva della creazione sopra cui ogni altra cosa si fonda.

Ed ogni epoca ha la metafisica che si merita, ogni tempo esprime il proprio bisogno di trascendenza con i mezzi che trova a disposizione.
C’erano gli dei, una volta, ad intrattenersi con la recita dei mortali, poi ci fu il mondo intero con tutti gli altri uomini, ed infine venne l’universo virtuale, quel metamondo dove ogni attore può esprimere il meglio di se stesso, in una recita impostata offerta ad una platea eterea e potenzialmente sconfinata.
E se dietro la persona della commedia antica c’era comunque un essere umano a muoversi sul palco, nel mondo virtuale sembra che siano rimaste solo le maschere.

3 gennaio 2014

Il mondo in un click, forse.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente scritto di Antonio Pani che offre alcune interessanti riflessioni su un tema centrale dei nostri tempi.



di Antonio Pani per Tra Cielo e Terra

Premessa

Questo scritto rappresenta un breve momento di riflessione, che ha il solo e semplice scopo di aiutarci a capire meglio alcuni aspetti del mondo di cui facciamo parte.
Non sempre, infatti, siamo in grado di decifrare in modo completo ciò che quotidianamente si pone di fronte ai nostri sensi.

Il mondo reale e quello virtuale

Potrà sembrare strano ma, talvolta, non siamo neppure in grado di apprezzare l’esistenza o co-esistenza di due mondi assai distinti: quello reale e quello virtuale.
Ci muoviamo frastornati da suoni e colori che provengono da ogni dove, immersi nel classico “vivere sempre di corsa”, sovente senza un concreto “perché” che giustifichi il nostro agire.
Confusi, ci troviamo di fronte a un mondo vero, concreto e tangibile, nel quale non c’è tempo neppure per rendersi conto che, magari, stiamo facendo seriamente fatica anche solo a respirare.
Nello stesso momento, con piccoli e semplici “tocchi”, è possibile immergersi in una realtà/dimensione fantastica, dove tutto è bello, facile e, soprattutto, condiviso e divertente (1); sempre che si possa disporre di adeguate quantità di “energia e credito”.
Non appaia strano, quindi, che in questo caos quotidiano i “nuovi insegnanti” vincano con estrema facilità la loro “battaglia educativa” nei confronti dei grandi e, soprattutto, dei più piccoli.

Il riferimento è al caleidoscopico mondo dei mass-media, nuovi tutor ed educatori delle masse.
Oggi il migliore dei genitori è costretto a confrontarsi con loro, i “nuovi insegnanti” appunto, che operano a tempo pieno, incessantemente e a ritmi vertiginosi e frustranti.
Anche la scuola paga dazio, soffocata da classi troppo numerose e scarse risorse, sia in termini di tempo sia per quanto attiene a dotazioni strumentali e infrastrutture.
Di fatto, è oramai quasi completamente mutata in una sorta di sala giochi / ludoteca.
L’ultima (e unica) proposta per migliorarla, portandola al passo con i tempi (sic), è quella di una sua informatizzazione (2).
Libri elettronici, lavagne interattive e questionari “in linea”, agevoleranno l’apprendimento e la conoscenza dei futuri cittadini; cosa accadrà alla spontaneità, alla creatività, alla fantasia e all’immaginazione delle giovani menti non è però dato sapere.
Ecco, quindi, manifestarsi un interessantissimo esperimento che riguarda tutti noi:  un mondo essenzialmente “sfumato/confuso”, che si può accendere e spegnere a piacimento.

L’importanza e lo spessore dei ricordi: un confronto fra i due mondi

I due mondi a cui si accennava prima non sono uguali, così come profondamente diversi sono i ricordi e le esperienze che ad essi sono correlati.
Nella realtà “vera” un’esperienza è caratterizzata da una miriade di informazioni e percezioni aggiuntive che la rendono unica, ricca, piena e, molto spesso, indimenticabile.
Un ricordo (vero) ha maggiori possibilità di diventare indelebile; si pensi al parlare con qualcuno ascoltando con attenzione il tono della viva voce, cogliendone mimica e gestualità, toccandolo, apprezzando al contempo i luoghi, i colori, gli spazi e i profumi nei quali si è immersi.
Questo insieme di dati, per essere colto, abbisogna di una presenza completa, dove tutti i sensi sono chiamati a interagire e confrontarsi con gli accadimenti.
Domani un aroma o uno strano rumore “già sentiti”, riporterà alla mente e al cuore lo spessore e l’intensità delle esperienze vissute.
Questo è il grande dono che la vita reale offre a chi ha interesse a coglierlo: la ricchezza dei suoi ricordi, da respirare appieno, nel bene e nel male.

Nel mondo virtuale non è così.
Ci si può mettere comodi e restare semplicemente seduti a guardare lo “spettacolo”, ci si può connettere per filmare, fotografare, condividere, votare, “twitterare, chattare, linkare facebookare” e via discorrendo, ma è tutto lì.
Uno stile di vita “mordi e fuggi”, generalmente povero di pensieri meditati e di lavoro introspettivo.
Non ci sono cose o persone da toccare, aria, spazi, colori, fragranze e intensi aliti di vita ad arricchire il nostro animo e a dare profondità di significato ad azioni ed emozioni.
Mentre ci si preoccupa di comunicare al mondo della nostra esistenza, ci si dimentica di vivere appieno ogni passo del nostro cammino.
Il mondo virtuale è uno “strano dolcetto” : la buccia è bellissima, ma manca la caramella.

Conclusioni

L’idea di vivere in un mondo che si accende e si spegne a comando pare, di primo acchito, accattivante, pratica e seducente.
Tuttavia, le strade da percorrere in modo proficuo e meno “vuoto” sembrano essere altre.
Oggi non è facile individuare in modo corretto i contorni e le giuste posizioni; altrettanto difficoltoso è collocare ogni “realtà” al suo posto, così da poterle identificare agevolmente e sperare di interagire con loro in modo ottimale e positivo.
Di certo, ritagliare spazi più importanti da dedicare a noi stessi e ai nostri giovani/piccoli rappresenta un buon inizio.
Limitare al massimo il vivere una vita “delegata”, impegnandosi in un concreto e attivo “fare in prima persona”, sembra essere un elemento essenziale per migliorare la qualità della nostra esistenza.
Si pensi ad esempio al fenomeno dell’”homeschooling”, appena presente in Italia  ma fiorente e radicato negli Stati Uniti, dove i genitori possono svolgere attivamente e autonomamente il ruolo di primi insegnanti per i loro figli.

Si aggiunga, inoltre, che questi ragazzi eccellono nelle varie materie e ottengono valutazioni più alte rispetto agli studenti che si formano presso la scuola pubblica.
Con una sana “presenza familiare” è possibile creare un terreno fertile per sviluppare il senso critico e le naturali inclinazioni personali dei vari soggetti coinvolti, agevolando la crescita della conoscenza e non solo della cieca obbedienza.
Da sottolineare e valutare attentamente, inoltre, l’importanza dell’ascolto, quello vero, attuato dando il meglio di sé: “Un ragazzo non è perso quando non lo troviamo dove speravamo di incontrarlo, ma quando abbiamo smesso di cercarlo” (3).
Per agevolare una sana crescita personale è altresì prioritario rinvigorire il valore di concetti come rinuncia e sacrificio, indispensabili per dare gusto all’esistenza.
Un’istituzione scolastica che impostasse il proprio operare tenendo debitamente in considerazione alcuni fra i concetti appena richiamati, sarebbe anch’essa di grande aiuto.

Infine, nella società odierna, sembra mostrare tutti i suoi limiti anche l’adagio del “vietato vietare”, che si è affermato e consolidato negli ultimi decenni.
Qualche “barriera”, invece, potrebbe essere utile; magari ispirata anche dal vivere con la consapevolezza che c’è “qualcosa che ci supera ed è più grande di noi”, sia esso Dio, l’anima, la forza della natura, l’energia dell’amore e/o dell’universo e via discorrendo.
Un cordiale saluto e un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno “incrociato” queste riflessioni.


Riferimenti e letture:

1) “Italia più vecchia, legge poco ma guarda sempre più la tv sul web”, redazione Tiscali del 19/12/2013; in evidenza, fra le altre: “…6 case su dieci in Italia sono connesse al Web…, …Boom di Web e telefonia…, … Alta, sottolinea l’Istat, è anche la percentuale delle famiglie che possiede un cellulare abilitato alla connessione Internet (43,9%)…, …ben 14 milioni e 893 mila, la quasi totalità (delle famiglie italiane), ha una connessione a banda larga…, …Si legge sempre meno…, …Nel 2013 il 54,3% della popolazione di 3 anni e più dichiara di utilizzare il personal computer e il 54,8% di quella di 6 anni e più dichiara di fare uso di Internet…”.

2) “La catastrofe dell’informatizzazione delle attività scolastiche”, di Matteo D’Amico, www.effedieffe.com.

3) “Album di famiglia”, di Lorenzo Braina, Edizioni il Camarillo Brillo, anno 2010.

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Di Antonio Pani vedi anche

Capacità umane, pulsioni emotive e gestione delle masse.
Sorridi, è una foto economica.

30 gennaio 2013

Mondo Social

A dire il vero, se volevo rimanere davanti al computer me ne stavo in casa.
Se sto uscendo, è perché, forse, volevo, appunto, uscire.
Quante cose essenziali, imperdibili, potranno mai capitare su facebook, nelle due, tre ore in cui starò lontano dalla rete?
Domande che una volta potevano avere un senso, ma ora non più.

Da quando esiste la sociologia si è usato infinite volte il concetto di “cambiamento epocale”, così risulta ormai difficile trovare un termine adeguato per descrivere quello che la nostra società sta sperimentando negli ultimi anni.
Si parlava in passato di come la televisione offrisse alle persone la fruizione di una realtà filtrata, un mondo osservato per mezzo di un vetro opaco che ne ridefiniva i contorni.
Ma c’era il televisore, e c’era, fuori di casa, il mondo vero, per il quale il mezzo privilegiato di esplorazione rimanevano comunque gli occhi, i sensi.
Gli ultimi sviluppi della tecnologia invece hanno permesso di trasportare questo filtro ovunque.
Così come una volta nei concerti si portavano gli accendini per creare l’atmosfera, ed ora spuntano ovunque una miriade di braccia alzate che riprendono lo spettacolo per mezzo degli smartphone.
Per quanto la presenza dello spettatore sia reale, la fruizione dell’evento avviene per mezzo del piccolo schermo del proprio gioiellino tecnologico.
Lo stesso concetto di “visione dal vivo” pare perdere il suo significato.

E questo piccolo velo è diventato per le nuove generazioni la nuova realtà.
Il mondo vero, fisico, si è ridotto ad un mero supporto, un luogo preferenziale di raccolta dati da “caricare” nel nuovo mondo vero, quello virtuale.
Sembra che le feste esistano solo per poterne dare testimonianza su facebook, i viaggi sono diventati l’opportunità di creare e condividere una nuova gallery di immagini, le serate in discoteca un modo per ottenere fotografie da sbronzi in cui essere taggati.

Ovviamente non c’è alcun moralismo e alcuna nostalgia per i bei tempi andati in queste considerazioni, si tratta solo di una semplice osservazione di un fenomeno.
Un fenomeno non solo sociale, ma metafisico.
Perché è una nuova metafisica quella che si sta imponendo; invece di squarciare il velo di Maya per cercare di comprendere la reale essenza del creato, la modernità ha finito per creare un ulteriore velo, ancora più spesso, che aggiunge un nuovo filtro ai nostri sensi, allontanandoci ancora di più da quello che Platone chiamò il mondo delle idee.
Noi, qui, abbiamo finito per dedicarci ad esplorare le ombre delle ombre.

 

si veda anche

Iper Realtà
Benvenuti nella Tela

 

 

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2 febbraio 2012

Iper Realtà

come potete sapere che ogni Uccello che fende le vie dell’aria non sia un universo di delizie, chiuso dai vostri cinque sensi?
William Blake

Omar Ortiz

Un giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: “Abbiamo capito: l’elefante è simile a un timone ricurvo”.
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: “È simile a un grosso ventaglio”.
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: “Assomiglia a un pestello”.
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: “Assomiglia a un monticello”.
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: “È simile a un muro”.
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: “È simile a un albero”.
Quelli che avevano preso la coda dissero: “Assomiglia a una corda”.
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò: “Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori”.

Questa nota storiella zen esprime meglio di mille testi filosofici il rapporto che gli uomini hanno con la realtà.
Come i ciechi della storia, gli uomini possono interpretare la realtà solo rapportandosi con una piccola frazione della sua totalità, ciò è inevitabile.
L’errore in cui spesso si cade è l’elevare il proprio parziale a paradigma, sentenziando sulla totalità in base alla propria piccola limitata esperienza.
E più grave ancora è il credere di aver compreso la natura profonda della realtà basandosi esclusivamente sui propri cinque sensi.
I ciechi hanno quattro sensi, la quasi totalità del resto dell’umanità ne possiede cinque.
Ma anche essi, in fondo, potrebbero non essere sufficienti, per comprendere.

L’ iperrealismo

Steve Mills

L’iperrealismo è, probabilmente,  la corrente artistica più bistrattata dalla critica specializzata.
Nata negli anni settanta, questa tecnica si contraddistingue per la riproduzione esasperatamente fedele della realtà, il più delle volte partendo proprio da delle immagini fotografiche, immagini delle quali si ripropongono persino gli effetti ottenuti dalle macchine più professionali.
Come è noto, l’invenzione della fotografia segnò un vero e proprio spartiacque nella storia della pittura: non vi poteva più essere confronto tra la volontà del pittore di rappresentare la realtà così come era percepita e la resa fotografica; gli artisti quindi nelle loro opere cercarono dell’altro, e dopo aver dato spazio all’espressione della loro interiorità, delle percezioni che il reale offriva, investigarono l’introspezione stessa, l’essenza della realtà e il suo impatto emotivo.
La realtà così si astrasse, e si arrivò infine all’arte concettuale, in cui ogni vecchio riferimento era superato nel nome della idea pura, che si materializzava.
Così l’iperrealismo, all’interno di questo percorso “rivoluzionario” della pittura, si presenta come una rivoluzione nella rivoluzione.
Gli iperrealisti ritornano alle origini.
Di fronte alla pittura, chi con l’arte ha un rapporto più diretto e meno intellettuale tende ad apprezzare le opere che maggiormente esprimono la capacità dell’artista di rappresentare il reale con maestria, “avvicinandosi” al vero.
Così come primo passo di chiunque si cimenti in questa arte è il tentativo di approcciarsi a questa realtà, alla ricerca di una verosimiglianza.
Gli iperrealisti portano a termine questo processo, in maniera oltremodo rivoluzionaria, proprio perchè il loro essere da un certo punto di vista “reazionari” non può che apparire estremamente rivoluzionario, in una epoca in cui la rivoluzione e la “provocazione” sono diventati la norma.
Non a caso diviene massima provocazione fare della pittura una perfetta simulazione del reale, e portare questo percorso agli estremi.

In una epoca dominata dalla fotografia questo tentativo può apparire oltremodo insensato, ed in effetti, andando oltre, gli iperrealisti non solo riproducono il reale, ma ricopiano delle fotografie, ovvero delle riproduzioni del reale.
In questo, probabilmente, il movimento iperrealista è quello che meglio rappresenta la nostra epoca, in cui reale, non reale, copia del reale e riproduzione della realtà si fondono.
Più reale del reale.

Le idee celesti e le idee terrene

solve et coagula, … et solve …

Secondo la concezione cosmologica di Platone, il mondo “reale”, quello che a tutti gli effetti può considerarsi tale, è il mondo delle idee.
Un mondo in cui ogni cosa è presente nella sua pura essenza, un mondo del quale il nostro non rappresenta che una mera riproduzione di livello inferiore.
Tale concezione è tipica della mentalità arcaica pre-aristotelica.
Con Aristotele si compie invece quella rivoluzione che darà il via a tutta la mentalità moderna.
La realtà, da Aristotele in poi, verrà cercata nella materia, al suo interno, e il mondo metafisico lentamente si ecclissa.
E’ noto come Platone considerasse il mondo materiale come pallida imitazione del mondo “vero”; di conseguenza, nelle rappresentazioni artistiche, nella pittura e nella scultura, il maestro Ateniese vi vedeva una ulteriore imitazione, di livello ancora più basso.
Una riproduzione di una imitazione.
Se Platone avesse avuto la possibilità di osservare delle fotografie, probabilmente le avrebbe giudicate allo stesso modo: copie di copie.
Secondo questa concezione, quindi, l’opera degli iperrealisti che riproducono su tela il più fedelmente possibile delle foto, risulterebbe una copia di una copia di una copia.
Ed in ogni passaggio una “frazione” della “realtà” metafisica verrebbe persa.
E’ interessante a questo punto notare come la modernità , con il suo frazionare e il suo concentrarsi sulla materia, abbia portato avanti un lungo percorso di “materializzazione” dell’esistente.
Questo percorso però nei nostri giorni ha subito una evoluzione: dopo aver attraversato un lungo periodo di materializzazione, è iniziato infatti il processo di “dissolvimento”, o “smaterializzazione” della realtà.
Ha fatto infatti la sua comparsa l’universo del “virtuale”, che ricalca, ribaltandolo, il mondo immateriale delle idee.
Le idee stesse tornano ora a riproporsi prive del loro supporto fisico.
Un processo del quale gli iperrealisti sono stati precursori, forse inconsapevoli, con la loro opera di riproduzione di un qualcosa che del reale fisico era a sua volta una rappresentazione.

La dissoluzione del reale

Dalle prime testimonianze della creatività umana, e per tutta la storia a seguire, vi è stata una costante che ha accomunato tutte le produzioni che prendevano vita.
Dai primi murales, ai primi ossi incisi, fino alle tele, ai libri di carta: ogni creazione umana necessitava di un supporto materiale per potersi manifestare.
Questa considerazione, a prima vista scontata, cela in sé in verità una questione più ampia.
Per Platone il mondo delle idee era intangibile e perfetto, e  il nostro ne era una semplice riproduzione materiale.
Da Aristotele in poi la metafisica inizierà il suo lungo percorso di declino, finché Nietzsche in epoca moderna ne decreterà definitivamente la scomparsa.
Vediamo quindi gli uomini che per creare necessitano della materia, di un supporto sul quale manifestare la propria idea, nello stesso modo in cui per Platone il mondo materiale era la manifestazione della Idea del creato del Principio Supremo.
In contemporanea, si assiste all’oblio della concezione metafisica, e il legame con il celeste viene sempre meno.
Il reale si materializza sempre più.
Il processo pare inarrestabile, e vi è un momento in cui, estratta tutta l’anima dal reale, non rimane che una mera massa.
Ma il processo non si ferma, nulla nel regno del divenire si può fermare.
E quando l’ uroboros si morde la coda, il ciclo riprende, sempre simile e mai eguale a se stesso.
Ottenuta quindi la pura materia, inizia il processo inverso.
La smaterializzazione.

Solve et coagula erano i passi fondamentali dell’alchimia medioevale, dissolvi e coagula.
Ora tutto è coagulato, ed è tempo di solve.
E il regno di questo processo, il massimo paradigma di questa rivoluzione, è proprio il luogo in cui anche questi scritti si muovono: l’etere del terzo millennio, la rete.
L’informatica, e la rete di internet, hanno dato il via al processo di smaterializzazione del reale.
Per la prima volta un pensiero, un’ opera, uno scritto, non necessitano di un supporto materiale per essere condivisi.
Per osservare un quadro, occorreva necessariamente osservare la tela in cui quel quadro fosse stato dipinto.
Per leggere un libro occorreva tenere in mano il supporto cartaceo.
L’idea era strettamente legata alla materia che la sosteneva.

Con l’informatica l’idea si slega dalla materia.
L’idea ora viaggia da sola, dopo un invio si riproduce all’infinito, scompare e ricompare, non è più materia, si è di nuovo smaterializzata.
E, a differenza di quanto fino ad ora è stato, basta un semplice black out, e tutto questo mondo di idee, questa nuova metafisica capovolta, scompare, si dilegua, senza lasciare ai posteri la minima traccia.

Omar Ortiz

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5 novembre 2011

Capacità umane, pulsioni emotive e gestione delle masse.

di Antonio Pani per Tra Cielo e Terra


Premessa

Questa sintesi di osservazioni e pensieri è rivolta alla comprensione dei nostri tempi e dell’atteggiamento assunto dalle persone, in quella che potrebbe essere definita “la crisi senza fine”.
Non dimenticando l’indubbio peso che rivestono attualmente le questioni economico – monetarie, lo scritto vuole raccontare e mettere in relazione tre aspetti che attengono, essenzialmente, alla natura umana e che paiono assai poco distanti l’uno dall’altro.
Il tentativo è quello di unire i puntini per scoprire il disegno nascosto che, spesso, non lo è più di tanto.

Tre temi e tre domande

Il primo argomento riguarda le capacità e potenzialità del cervello e del corpo umano, le quali sono costantemente in fase di studio, catalogazione e approfondimento scientifico.
La mole di lavoro svolta, le pubblicazioni e la sperimentazione inerenti alle possibilità della nostra mente, è semplicemente sconfinata.
Suscitano particolare attenzione, gli studi e gli esperimenti che si occupano della capacità di precognizione/presentimento, che alcuni scienziati hanno definito essere ”patrimonio comune della razza umana” (Dean Radin, “The conscious universe”, Harper Edge, San Francisco 1977).
La questione riveste particolare importanza, soprattutto se si considera che un uomo sensibile, attento, istruito e consapevole dei propri “mezzi”, è più difficile da “amministrare”.
Il secondo tema è quello che vede il macro mondo dei mass media impegnato in un incessante bombardamento, fatto di notizie e rappresentazioni grafico – televisive intrise di violenza, sesso e messaggi subliminali.
Il terzo aspetto attiene alla “gestione delle masse”.
E’ il secondo argomento, tuttavia, a ispirare gli interrogativi che seguono:
– perché negli ultimi anni i media ci impegnano, in modo assillante e ben più che evidente, con immagini e richiami violenti, oltre che di natura sessuale?
– come mai, soprattutto in rete, la maggior parte di trattazioni e approfondimenti (scientifici e non), ci raccontano della costante presenza di messaggi subliminali caratterizzati da sesso e violenza?
E perché, sovente, tali messaggi sono destinati ai più piccoli?

Riflessioni e risposte

Partendo dalla consolidata certezza che “cuore e ragione” sono nemici giurati, è possibile tentare di legare qualche filo pendente, così da provare a dare delle risposte.
Sia concesso, inoltre, di rilevare che il confitto fra emozioni e intelletto rappresenta uno degli elementi essenziali del concetto di dualismo, che permea e caratterizza da sempre l’esistenza umana.
Preliminarmente occorre anche cercare di capire se qualcuno abbia già tracciato, e continui a tracciare, buona parte del cammino di vita che tutti noi percorriamo.
A giudicare dal fatto che ora, come millenni fa, siano in pochi a stare bene e dominare, mentre sono in tanti quelli che soffrono e sono dominati (chi più chi meno), si direbbe che le cose non siano mai cambiate davvero e, soprattutto, che ciò non sia esattamente dovuto al caso.
Molte sono le conoscenze che ci sfuggono, tuttavia è ragionevole credere che “l’animale uomo” sia gestibile in modo ottimale se la sua intelligenza e le sue capacità istintive sono “offuscate” e represse.
Tutto ciò ben può essere conseguito attraverso un lungo, intenso e costante lavoro, finalizzato alla distrazione dell’obiettivo, magari attraverso importanti sollecitazioni emotive.
L’uomo a cui facilmente “sale il sangue alla testa”, è ben poco propenso al ragionare e ben più disposto ad agire in modo impulsivo e violento.
Ecco, quindi, che indirizzare con sesso e violenza ogni soggetto e azione nella nostra società, trova una sua precisa ragione d’esistere.
Grandi e piccini sono tempestati da messaggi, situazioni e condizioni, che li vedono costantemente coinvolti in eventi caratterizzati da fortissime pulsioni emotive, che oscurano le capacità di ragionamento e analisi di cui ognuno è dotato.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’estrema velocità con cui tutto ciò accade porta la mente ad essere costantemente impegnata, ad avvitarsi su se stessa, lasciandoci privi di qualsiasi spazio introspettivo e di serena riflessione.
Un contesto sociale ben “educato e nutrito” in questo senso, è molto più facile da controllare e gestire.

La più volte citata “polarizzazione” della società, fatta esclusivamente di bianco e nero, di buoni e cattivi, di destra e sinistra, di favorevoli e contrari, priva della benché minima attenzione in materia di etica, condivisione, senso civico e “sano fare comune”, è un esempio concreto di ciò che fruttano questo tipo di operazioni.
Trova allora una giusta collocazione anche il mirare e colpire i bambini, affinché imparino e assimilino presto (come noi?) quale sia la “giusta posizione” nell’odierna società.
Quanto appena detto si configura come un macabro investimento, poiché è assai probabile che sarà più facile distrarre chi, sin da piccolo, è stato educato a vivere subendo queste forti sollecitazioni emotive.
Oltre a ciò è possibile che, grazie a quest’intensa attività, le realtà (devianti) propinate dalla marea di fiction e produzioni cinematografiche a puntate dell’ultimo decennio, siano anch’esse accolte meglio dallo spettatore, che finisce così per alienarsi dal mondo reale.
Si concretizza, così, un’altra motivazione del perché i nostri tempi siano ricchi di spettatori e assai poveri di attori.

Conclusioni

Gli approfondimenti, gli studi scientifici e le trattazioni tematiche inerenti al peso dei mass media, uniti a quelli riferiti alle capacità umane e al cosiddetto social – control sono molteplici e tutti meritevoli di grande attenzione.
Questa breve riflessione è stata ispirata da una piccola parte di questo lavoro, operoso e qualificato.
Inibire, in modo preciso e mirato, le formidabili e innate dotazioni dell’uomo non è casuale e rappresenta, purtroppo, uno dei più grandi misfatti compiuti contro il genere umano.
Un ringraziamento per l’attenzione e un sincero in bocca al lupo, a tutti coloro che incroceranno questi pensieri.

Antonio Pani.

Principali riferimenti tratti dalla “rete”, e non solo:

– “La scienza dell’intenzione”, di Lynne Mc Taggart, pag. 103/104, edito nel 2008 da “Macro Edizioni”, nella collana “Scienza e Conoscenza”;
La precognizione inconscia, da scienzamarcia
Prevvegenza, la prova definitiva, Daily Wired
Precognizione, Fringe Italia
I cartoni troppo veloci compromettono le capacità di coordinazione dei bambini, di Edoardo Capuano,
Come la tv danneggia le facoltà mentali, di Marco della Luna
Ladri di cervelli, di Andrea Massari

Alcuni estratti significativi dai collegamenti riportati:

Dal libro:“La scienza dell’intenzione”, di Lynne Mc Taggart, pag. 103/104, edito nel 2008 da “Macro Edizioni”, nella collana “Scienza e Conoscenza”;
“Rollin Mc Craty (Direttore Ricerca all’Institute of HeartMath a Boulder Creek, California)… scoprì che i presentimenti di buone e cattive notizie erano avvertiti sia nel corpo che nel cervello, dove le onde elettromagnetiche acceleravano o rallentavano appena prima che un’immagine disturbante o tranquillizzante venisse mostrata.
Ma la cosa più stupefacente era che il cuore sembrava ricevere queste informazioni alcuni istanti prima del cervello.
Questo suggeriva che il corpo possedesse un apparato percettivo che lo metteva in grado di analizzare e intuire continuamente il futuro…”


da Precognizione

“Le immagini furono selezionate in maniera casuale da un computer, restavano sullo schermo per 3 secondi, poi una pausa di 5 secondi in cui lo schermo appariva vuoto e poi l’immagine successiva.
Le immagini erano di tre tipi: paesaggi, violenza, sessuali.
La cosa incredibile dell’esperimento fu che il segnale di risposta alle fotografie del secondo e del terzo tipo fu registrato quasi sempre in anticipo di 3 secondi sulla visione della foto stessa”.

da La precognizione inconscia dimostrata
“Questi sono solo alcuni esperimenti che provano, senza ombra di dubbio, che la capacità di precognizione/presentimento è patrimonio comune della razza umana”.

da Prevvegenza, la prova definitiva
“Prima di essere accettato per la pubblicazione, l’articolo, dal titolo ambizioso Feeling the Future (sentendo il futuro), è stato passato al vaglio di quattro attenti revisori: sono state suggerite delle modifiche, ma non è stata riscontrata alcuna incongruenza di fondo.
Rispetto ad altri studi sulla presunta capacità degli esseri umani di vedere nel futuro, la novità della ricerca di Bem sta nell’aver preso in esame dei fenomeni psicologici ben studiati, invertendone l’ordine.
Ciò che di solito è interpretato come la causa di un determinato comportamento, negli esperimenti è stato mostrato o raccontato dopo il verificarsi dell’evento stesso.
A prendere parte allo studio è stato un campione di circa mille studenti volontari, che sono stati sottoposti a un set di nove esperimenti. Di questi, otto hanno prodotto risultati statisticamente rilevanti”.

A proposito delle “basi per il futuro” gettate dalla televisione e mezzi/media affini:

da I cartoni troppo veloci compromettono le capacità di coordinazione dei bambini
“… analizzando il comportamento di 60 bambini dopo… la visione di un cartone animato a “velocità aumentata”…”.
Lo studio, pubblicato sulla rivista di settore Pediatrics, è partito dall’assunto che sebbene molto “sollecitabile”, il cervello dei bambini non sarebbe in grado di reggere la velocità di alcuni stimoli. Ma che soprattutto questa “velocità”, dando una impressione sbagliata ai bambini li spinga a volere imitare ciò che vedono, rendendoli poi incapaci per la frustrazione di mettere in atto ciò che fino alla visione erano in grado di fare”.
E ancora:
“Altrettanto interessante è apparso essere in ulteriore studio, in tal senso, pubblicato su Archives of pediatric adolescence Medicine, che ha dimostrato come i bambini che sono in grado di sfuggire al controllo dei genitori, visionare più televisione e giocare di più ai videogiochi, dimostrano fin dalla tenera età, una maggiore aggressività anche in contesti normali”.

da: Come la tv danneggia le facoltà mentali, di Marco della Luna
“La tv è verosimilmente un’importante causa del moltiplicarsi di sindromi di deficit attenzionale e di iperattività (ADD, ADHD) e della minore capacità di seguire le lezioni, di imparare, di capire – che si nota vistosamente nelle scuole anche italiane, dove la necessità di abbassare il livello dell’insegnamento per farsi capire ha già portato a una sostanziale dequalificazione”.
E ancora:
“Televisione, video musicali, e videogiochi – tutti utilizzanti tecniche tv – operano a un ritmo assai più rapido che la vita reale, e vanno accelerando, così che la gente è costretta a sviluppare un crescente appetito per sequenze veloci in quei media”.

da Ladri di cervelli, di Andrea Massari
“…dopo le sigarette o i cibi spazzatura, non ci sono dubbi che la televisione sarà il prossimo grande problema nel campo della sanità pubblica.
Per quanto riguarda invece i giovani bisogna aggiungere: apatia diffusa molto più frequente e tasso di fallimento scolastico proporzionali alla maggiore frequenza di tempo passato davanti al piccolo schermo, propensione maggiori alla violenza ed ai comportamenti sessuali a rischio…”.
E ancora:
“…Lo studente che dopo la prima infanzia è stato sottoposto ad una forte permanenza davanti al video soffre di gravi lacune in ortografia, nella coniugazione dei verbi, nella sintassi, nel vocabolario, manca di logica, di capacità analitica, di spirito di sintesi e tutto questo gli impedisce l’accesso ad livelli di conoscenze più elevati e complessi.
La televisione «terzo genitore catodico» riduce «drasticamente il volume e la qualità delle interazioni genitori bambini», mutilando il grado di socievolezza infantile…”.

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