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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
6 marzo 2015

Autorità, coscienza ed obbedienza

Il flusso del potere – Parte IV

L’eunuco si fregò le mani incipriate. «Posso congedarmi da te con un piccolo indovinello, lord Tyrion?»
Proseguì senza attendere una risposta: «Tre grandi uomini siedono in una stanza, un re, un prete e un ricco con il suo oro. Tra loro c’è un mercenario, un ometto di umili origini e senza troppo cervello. Ognuno dei tre grandi uomini ordina al mercenario di uccidere gli altri due.
“Uccidili” dice il re “perché io sono il tuo signore.”
“Uccidili” dice il prete “perché io te l’ordino nel nome degli Dei.”
“Uccidili” dice il ricco “e tutto quest’oro sarà tuo.”
Per cui, dimmi, mio lord: chi sarà a vivere e chi a morire?». […]
«Il re, il prete e il ricco… chi vive e chi muore? A chi di loro obbedirà il mercenario? E’ un indovinello che non ha risposta. O meglio, che di risposte ne ha troppe. Tutto dipende dall’uomo con la spada.»
«Eppure, quell’uomo non è nessuno» commentò Varys. «Non possiede corona, né oro, né il favore degli Dei. Possiede solo un pezzo di acciaio acuminato.»
«Ma quel pezzo d’acciaio ha il potere di vita e di morte.»
«Per l’appunto… Quindi, se sono i guerrieri, in realtà, a dominare il mondo, per quale motivo facciamo finta che siano i re a detenere il potere? […]»
«Perché (quei re) possono chiamare altri uomini, con altre spade.»
«E allora sono quegli altri uomini con le spade ad avere il potere. Ma lo hanno veramente? Da dove provengono le loro spade? Perché quegli uomini, alla fine, obbediscono?»
Varys continuò a sorridere. «C’è chi dice che il sapere è potere. Altri dicono che il potere arriva dagli Dei, altri ancora che deriva dalla legge. […]»
«Facciamola finita, Varys.» Tyrion tornò a inclinare la testa di lato. «Hai intenzione di darmi una risposta al tuo maledetto enigma, o vuoi solo che il mio mal di testa peggiori?»
«Vuoi la risposta? Eccola.» Varys non smise di sorridere. «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno.»
Il Regno dei Lupi, George R. R. Martin

 

L’essere umano si comporta in maniera differente a seconda che si trovi da solo oppure all’interno di un contesto collettivo, e questo non rappresenta certo un mistero.
Quello che invece potrebbe stupire è il comprendere quanto questa diversità possa risultare marcata in determinati contesti sociali: non si tratta infatti di un semplice adattamento per venire incontro alle norme di comportamento civile a cui tutti, in qualche maniera, sono stati educati sin da bambini, ma di un vero e proprio emergere di una persona diversa, che presenta caratteristiche che nel singolo si manifestano solamente in dei precisi scenari.

L’uomo come mammifero sociale

L’uomo, tra le altre cose, è anche un mammifero, e la zoologia ci suggerisce un indizio importante per introdurre l’argomento che qui verrà trattato.
I mammiferi, infatti, si dividono in due gruppi, quelli che conducono una vita perlopiù solitaria, marcando un proprio territorio personale, cacciando e nutrendosi da soli, e quelli che vivono in branchi, in gruppi sociali complessi all’interno dei quali si sviluppano delle precise gerarchie.
Caratteristica di ogni branco è la presenza di uno o più leader, le cui decisioni sono seguite dal resto del gruppo senza esitazione.
E’ essenziale notare che gli esseri umani sono stati in grado di addomesticare solamente i mammiferi facenti parte della seconda categoria, dal momento che solo sostituendosi al ruolo di leader naturale di un branco l’uomo può assoggettare gli animali al suo volere, impartendo ordini che verranno placidamente eseguiti.

Tutte le specie di grandi mammiferi addomesticate infatti rispondono a tale criterio: vivono in branchi, grandi o piccoli, sottostanno ad una struttura gerarchica, hanno un leader riconosciuto e non sono territoriali.
L’uomo quindi non deve fare altro che prendere il posto del leader, del capobranco, e potrà essere obbedito dal resto dei componenti del gruppo.
L’esempio più comune a cui pensare è quello della domesticazione dei cani, che nei loro padroni individuano quello che per i loro antenati lupi era il maschio alfa, l’esemplare dominante, a cui riservavano totale dedizione.
Lo stesso accade per i cavalli, che nello stato selvaggio vivono in piccoli branchi rigidamente gerarchici facenti capo alla femmina più anziana, o con le pecore, laddove il pastore diviene guida indiscussa.
Una specie i cui esemplari non costituiscano un branco con un leader riconosciuto non potrà mai essere addomesticata, per quanti tentativi si facciano.

Dal canto suo, l’essere umano si differenzia dai suoi parenti mammiferi sotto innumerevoli aspetti, e non rientra appieno all’interno di alcuna delle due categorie, oscillando dall’una all’altra a seconda della situazione sociale in cui si trova, a seconda della propria indole personale e di mille altri fattori; nonostante questo, anche l’uomo generalmente riproduce a sua volta legami sociali che per molti aspetti sono riconducibili a quelli sviluppati dagli animali che vivono in branchi.

L’uomo all’interno di questi contesti sociali crea delle gerarchie dove riconosce dei leader portatori di una certa autorità, al cui volere si assoggetta, entro determinati confini.
Che si tratti della famiglia, della scuola, dell’esercito, del sistema democratico, gli uomini tendono a riconoscere delle autorità legittime nel loro campo di competenza, e i loro ordini saranno eseguiti con diligenza.
Ma come muta l’atteggiamento del singolo a seconda che si trovi ad agire in autonomia oppure dietro la spinta di un’autorità riconosciuta?

La coscienza collettiva

Gustave Le Bon nel suo celebre Psicologia delle folle, analizzando il comportamento del singolo che viene a far parte di un grande gruppo di persone, di una folla, introdusse il concetto di anima collettiva.

In talune circostanze prestabilite, e soltanto in tali circostanze, un agglomeramento di uomini possiede caratteri nuovi, molto diversi da quelli degli individui di cui esso si compone.
La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità sono orientate in una stessa direzione.
Si forma un’anima collettiva, senza dubbio passeggera, ma che presenta ben precisi caratteri.
La collettività diventa allora ciò che, per mancanza di una migliore espressione – io chiamerei una folla organizzata, o, se lo preferite, una folla psicologica.

Le Bon quindi descrive il modo in cui l’anima del singolo, la sua coscienza, possa in determinate situazioni eclissarsi, sostituita da una coscienza superiore, collettiva.
In una situazione simile il singolo è aperto a ricevere e a fare suoi stimoli che gli giungono dall’esterno, pronto ad agire in maniera anche non conforme con i propri precetti etici e morali, dal momento che la sua propria coscienza è momentaneamente sostituita.
Le Bon nella sua disamina descrive il modo in cui un abile leader, o un bravo oratore, possa in tale circostanza assumere il controllo della folla, dando egli voce alla coscienza collettiva pronta ad essere accolta dalla massa.
La storia passata, remota e prossima, e il nostro stesso presente sono la prova pratica di come questo processo non sia solamente teorico, ma abbia avuto con regolarità applicazioni pratiche.
Non a caso, i maggiori dittatori ed incantatori di folle del XX secolo, da Hitler a Stalin a Mussolini, furono avidi studiosi dei testi di Le Bon, ed usarono le sue scoperte nel campo della psicologia sociale a proprio vantaggio, per meglio manipolare i propri sudditi e spingerli in imprese terribili che alla maggior parte delle singole coscienze sarebbero apparse mostruose.

Obbedienza all’autorità, l’esperimento di Milgram

Questa forma di alienazione dalla propria coscienza da parte del singolo fu investigata da un’ulteriore angolazione dal psicologo americano Stanley Milgram negli anni 60, nel celebre esperimento che porta il suo nome.
Milgram, che diede un enorme contributo alla scienza della psicologia sociale, voleva dare una risposta ad un interrogativo oltremodo scomodo che all’epoca tormentava il mondo occidentale: a pochi anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale, ancora l’occidente non poteva spiegarsi come una dottrina di morte e sterminio avesse potuto fare breccia nella maggioranza della popolazione di alcuni stati definiti “civili”, e come un numero così grande di persone si fosse prestato per attuare piani di sterminio pianificati da una elite di menti criminali.
Un aspetto infatti che aveva scosso l’opinione pubblica del dopoguerra fu lo scoprire che tra gli esecutori dei piani di sterminio nazisti si trovavano una schiera di grigi e anonimi burocrati, persone dalla vita normale che si erano trovati nei diversi gradi della catena di comando ed avevano obbedito ai loro superiori svolgendo con meticolosità il proprio compito, semplicemente, come se si fosse trattato di un lavoro burocratico qualunque.

Non c’erano mostri grondanti sangue tra gli esecutori dei piani, ma persone “normali” che facevano il loro dovere, in maniera asettica.
Milgram quindi voleva comprendere se il caso tedesco fosse un unicum, oppure se in determinate situazioni gli uomini possono davvero arrivare a compiere atti che vanno chiaramente contro la propria coscienza per il solo fatto di ubbidire agli ordini di una autorità riconosciuta.

L’esperimento messo in atto da Milgram venne allestito nel seguente modo:

I partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica.
Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale.
Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento.
Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo.

I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritta la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo.
Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX.
All’insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
1. Leggere all’allievo coppie di parole, per esempio: “scatola azzurra”, “giornata serena”;
2. ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: “azzurra – auto, acqua, scatola, lampada”;
3. decidere se la risposta fornita dall’allievo era corretta;
4. in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”.
Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest’ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, al trentesimo interruttore. Soltanto al termine dell’esperimento i soggetti vennero informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa.

Milgram descrisse il suo esperimento a colleghi e studenti, senza anticiparne i risultati, e tutti furono concordi nel sostenere che, a parte pochi casi di soggetti psicopatici, nessuna persona comune avrebbe portato avanti l’esperimento fino in fondo, rifiutandosi di proseguire di procurare dolore alla vittima.
In realtà, più del 60% dei partecipanti andò avanti nell’esperimento fino al termine, continuando a fornire scosse ben oltre i 450 V, ad un livello che sul macchinario era segnalato come “estremamente doloroso” e oltre.

Occorre ricordarsi che da un certo punto dell’esperimento in poi la “vittima”, legata ad una sedia ed impossibilitata a muoversi, implorava affinchè l’esperimento fosse terminato, gridando dal dolore e sostenendo di non poterlo più reggere.
Dopo la scossa dei 300 V le vittime simulavano inoltre uno stato di incoscienza, estremamente pericoloso quindi per la loro salute, ma anche questo non bastava per fermare i soggetti che continuavano a fornire le scosse.
Molti “insegnanti” mostrarono apertamente la propria preoccupazione, ed espressero anche i loro dubbi sul procedimento, ma solo una minoranza di loro si rifiutò di obbedire agli ordini dello sperimentatore, che intimava a procedere con l’esperimento.
Cosa era successo?
Come fu possibile che persone comuni, operai, professori, padri di famiglia irreprensibili, fossero arrivati al punto di provocare un dolore insopportabile ad un loro simile, che oltretutto non aveva alcuna colpa da scontare, né si poteva minimamente meritare un trattamento simile?
Era successo che i soggetti in questione si erano trovati in una condizione di eteronomia.

L’eteronomia (dal greco antico ἕτερος éteros «diverso, altro» e νόμος nómos «legge, governo») in sociologia e nell’etica è la condizione per cui un soggetto (individuale o collettivo) agisce ricevendo fuori da se stesso la norma e la ragione della propria azione, ovvero attribuendone dunque la colpa, la responsabilità, la vergogna etc. ad altri all’infuori di sé.

La chiave dell’esperimento si trova nella presenza di un’autorità riconosciuta, in questo caso il professore-coordinatore dell’esperimento stesso a cui il soggetto attribuisce le colpe e le conseguenze delle proprie azioni.
Il soggetto, nella veste di mero esecutore di ordini, abdica temporaneamente dalla propria coscienza, ed agisce contrariamente ad essa perchè non si ritiene responsabile del proprio agire, dal momento che si limita ad obbedire a delle indicazioni ricevute da una autorità.
In quel momento, il soggetto si trasforma in una parte della macchina che gestisce, e il centro direzionale è a lui esterno, e con esso anche il concetto di responsabilità.
Milgram in questo modo potè dimostrare che una persona “comune” può arrivare a compiere azioni terribili, se sente che gli ordini che guidano il suo agire arrivano da una autorità legittimata.
C’è quindi negli esseri umani una tendenza a riconoscere, in varie situazioni specifiche, dei leader a cui l’obbedienza è dovuta, e Milgram spiega questo meccanismo psicologico sostenendo che in parte è dovuto alla stessa composizione sociale della nostra civiltà, la cui dinamica complessa necessità obbligatoriamente delle strutture gerarchiche.
Ogni essere umano, inoltre, fin dalla più tenera età viene educato nel riconoscere ed obbedire alle autorità, a partire dall’ambito famigliare, per passare all’educazione scolastica, fino all’ambiente di lavoro, e tale abitudine viene talmente introiettata fino al punto in cui l’obbedienza viene anteposta alla propria stessa coscienza.

L’esperimento di Milgram dimostra infatti come capiti che gli ordini dell’autorità possano entrare in conflitto con i propri conflitti etici, e che quando questo accade, la grande maggioranza delle persone antepone l’obbedienza agli ordini al proprio sentire.
Questa obbedienza, ovviamente, occorre ribadirlo ancora una volta, presuppone la presenza di un leader riconosciuto, di un’autorità legittima.
Ed il grande gioco del potere, in tutti i tempi, è stato quello di inserirsi in questo meccanismo, e arrogarsi la legittimità della propria presenza nei centri decisionali, assumendo in sé anche la funzione di coscienza collettiva dei gruppi sottoposti.
Se ci si dovesse poi domandare su che cosa si fonda oggi il potere legittimo, non si potrebbe che riportare nuovamente la saggezza dell’eunuco Varys: «Il potere risiede dove un uomo crede che risieda. Nulla di più, nulla di meno

 

 

Lettura consigliata: Obbedienza all’autorità, Stanley Milgram

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Il Flusso del potere:

Il flusso del potere – Prologo
Il flusso del potere – parte I
Il flusso del potere – flash back
Il flusso del potere – parte II
Il flusso del potere – parte III
Il flusso del potere – secondo intermezzo: popolo e conformismo
Il flusso del potere – parte IV, Autorità, coscienza ed obbedienza.
Il flusso del potere – Epilogo

20 giugno 2011

I bambini della Nuova Era


Forse perché ho letto molti romanzi distopici, forse perché nell’approfondire il pensiero neospiritualista ho imparato che tutto ruota intorno al concetto di nuova era, o forse perché, più semplicemente, nutro una certa allergia per le divise, ed il vedere molte persone vestite nel medesimo modo mi ha sempre messo a disagio.
Sarà per qualcuno di questi motivi, o forse per tutti e tre nel loro insieme, fatto sta che l’immagine di un milione di bambini (un milione) raccolti attorno al tempio di Dhammakaya in Tailandia intenti a cantare all’unisono un inno alla Nuova Era mi ha fatto provare un gelido brivido lungo la schiena.
Il tempio di Dhammakaya è il centro di una particolare corrente buddista, una corrente relativamente recente (risale ai primi anni del XX secolo) che sta avendo una grande diffusione in Asia, per mezzo di una larga opera di proselitismo ed un attento uso dei mezzi di comunicazione della modernità.

(le immagini del video si riferiscono al raduno tenuto l’11 Dicembre 2010)

 



Uniamoci insieme per aprire
l’era del nuovo mondo per eliminare
tutti i conflitti e le differenze.
E ‘il momento per tutti di unirsi mano nella mano
finalmente
Ora il mondo è al di là di guarigione
è il momento di cambiare il mondo
come l’Uno che si conosceva in passato
In questo periodo del nostro tempo vedremo
prima di lasciare questo mondo
ognuno deve unirsi mano nella mano
per cambiare il mondo
dalle tenebre alla luminosità
dalla sofferenza alla felicità
da ignoranti alla conoscenza dell’Uno
Cambiare il mondo dobbiamo farlo
in modo semplice e rilassato
essere felici con la gioiosa innocenza di un bambino
ognuno deve unirsi mano nella mano
delicatamente chiudi i tuoi occhi, rilassati … rilassati
calma la tua mente al centro del corpo
e guarda dentro
Come la stessa posizione del l’Uno
che si conosceva dal passato
cambiare il mondo dall’era delle tenebre
all’era della luce

Dalla vecchia era a questa nuova era
il mondo sarà come il paradiso sulla terra
nessuna classe nelle società
ognuno sarà felice ugualmente
parleremo la stessa lingua celeste
diventare come uno con un sorriso d’amore
noi saremo gentili e il mondo cambierà
il mondo cambierà
uniamoci insieme per cambiare il mondo
Lasciaci cambiare il mondo
Lasciaci cambiare il mondo
Dobbiamo farlo in modo semplice e rilassato
essere felici con la gioiosa innocenza di un bambino
ognuno deve unirsi mano nella mano
delicatamente chiudete gli occhi e rilassarsi
ancora la vostra mente al centro del corpo
e guardare dentro
come l’Uno che si conosceva in passato
Uniamoci insieme per cambiare il mondo

30 settembre 2009

Il contagio della follia

 

Il signore che con entusiasmo incita l’accaldata platea è Ennio Doris, noto al grande pubblico grazie alle pubblicità di Banca Mediolanum, di cui è presidente, e le cui qualità ci tiene a presentare in prima persona.
Ennio Doris è convinto di essere un grande comunicatore, ed i successi avuti nel campo in cui opera tenderebbero a confermare la sua convinzione.
E’ stato tra i primi in Europa ad utilizzare le “convention” quale strumento di motivazione per i propri dipendenti, con tanto di orazioni infuocate, musiche trionfali e un tifo da stadio da parte dei presenti.

Visto dal fuori il tutto pare oltremodo pomposo, a tratti delirante.

Doris con grida rotte dalla commozione definisce i propri dipendenti degli eroi, li descrive quali highlander che hanno portato a termine una straordinaria impresa.

Ovvero hanno venduto ai loro clienti dei prodotti finanziari.

Quello che nel filmato è realmente degno di nota, più del discorso simil-psicopatico di Doris, è la risposta del suo pubblico.

Nel palazzetto regna una esaltazione collettiva che si direbbe possa avere poco a che fare con l’argomento di cui effettivamente nella riunione si parla, ovvero, giova ricordarlo, della vendita di alcuni prodotti finanziari.
Sarebbe anche interessante cercare di capire quanto ognuno di quei singoli highlander abbia contribuito, nel suo piccolo, ad alimentare la crisi finanziaria che stiamo vivendo; il filmato è del 2007, infatti, e sicuramente tra le persone del pubblico che gridano e si abbracciano molti stanno esultando crogiolandosi al pensiero di aver rifilato investimenti patacca ad un gran numero di clienti polli.
Perchè,
come anche la recente crisi ha definitivamente dimostrato, è aria fritta quella che gli eroi come loro vendono, a prescindere dalla società in questione,
E forse queste poche immagini spiegano meglio di venti articoli il modo in cui la follia si propaga per contagio, e come le visioni distorte di pochi possano divenire l’incubo di molti.
28 febbraio 2009

Eggregore VII

blessed with the deep the silent the complete


Mi ritrovo a volte a guardare e riguardare video di concerti.

E’ innegabile che succeda qualcosa di particolare, che l’energia che si sprigiona non è una semplice somma della singola energia “ceduta” da ogni partecipante.
Le Bon nello studiare la psicologia delle folle era giunto alla conclusione che esiste una vera e propria coscienza collettiva che in determinati momenti pervade la folla stessa, una coscienza indipendente e slegata da quella dei suoi componenti.
E i regimi del passato erano ben consapevoli di questa forma di energia, così che le grandi adunate che venivano organizzate avevano proprio la funzione di assorbire le forze che le folle creavano.
Di quell’energia si nutrivano, e l’adunata della massa era il loro banchetto psichico.
La forza generata  può però anche essere costruttiva, se l’attenzione della coscienza collettiva viene convogliata verso un obiettivo positivo.
E mentre guardo e riguardo video di concerti, mi viene ancora da pensare che probabilmente la chiave stia da queste parti. Il video proposto è tratto da un concerto del gruppo synphonic gothic metal dei Nightwish.
Si può notare come la cantante Tarja Turunen assuma in tutto e per tutto le vesti di Sacerdotessa, celebrante un enorme rito collettivo.

16 febbraio 2009

Di telegiornali e di terrori

Essi creano solo degli stati d’animo


Ho guardato il telegiornale questa sera, nonostante sia ben consapevole che la salute ne risenta enormemente, e la mente si logori a volte in modo irreversibile.
Ho guardato il telegiornale, ed ho avuto per un attimo la sensazione che tutto sia perso.
E si è materializzata una immagine dinanzi a me, ho visto decine di avvoltoi librarsi in volo dopo aver abbandonato il corpo di una ragazza rimasta immobile per 17 anni, avvoltoi di nuovo affamati in cerca di nuovo cibo.
Vedevo volti  di plastica che parlavano di aggressioni, di stupri, di angoscia.
Parlavano e parlavano, ma in verità ripetevano in maniera ossessiva una sola frase: dovete avere paura, dovete temere, dovete essere terrorizzati.
La chiamano informazione, ma in verità si tratta di palese, dozzinale, condizionamento.
Ed ho pensato che più di un italiano su due era lì, in quel momento, a ricevere quella dose di paura, senza difese davanti ai profeti del terrore.

– Essi creano solo degli stati d’animo ( état d’esprit), ciò che è molto più efficace, ma, forse, un poco meno alla portata di chiunque. E sono stati davvero ingegnosi.
Non è mai stato così facile come lo è oggi, per questi pochi, poter indirizzare i sentimenti ed i pensieri dei molti.
Ma non è questo il vero punto della questione.
Si sa che la televisione ci condiziona, si sa che quelli che parlano da lì dentro sono lì per dirci come pensare, cosa comprare, quanto avere paura.

– E’ incontestabile che la mentalità degli individui e delle collettività può essere modificata da un insieme sistematico di suggestioni appropriate

E’ una cosa nota, evidente.
Eppure funziona comunque.
L’onda emotiva comunque ci attraversa, bypassa la nostra sfera razionale.
Ed è questo il punto.

– Uno stato d’animo determinato richiede, per stabilirsi, condizioni favorevoli, e occorre o approfittare di queste condizioni se esistono, o provocarne la realizzazione.

Agiscono direttamente sulle emozioni, raggiungono la nostra sfera più profonda, meno controllabile.
Creano stati d’animo collettivi e li diffondono, ed hanno i mezzi per raggiungere chiunque.
E per un attimo ho davvero creduto che la partita fosse definitivamente persa, che non vi fosse più nulla da fare.
Poi ho capito che quel messaggio mi arrivava proprio da lì dentro, da dentro quello schermo.
Così l’ho spento,  ho guardato un attimo fuori dalla finestra, ed ho pensato che forse non tutto è ancora perso.

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