Blessed be

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¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
26 Gennaio 2014

A hundred miles of love

 

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19 Gennaio 2014

Come fosse l'ultimo


Si svegliò con un leggero mal di testa, di quelli che passavano dopo un buon caffè, e una buona colazione.
Di quelli che poi tornavano con la prima sigaretta del mattino, e il primo sguardo al mondo che fuori aspettava.
Si alzò barcollando, e la strana idea già ronzava per la sua testa.
Quell’idea che poi si fece più concreta quando si guardò allo specchio.
“Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo.”
Chi l’aveva detto per primo?
Un illuminato guru del lontano oriente? Seneca? Uno dei mille iscritti su facebook che regolarmente riportavano la frase corredata di foto di tramonti e uomini esultanti e ispirati di fronte al sole che sorge?
“Come se fosse l’ultimo, e sia”.

Doveva farsi la barba.
“Vale davvero la pena perdere tempo a radersi, nel proprio ultimo giorno di vita?”
Decise di sì, sarebbe stato un peccato lasciare questo mondo con la barba sfatta.
E sarebbe stato un peccato farsi trovare dalla morte trasandati.
Si vestì con i suoi abiti preferiti: pantaloni neri e stivali, la sua camicia migliore e una giacca nera.
Anche la sua camicia migliore era nera.

Passò dalla cucina, ma solo per prendere le chiavi della macchina.
“L’ultima colazione va fatta come si deve.”
Non c’erano molti dubbi sulla destinazione: Pasticceria Sereni.
Non fece in tempo nemmeno ad ascoltare per intero la prima traccia del cd di Nick Cave che teneva in macchina che già era arrivato.
Entrò, si avvicinò alla cassa e dopo una rapida occhiata al ben di Dio esposto in vetrina fece il suo ordine.
“Buongiorno. Vorrei due cornetti alla crema, due al cioccolato, un krapfen alla crema, una ciambella al cioccolato, quattro bignè alla crema, tre al cioccolato, un cannoncino alla crema, ed un cappuccino. Ah, e una bottiglietta di acqua naturale, temperatura ambiente.”
“Il cappuccio glielo faccio subito, intanto le incarto i dolci.”
“No, mangio qua, grazie”
“ah.. come vuole..”
“Anzi, faccia due cappuccini.”
“..ok”

Mangiò con calma, uscì e si accese una sigaretta.
“Il cannoncino alla crema potevo anche evitarlo.”

Pensò che sarebbe stato bello vedere il lago per l’ultima volta, così salì di nuovo in macchina, e si rimise in marcia.
Questa volta fece in tempo ad ascoltare altre due canzoni.
Are you the one, that I’ve been waiting for
Sorrise, il tempo dell’attesa era finito: c’erano molte cose buone nel vivere l’ultimo giorno della propria vita.

Rimase al lago per due ore, a riflettere sulla sua vita, o almeno era così che aveva immaginato quel momento, ma i suoi pensieri erano costantemente deviati da mille futili distrazioni.
“Quel cigno prende le curve a novanta gradi, forse gli funziona solo una zampa. Ma poi si chiamano zampe i piedi dei cigni? O forse pinne? No, le pinne sono quelle dei pesci”.

Si stava bene seduti in riva al lago, e così passarono due piacevoli ore, finchè pensò bene che era arrivato il momento di dedicarsi ad un pranzo sontuoso.
Percepiva ancora il peso dei cornetti in pancia (e il cannoncino, quel maledetto cannoncino) ma si sentiva pronto per il suo ultimo pranzo.
Aveva diverse scelte davanti a sé: un ristorante di classe, con le portate più raffinate e i vini più pregiati, oppure una trattoria della zona dove godere dei sapori della sua terra per l’ultima volta, oppure una pizzeria dove omaggiare uno dei suoi piatti preferiti.
Alla fine optò per “Il Pellegrino”, un ristorante a buffet dove per dieci euro poteva mangiare a piacimento scegliendo tra diverse portate.
Non era ovviamente questione di spendere poco, quanto di evitare i lunghi tempi di attesa tra una ordinazione e l’altra: mangiando a buffet era tutto a disposizione da subito.

In macchina suonarono altre canzoni di Nick Cave.

Do you love me?
Do you love me?
Do you looooove me?
Like I love you…

“La risposta è no”, pensò.

Entrò al Pellegrino, pagò i dieci euro, e si diresse verso il buffet.
Giornata fortunata: tra i primi facevano bella mostra di sé i casoncelli alla bergamasca e il risotto ai formaggi, mentre tra i secondi spiccavano le costine di maiale ai ferri.
Non tenne conto del numero dei piatti che si riempì in sequenza, e nemmeno si stupì più di tanto di quanto spazio il suo stomaco era in grado di creare.
Se non fosse stato per quel cannoncino alla crema del mattino, forse avrebbe potuto farsi un ulteriore piatto di casoncelli.

Un caffè ed una sigaretta, ed erano le due del pomeriggio.
Il sole era alto, o almeno lo sarebbe stato se si fosse potuto vedere dietro il grigio indistinto tipico del cielo lombardo autunnale.
Non aveva pianificato niente, si muoveva seguendo le idee che gli venivano al momento.
“In fondo è così che va vissuto l’ultimo giorno, no?”
E in quel momento seppe quale sarebbe stata la sua prossima meta.
“Non posso andarmene senza averla salutata per l’ultima volta.”

Di nuovo in macchina, un viaggio di quattro canzoni.

And I’ve got nothing left to lose
And I’m not afraid to die…

“Cazzo questa è perfetta…”

Arrivò, suonò alla porta.

“Cosa ci fai qui?
“Volevo solo vederti. Metti il caso che questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, mi sarebbe dispiaciuto andarmene senza prima salutarti”
“Ma cosa stai dicendo? Ma sei fuori di testa?”
“Vabbè, era tanto per dire. Volevo solo vederti”
“Senti, adesso avrei da fare. Ci sentiamo nei prossimi giorni, e magari ci mettiamo d’accordo per andare a prendere un caffè, ok?”
“Va bene.”
“Ciao”
“Ciao”

Ci aveva messo meno del previsto.
Poteva essere un vantaggio, aveva più ore a disposizione fino alla fine della giornata.
Già, ma per fare cosa?

Fu allora che gli venne in mente un’altra idea.
Vivere vicino ad un aeroporto aveva i suoi indubbi vantaggi, che apparivano ancora più evidenti nell’ultimo giorno della sua vita.
L’aeroporto distava solo tre canzoni, ma ce ne mise quattro perchè incontrò del traffico inatteso.
Lasciò la macchina nel parcheggio per le soste brevi ( il pensiero lo fece sorridere), e si diresse all’ingresso del terminal.
Quel che vide sul tabellone delle partenze lo rese estremamente felice.

“Un biglietto per Barcellona, solo andata, col volo delle 16.00”
“Fa appena in tempo a fare il check in. Bagaglio?”
“No”
“No?”
“No”
“…no.. ok. Ecco il suo biglietto”.
“Grazie”

Effettivamente fece appena in tempo a fare il check in, e scoprì anche che viaggiare senza bagaglio non è un reato, ma è qualcosa che gli si avvicina molto.

A Barcellona il sole era ancora sopra la linea del tramonto, e salito sul primo taxi a disposizione fuori dall’aeroporto non ebbe difficoltà a far capire al tassista la sua destinazione.
Le strade di Barcellona erano caotiche, e il tragitto gli parve interminabile, ma quando scese dal taxi vide che non era troppo tardi.

Gli ultimi raggi del sole illuminavano la Facciata della Passione, la Sagrada Familia era davanti a lui, emersa dalla terra come se provenisse da un tempo mai esistito sui libri di storia, a ricordare agli uomini che quello che si mostra in questo mondo è solo una parte della bellezza che l’universo cela.

Non si curò del tempo che trascorse mentre in silenzio contemplava la Cattedrale, e il sole tramontò, e il cielo si fece buio, e non v’era nulla altro che poteva essere fatto.
Passò un’altra ora, due ore.

Si inchinò alla Cattedrale, si girò e se ne andò in cerca di un bar.
L’ultimo giorno della sua vita si sarebbe concluso con una gran bevuta.

Si sedette e ordinò una Guinness, e poco dopo una seconda.
Ancora una volta, non tenne il conto.
Ad un certo momento sentì sulla spalla la mano amichevole del barista che in spagnolo gli diceva che la vita è bella e merita di essere vissuta.
O forse gli diceva che era tardi e il bar chiudeva: in fondo non è che capiva lo spagnolo.
Uscì in strada e si sedette sul marciapiede.
Era frastornato, la testa girava e gli faceva anche un po’ male, uno di quei mal di testa che ti vengono quando hai vissuto la tua giornata come se fosse stata l’ultima della tua vita, ma in cuor tuo sai che il giorno dopo dovrai di nuovo svegliarti.

15 Gennaio 2014

Emblemata

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6 Gennaio 2014

Nuovi palcoscenici per vecchie recite

Non era saggio, per gli antichi greci, suscitare l’invidia degli dei.
E quando le cose per un comune umano andavano particolarmente bene era buona cosa fingere qualche malessere immaginario, oppure lasciarsi andare a qualche lamento teatrale, piangendo un po’ sulla propria misera sorte.
Si pensava infatti che dall’alto dei cieli gli dei seguissero le vicissitudini dei mortali, e come spettatori in una dorata platea celeste godessero dello spettacolo che veniva loro offerto.
Così, sapendo di essere sempre osservati, gli uomini intrattenevano i loro signori dell’oltremondo, e, nel caso, celavano il loro benessere, perché non era saggio, appunto, suscitare l’invidia degli dei.
Il mondo stesso era visto allora come un enorme palcoscenico, e i mortali erano piccoli attori che godevano di un illustre pubblico.
La vita era una sorta di recita, ed ogni rapporto personale si fondava su di una teatralità che ai nostri occhi apparirebbe quasi grottesca, ma che all’epoca faceva parte del naturale corso delle cose.
E cos’era l’uomo se non una persona, come anche i latini ben sapevano, una maschera, un personaggio, come la stessa origine del nome ancora ci rammenta?

Ma gli dei dei greci e dei romani erano fatti ad immagine e somiglianza degli umani, e come loro potevano osservare solo la superficie.
Che ne sapeva Zeus di cosa veramente passava per il cuore di un povero contadino dell’Elide?
Zeus e i cuoi compagni potevano solo osservarlo mentre faticava o si riposava, e lo stesso contadino lo sapeva bene.
Come altrimenti avrebbe pensato di ingannare i suoi signori fingendo di patire per la sua misera sorte, mentre si trovava al settimo cielo avendo appena trovato un sacchetto pieno di monete d’oro abbandonato nel suo campo?
Erano dei umani, troppo umani, come il collerico e geloso dio dell’Antico Testamento, che pur avendo solo due esseri umani da tenere d’occhio si distrasse e non si accorse che là sotto all’albero della conoscenza stavano per disobbedirgli.
”Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? “, chiede poi il Signore ad Adamo: non proprio la domanda che ci si aspetterebbe da un dio onnisciente, che tutto vede e tutto sa.

Venne poi il Dio cristiano, e questa volta gli uomini ebbero a che fare con un dio che veramente vedeva e sapeva tutto.
Di più, un dio che stigmatizzava l’ipocrisia, un dio in grado di leggere nei reconditi più nascosti dell’essere umano, un dio a cui non si poteva nascondere nulla, che non si poteva ingannare.
Ma gli esseri umani mantennero comunque le loro qualità di persone, rimasero sempre dei commedianti a spasso in un enorme palcoscenico, solo che ora la platea non stava più in cielo, ma era diventata il resto del mondo.
Perché ogni uomo per definirsi ha sempre sentito il bisogno di uno sguardo, perché come un albero che cade in un bosco lontano non produce rumore, così il mortale teme che egli stesso potrebbe cessare di esistere se nessuno lo guarda.
E’ l’eterno bambino che salta e fa rumore per attirare l’attenzione dei genitori, il moccioso che si lamenta con la madre perché non lo stava guardando mentre faceva le capriole sul tappeto del salotto.
E’ la stessa trinità che ancora si manifesta, io, l’altro da me e il rapporto che ci unisce, lo sguardo che ci lega, la particella primitiva della creazione sopra cui ogni altra cosa si fonda.

Ed ogni epoca ha la metafisica che si merita, ogni tempo esprime il proprio bisogno di trascendenza con i mezzi che trova a disposizione.
C’erano gli dei, una volta, ad intrattenersi con la recita dei mortali, poi ci fu il mondo intero con tutti gli altri uomini, ed infine venne l’universo virtuale, quel metamondo dove ogni attore può esprimere il meglio di se stesso, in una recita impostata offerta ad una platea eterea e potenzialmente sconfinata.
E se dietro la persona della commedia antica c’era comunque un essere umano a muoversi sul palco, nel mondo virtuale sembra che siano rimaste solo le maschere.

3 Gennaio 2014

Il mondo in un click, forse.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente scritto di Antonio Pani che offre alcune interessanti riflessioni su un tema centrale dei nostri tempi.



di Antonio Pani per Tra Cielo e Terra

Premessa

Questo scritto rappresenta un breve momento di riflessione, che ha il solo e semplice scopo di aiutarci a capire meglio alcuni aspetti del mondo di cui facciamo parte.
Non sempre, infatti, siamo in grado di decifrare in modo completo ciò che quotidianamente si pone di fronte ai nostri sensi.

Il mondo reale e quello virtuale

Potrà sembrare strano ma, talvolta, non siamo neppure in grado di apprezzare l’esistenza o co-esistenza di due mondi assai distinti: quello reale e quello virtuale.
Ci muoviamo frastornati da suoni e colori che provengono da ogni dove, immersi nel classico “vivere sempre di corsa”, sovente senza un concreto “perché” che giustifichi il nostro agire.
Confusi, ci troviamo di fronte a un mondo vero, concreto e tangibile, nel quale non c’è tempo neppure per rendersi conto che, magari, stiamo facendo seriamente fatica anche solo a respirare.
Nello stesso momento, con piccoli e semplici “tocchi”, è possibile immergersi in una realtà/dimensione fantastica, dove tutto è bello, facile e, soprattutto, condiviso e divertente (1); sempre che si possa disporre di adeguate quantità di “energia e credito”.
Non appaia strano, quindi, che in questo caos quotidiano i “nuovi insegnanti” vincano con estrema facilità la loro “battaglia educativa” nei confronti dei grandi e, soprattutto, dei più piccoli.

Il riferimento è al caleidoscopico mondo dei mass-media, nuovi tutor ed educatori delle masse.
Oggi il migliore dei genitori è costretto a confrontarsi con loro, i “nuovi insegnanti” appunto, che operano a tempo pieno, incessantemente e a ritmi vertiginosi e frustranti.
Anche la scuola paga dazio, soffocata da classi troppo numerose e scarse risorse, sia in termini di tempo sia per quanto attiene a dotazioni strumentali e infrastrutture.
Di fatto, è oramai quasi completamente mutata in una sorta di sala giochi / ludoteca.
L’ultima (e unica) proposta per migliorarla, portandola al passo con i tempi (sic), è quella di una sua informatizzazione (2).
Libri elettronici, lavagne interattive e questionari “in linea”, agevoleranno l’apprendimento e la conoscenza dei futuri cittadini; cosa accadrà alla spontaneità, alla creatività, alla fantasia e all’immaginazione delle giovani menti non è però dato sapere.
Ecco, quindi, manifestarsi un interessantissimo esperimento che riguarda tutti noi:  un mondo essenzialmente “sfumato/confuso”, che si può accendere e spegnere a piacimento.

L’importanza e lo spessore dei ricordi: un confronto fra i due mondi

I due mondi a cui si accennava prima non sono uguali, così come profondamente diversi sono i ricordi e le esperienze che ad essi sono correlati.
Nella realtà “vera” un’esperienza è caratterizzata da una miriade di informazioni e percezioni aggiuntive che la rendono unica, ricca, piena e, molto spesso, indimenticabile.
Un ricordo (vero) ha maggiori possibilità di diventare indelebile; si pensi al parlare con qualcuno ascoltando con attenzione il tono della viva voce, cogliendone mimica e gestualità, toccandolo, apprezzando al contempo i luoghi, i colori, gli spazi e i profumi nei quali si è immersi.
Questo insieme di dati, per essere colto, abbisogna di una presenza completa, dove tutti i sensi sono chiamati a interagire e confrontarsi con gli accadimenti.
Domani un aroma o uno strano rumore “già sentiti”, riporterà alla mente e al cuore lo spessore e l’intensità delle esperienze vissute.
Questo è il grande dono che la vita reale offre a chi ha interesse a coglierlo: la ricchezza dei suoi ricordi, da respirare appieno, nel bene e nel male.

Nel mondo virtuale non è così.
Ci si può mettere comodi e restare semplicemente seduti a guardare lo “spettacolo”, ci si può connettere per filmare, fotografare, condividere, votare, “twitterare, chattare, linkare facebookare” e via discorrendo, ma è tutto lì.
Uno stile di vita “mordi e fuggi”, generalmente povero di pensieri meditati e di lavoro introspettivo.
Non ci sono cose o persone da toccare, aria, spazi, colori, fragranze e intensi aliti di vita ad arricchire il nostro animo e a dare profondità di significato ad azioni ed emozioni.
Mentre ci si preoccupa di comunicare al mondo della nostra esistenza, ci si dimentica di vivere appieno ogni passo del nostro cammino.
Il mondo virtuale è uno “strano dolcetto” : la buccia è bellissima, ma manca la caramella.

Conclusioni

L’idea di vivere in un mondo che si accende e si spegne a comando pare, di primo acchito, accattivante, pratica e seducente.
Tuttavia, le strade da percorrere in modo proficuo e meno “vuoto” sembrano essere altre.
Oggi non è facile individuare in modo corretto i contorni e le giuste posizioni; altrettanto difficoltoso è collocare ogni “realtà” al suo posto, così da poterle identificare agevolmente e sperare di interagire con loro in modo ottimale e positivo.
Di certo, ritagliare spazi più importanti da dedicare a noi stessi e ai nostri giovani/piccoli rappresenta un buon inizio.
Limitare al massimo il vivere una vita “delegata”, impegnandosi in un concreto e attivo “fare in prima persona”, sembra essere un elemento essenziale per migliorare la qualità della nostra esistenza.
Si pensi ad esempio al fenomeno dell’”homeschooling”, appena presente in Italia  ma fiorente e radicato negli Stati Uniti, dove i genitori possono svolgere attivamente e autonomamente il ruolo di primi insegnanti per i loro figli.

Si aggiunga, inoltre, che questi ragazzi eccellono nelle varie materie e ottengono valutazioni più alte rispetto agli studenti che si formano presso la scuola pubblica.
Con una sana “presenza familiare” è possibile creare un terreno fertile per sviluppare il senso critico e le naturali inclinazioni personali dei vari soggetti coinvolti, agevolando la crescita della conoscenza e non solo della cieca obbedienza.
Da sottolineare e valutare attentamente, inoltre, l’importanza dell’ascolto, quello vero, attuato dando il meglio di sé: “Un ragazzo non è perso quando non lo troviamo dove speravamo di incontrarlo, ma quando abbiamo smesso di cercarlo” (3).
Per agevolare una sana crescita personale è altresì prioritario rinvigorire il valore di concetti come rinuncia e sacrificio, indispensabili per dare gusto all’esistenza.
Un’istituzione scolastica che impostasse il proprio operare tenendo debitamente in considerazione alcuni fra i concetti appena richiamati, sarebbe anch’essa di grande aiuto.

Infine, nella società odierna, sembra mostrare tutti i suoi limiti anche l’adagio del “vietato vietare”, che si è affermato e consolidato negli ultimi decenni.
Qualche “barriera”, invece, potrebbe essere utile; magari ispirata anche dal vivere con la consapevolezza che c’è “qualcosa che ci supera ed è più grande di noi”, sia esso Dio, l’anima, la forza della natura, l’energia dell’amore e/o dell’universo e via discorrendo.
Un cordiale saluto e un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno “incrociato” queste riflessioni.


Riferimenti e letture:

1) “Italia più vecchia, legge poco ma guarda sempre più la tv sul web”, redazione Tiscali del 19/12/2013; in evidenza, fra le altre: “…6 case su dieci in Italia sono connesse al Web…, …Boom di Web e telefonia…, … Alta, sottolinea l’Istat, è anche la percentuale delle famiglie che possiede un cellulare abilitato alla connessione Internet (43,9%)…, …ben 14 milioni e 893 mila, la quasi totalità (delle famiglie italiane), ha una connessione a banda larga…, …Si legge sempre meno…, …Nel 2013 il 54,3% della popolazione di 3 anni e più dichiara di utilizzare il personal computer e il 54,8% di quella di 6 anni e più dichiara di fare uso di Internet…”.

2) “La catastrofe dell’informatizzazione delle attività scolastiche”, di Matteo D’Amico, www.effedieffe.com.

3) “Album di famiglia”, di Lorenzo Braina, Edizioni il Camarillo Brillo, anno 2010.

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Di Antonio Pani vedi anche

Capacità umane, pulsioni emotive e gestione delle masse.
Sorridi, è una foto economica.