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-o- Too late to die young -o-
3 Maggio 2010

Crisi economica: verso il punto critico


Obiezione da un ex marinaio
All’editore:

Contesto e faccio un’obiezione a chiunque sostenga che Obama e il Congresso stanno spendendo soldi come un marinaio ubriaco.
Come ex marinaio ubriaco, io smetto di spendere quando finisco i soldi.

La grande crisi finanziaria che stiamo vivendo è ormai arrivata nel suo momento decisivo, e la Grecia, all’interno di tale contesto, ha semplicemente avuto il privilegio da fare da apripista all’atto finale che ci attende.
Nel suo piccolo, il caso greco è un perfetto esempio della schizofrenia con cui i governanti hanno deciso di affrontare questo particolare momento storico: a fronte di un debito pubblico insostenibile, e all’impossibilità di ottenere prestiti che permettano di pagare i primi creditori, l’Unione Europea con la collaborazione del Fondo Monetario Internazionale ha deciso di concedere alla Grecia un ulteriore prestito di 110 miliardi di Euro.

Tale prestito permetterà al governo greco di ripagare i debiti in scadenza nel breve periodo, evitando così una bancarotta che avrebbe conseguenze devastanti per la stabilità e l’esistenza stessa dell’euro.
Come risulta evidente, con l’indebitarsi per pagare un debito precedente non si risolve la questione, ma si aggrava la situazione originale, allontanando di poco il giorno del crollo.

Quello che tutti sanno ormai è che tale condizione è comune a tutte le economie dei paesi industrializzati, e se per la Grecia sono bastati 110 miliardi di euro per rimandare il problema di qualche mese, la questione si farà più complessa per giganti quali il Regno Unito o gli Stati Uniti.
La conclusione di questa crisi era segnata da molti anni, e tutte le manovre degli ultimi tempi non hanno fatto che posticipare il momento della resa dei conti, che però non potrà essere evitata in eterno.

Una metafora felice per descrivere la situazione attuale è quella usata da Leon Zingales, nel blog Il Cigno Nero:

Immaginiamo di estrarre calore in una porzione d’acqua con velocità costante. Fino al raggiungimento della temperatura di congelamento non noteremmo alcun significativo cambiamento.
Improvvisamente, in prossimità degli zero gradi Celsius, una cascata di eventi termodinamici ci colpirebbe e modifiche strutturali sarebbero istantanei (l’acqua si trasforma in ghiaccio).
In prossimità del raggiungimento del punto critico, il tempo scorre molto più velocemente, nel senso che la densità degli eventi termodinamici aumenta esponenzialmente.
L’errore (e direi anche l’orrore) degli economisti classici è credere che in il tempo sia omogeneo. Si sono lanciati generici allarmi sul deterioramento dei conti pubblici, sperando che il tempo giochi a proprio favore consentendo graduali aggiustamenti; ormai il tempo dell’economia non si misura più in anni, tutto sta accelerando. Gli eventi precipitano: il punto critico è vicino e nei prossimi mesi si ballerà parecchio.

Questo punto critico è davanti a noi, e non ci saranno salvataggi che tengono.

Si veda anche: Is Washington Bankruptin America? segnalato da Il Grande Bluff.


8 Aprile 2010

Finchè c'è il sole


Anno del Signore 2010, Domenica di Pasqua.
Sulle spiagge di Kuruta, nella Grecia sud occidentale, il mare Ionio ed il sole primaverile danno ancora una volta il meglio di sé, confermandosi una delle coppie meglio assortite del grande spettacolo mediterraneo.
I negozi e le kafeterie del lungomare sono tutti aperti per l’occasione, in una sorta di breve anticipazione della prossima stagione estiva, ormai alle porte.
E gli avventori non si fanno attendere, dando così soddisfazione alle speranze dei negozianti.
Come da tradizione, dopo una settimana segnata dal digiuno e dal basso profilo in attesa della Resurrezione del Signore, nel pomeriggio del giorno di Pasqua, dopo un consistente pranzo a base di agnello, il popolo ellenico si concede una uscita sui vari lungomari, quasi ad accogliere anche ufficialmente l’arrivo della bella stagione.

E nel vedere il costante viavai di gente, di ragazze uscite direttamente dalle pagine patinate delle riviste di moda e di giovani che paiono testimonial dei più famosi marchi multinazionali, nell’osservare i locali pieni oltre le loro possibilità, si ha quasi la sensazione che i giornali e i media parlino di un’altra nazione, e non certo della Grecia, quando raccontano di un paese sull’orlo della bancarotta, un paese il cui premier  gira il mondo come un vagabondo elemosinando “sostegni morali”  e cercando folli disposti a concedergli prestiti.

Qualcuno forse immagina un paese depresso, un popolo preoccupato ed esasperato dalle drastiche misure attuate dal governo.
E così forse dovrebbe essere, in un momento storico come questo, in una nazione che potrebbe vedere mutare il proprio standard di vita nell’arco di pochissimo tempo, in maniera drammatica.
Ma l’immagine generale è ben diversa, e la stessa crisi viene trattata più con ironia che preoccupazione.

Forse la colpa è del sole greco, che per qualche motivo ancora poco indagato splende in questo angolo di mediterraneo in modo assai più brillante che nel resto del mondo, o forse è colpa del mare che col suo movimento lento ed ipnotico narra di verità ben più grandi delle misere preoccupazioni terrene.
Fatto sta che da quelle parti, per adesso, nessuno si è ancora alzato per andare ad aprire alla realtà che bussa alla porta.

E con una estate che sta per arrivare, e migliaia di chilometri di spiagge dorate da vivere, è probabile che quella realtà attenda alla porta fino all’autunno.
Dopo, probabilmente, non vi saranno più scuse.

15 Marzo 2010

Grecia, alle origini della crisi

Una breve analisi storico – sociale della realtà greca, alla ricerca delle origini della crisi attuale.


Da diverse settimane, ormai, la Grecia è al centro dell’attenzione mondiale, a causa della grave crisi economica che il paese sta attraversando.
Analisi più o meno accurate descrivono la situazione della nazione ellenica dal punto di vista quantitativo, ponendo l’attenzione sull’enorme debito pubblico e sul drammatico rapporto tra l’indebitamento e il prodotto interno lordo.
Le altre nazioni appartenenti all’area euro guardano nel frattempo con apprensione la situazione della Grecia, consapevoli che in tale momento di grande incertezza economica nessuno può dirsi immune da questo genere di pericoli.

Nelle scorse settimane, il governo greco, guidato da Yorgos Papandreou*, ha imposto alla popolazione misure decisamente drastiche, come il taglio di parte della tredicesima e della quattordicesima dagli stipendi dei dipendenti pubblici, l’aumento dell’iva dei prodotti in commercio mediamente del 2%, una sovrattassa su sigarette ed alcolici, nonché un considerevole aumento della benzina, passata in breve tempo dal costo di 1,10 euro al litro a punte di 1,50 euro.
Come conseguenza, la popolazione ha risposto, come c’era da attendersi, con ondate di scioperi generali che hanno paralizzato il paese per diversi giorni nell’arco dell’ultimo mese.
Tali sollevazioni sono viste da alcuni analisti come la reazione di un popolo vessato che non vuole pagare per le colpe degli speculatori e dei “supercapitalisti”.
Ma la realtà dei fatti è leggermente più complessa.

Sicuramente la crisi economica che sta attraversando la Grecia rientra perfettamente nel complesso mondiale della grande crisi del 2008, quella definitiva, destinata a cambiare per sempre il modello economico finanziario a cui siamo abituati, ma, oltre a questo innegabile fattore, la crisi in Grecia porta in sé un’altra crisi ancora più profonda, un disastro economico e sociale che ha origini molto lontane, vecchie di secoli, figlie di una cultura che ha assorbito in sé le influenze più distanti.

Per capire a fondo cosa realmente succede in Grecia occorre quindi fare un salto nel lontano passato, gettando uno sguardo su quell’impero che ebbe la sua capitale sulle rive del Bosforo.

L’Impero Bizantino non considerava se stesso il legittimo erede dell’ Impero Romano: l’Impero di Bisanzio era l’Impero Romano stesso.
Gli Imperatori di Bisanzio non vedevano nessuna frattura tra l’impero dei cesari ed il loro, e chiamavano se stessi romei
, ovvero romani.
Gli stessi abitanti della penisola greca, governata da Costantinopoli, si consideravano romani, e col termine ellinas
, greco, i cristiani bizantini si riferivano ai loro antenati idolatri, in maniera dispregiativa.
Ancora fino agli anni 60 del XX secolo era diffuso l’uso del termine “romiòs”
, romano, riferendosi ad un greco “autentico”, nato e cresciuto in Grecia.

Il meson, o tramite.

Fu quindi durante il periodo Bizantino che nacque una prassi destinata a caratterizzare l’organizzazione sociale greca fino ai giorni nostri, ovvero la pratica del “meson, il “tramite”.
L’Impero Bizantino era caratterizzato da un rigido centralismo
e da una pesante burocrazia, e gli abitanti delle provincie periferiche avevano grande difficoltà nel far giungere ai funzionari del palazzo le loro richieste e le loro lamentele.
Fu così che col tempo prese piede l’abitudine da parte dei sudditi dell’Impero di assegnare alla persona più autorevole della propria comunità il compito di recarsi nella capitale per far presenti le loro richieste; questo rappresentante delegato, il tramite, una volta giunto a Costantinopoli doveva farsi ascoltare a sua volta da altri personaggi influenti che avrebbero avuto il compito di interferire presso i consiglieri dell’Imperatore.

Si formava così una piramide gerarchica che partiva dall’Imperatore e a cui sottostavano gruppi sempre più ampi che facevano pressione a quelli immediatamente superiori.
Alla fine, chi si faceva ascoltare era il gruppo che aveva le conoscenze migliori, e poteva vantare il meson
più influente.
Questo sistema
, proseguito per secoli, è giunto pressoché immutato ai giorni nostri, ed ha saputo adattarsi perfettamente ai meccanismi della democrazia rappresentativa moderna.

Il sistema elettivo greco prevede infatti che ogni provincia elegga un certo numero di rappresentanti che andranno a formare la Vulì, il parlamento di Atene, e a differenza di quello che avviene in altri paesi, come ad esempio in Italia, i parlamentari greci hanno un contatto realmente diretto coi loro elettori.
A livello politico i Greci sono scarsamente interessati alle diatribe ideologiche, e il loro voto si fonda unicamente sul calcolo dei benefici che l’elezione di un certo parlamentare potrà portare
.
Così, nel periodo pre-elettorale, ogni greco entra in contatto con l’entourage del politico di turno e intavola delle trattative: chi può garantire l’apporto di una decina di voti, tra moglie, figli, vecchie zie e parenti vari, ad esempio, potrà chiedere in cambio l’assunzione del figlio in un posto pubblico, o altri favori simili.
Nel complesso, la quasi totalità dei greci possiede almeno un conoscente che funge da meson
,  di alto o medio livello, ed in tal modo tutti sono coinvolti nelle vicende politiche del paese in modo diretto.

Al termine delle elezioni, quindi, i parlamentari eletti del partito vincitore sono tenuti a tener fede alle promesse, e questo puntualmente avviene.
Si assiste così, inevitabilmente ad ogni cambio di governo, un discreto licenziamento di statali assunti dagli avversari politici a cui si sostituiscono i propri raccomandati.
Ancora più frequentemente, vengono creati posti pubblici dal nulla per poter accontentare tutte le promesse elettorali: in questo modo, il numero degli impiegati pubblici in Grecia ha raggiunto una cifra totalmente slegata dalle reali necessità del paese, con la presenza di in media tre/quattro lavoratori che svolgono il compito che potrebbe essere portato a termine da uno solo di loro.

Va da sé che in un simile sistema la corruzione sia la norma, tanto da essere diventata prassi usuale ed accettata a tutti i livelli della società: pagare degli extra per ricevere servizi dalla pubblica amministrazione è ritenuto normale, dagli sportelli del fisco fino alle bustarelle ai medici degli ospedali pubblici (per questi ultimi vi sono anche dei tariffari ufficiosi:  500/600 euro da pagare al chirurgo che compie una operazione, 50 euro all’anestesista, 50/100 euro agli infermieri per essere trattati umanamente).
La Grecia di oggi è quindi essenzialmente un paese che produce poco, la cui ricchezza reale giunge dai proventi del turismo e dell’agricoltura, e dove la maggioranza dei lavoratori è assunta in impieghi ottenuti  tramite raccomandazioni, lavori spesso senza alcuna utilità creati appositamente per dare una occupazione alla popolazione.

Ma tutto questo rappresenta solo una parte delle origini della situazione greca.
Per comprendere ulteriormente la situazione attuale, occorre nuovamente spostarsi nel passato.

La vita giorno per giorno


Nei primi secoli del II millennio, mentre l’Europa Occidentale conosceva un periodo di lento ma costante sviluppo economico e sociale, le provincie amministrate dall’Impero Bizantino sperimentavano una economia prettamente agricola dal basso rendimento e gravata dall’imposizione delle tasse del governo centrale, il che portava la maggioranza della popolazione a vivere ai limiti della sussistenza.
All’incirca dal XII secolo in poi, inoltre, l’Impero Bizantino entrò in una crisi irreversibile, impegnato in una dura lotta per la propria sopravvivenza, una lunga agonia che condurrà alla sua definitiva scomparsa per opera dei turchi ottomani, che entrarono da conquistatori in Costantinopoli nel 1453.

Con la conquista ottomana, quindi, nel medesimo periodo storico in cui l’occidente sperimentava il Rinascimento, la Grecia e i Balcani cadevano sotto un dominio straniero, e i nuovi padroni si dimostrarono ancor più disinteressati rispetto al precedente impero delle sorti e del miglioramento delle condizioni di vita delle genti sottomesse.
Nei Balcani il tempo quasi si fermò per quattro secoli, e la Grecia rimase pressoché estranea a tutte le rivoluzioni sociali che nel frattempo si manifestavano nel resto d’Europa.
La guerra d’indipendenza greca del 1821 e il successivo formarsi dello stato greco videro quindi l’entrata ufficiale in Europa di una nazione che poco aveva in comune coi suoi vicini occidentali.

I greci avevano mantenuto la propria identità essenzialmente attorno alla propria fede ortodossa, ma culturalmente il popolo greco era un complesso amalgama di tradizioni occidentali ed orientali: i greci erano  europei ed asiatici nello stesso tempo, come ancora testimonia la musica popolare, e costituivano una nazione i cui membri nella loro grande maggioranza nulla avevano in comune con la mentalità imprenditoriale – produttiva dell’Europa centrale.
La stessa rivoluzione industriale in Grecia non è mai giunta
, e il paese si presenta tutt’ora con un settore secondario poco sviluppato.

Da sempre abitanti di una nazione sostanzialmente povera,  i greci svilupparono un loro particolare approccio alla vita, fondato essenzialmente sul vivere alla giornata e sul godere dei pochi averi nel presente, in una dimensione temporale che lasciava poco spazio al futuro remoto.

Questa era ancora la Grecia quando arrivò il periodo del grande cambiamento, la reale anticamera della crisi scoppiata oggi.
Era la fine degli anni 70, e la Grecia era ancora caratterizzata da una certa povertà diffusa dai tratti dignitosi, dal momento che perlomeno era stata raggiunta l’autosufficienza alimentare.
Tutto cambiò nel 1981, con l’entrata della Grecia nella comunità Europea.

La grande festa europea

La Comunità Europea all’epoca era composta da stati economicamente forti, dotati di un settore secondario altamente produttivo e competitivo.
La Grecia entrava nella famiglia come il parente povero, bisognoso di sostegno per raggiungere lo status degli altri membri.
E gli aiuti arrivarono, assai copiosi, sotto forma di sovvenzioni.
Iniziò quindi negli anni ottanta un flusso notevole di fondi europei che giungevano in Grecia per fare in modo che venissero compiuti gli investimenti necessari per l’ammodernamento del paese.

E i Greci, nella grande maggioranza, dai politici più altolocati fino ai dipendenti pubblici e ai contadini, fecero quello che farebbe chiunque non avesse mai avuto soldi tra le mani e si ritrovasse all’improvviso a gestire un certo patrimonio: fecero festa.
I soldi delle sovvenzioni , invece che investiti, venivano distribuiti nei diversi livelli della scala gerarchica: i politici altolocati si prendevano la fetta maggiore, e poi via via scendendo fino alle classi più umili.
Tutti, però, ebbero la loro fetta.

La Grecia, in questo modo, nel giro di venti anni raggiunse lo status sociale delle altre nazioni europee: si diffusero le automobili, i vestiti di marca, si ammodernarono le città e le abitazioni, e ci si divertiva molto.
l settori della ristorazione e dello svago prosperarono.
Il tutto, però, veniva fatto con soldi che non riflettevano il vero stato della ricchezza della nazione.
Nel frattempo, per sostenere il nuovo status raggiunto, il debito pubblico cresceva in maniera esponenziale, senza sosta e senza ritegno, finché, con lo scoppio della crisi, e il livello del debito totalmente fuori controllo, la realtà ha bussato alla porta della Grecia.

Ecco quindi l’origine della situazione ellenica attuale, una situazione in cui nessuno è a suo modo “innocente”.
Ovviamente, le colpe dei governanti, corrotti oltre ogni limite mentalmente immaginabile e totalmente incoscienti nel guidare una intera nazione al baratro, sono in proporzione enormemente maggiori rispetto a quelle del singolo cittadino che semplicemente si è ritrovato dentro un gioioso bengodi.
La colpa delle persone comuni, semmai, è stata quella di non aver mai riflettuto sull’origine della propria ricchezza,  e di aver accettato senza eccessive rimostranze la pratica di corruzione generale, nonché il sistema di favori diffuso ad ogni livello, considerando normale e socialmente accettabile trovare un lavoro fisso presso un ente pubblico grazie alla raccomandazione del proprio meson, oppure dover pagare bustarelle per poter sbrigare perfino le più piccole pratiche burocratiche.
Ed è per questo, ed è un parere di greco sui greci, che non occorre commuoversi troppo alla vista dei manifestanti che ora scendono per strada affinché sia garantito il livello di vita a cui si erano abituati.

La festa è finita, e da veri greci non resterà altro che ri-abituarsi a vivere alla giornata, tornare a coltivare i campi – compito delegato negli ultimi anni esclusivamente a rom ed extracomunitari – e magari prendere in mano il bouzouki e scrivere una bella penià** sui bei tempi che abbiamo passato, dopo esserci divertiti al ritmo del tsifteteli***.

 

*figlio di Andreas Papandreou, fondatore del partito socialista greco, a sua volta figlio di Yorgos Papandreou, altro storico protagonista della politica greca della prima metà del XX secolo. In Grecia la democrazia garantisce a determinate famiglie la tenuta del potere molto meglio di quanto potè fare la monarchia coi re del XIX e del XX secolo

**canto malinconico in cui si esprime il proprio dolore e ci si lascia andare ad una certa, dignitosa, autocommiserazione.

***diretto discendente della danza del ventre orientale, è il ballo a cui più volentieri si lasciano andare le giovani donne greche nei locali di divertimento.

 


Si veda anche:
– Cosa succede in Grecia?
– La crisi e i turchi sotto le mura

 

4 Marzo 2010

La bancarotta degli stati sovrani

 

Qualche tempo fa:


CRISI MUTUI: BERNANKE, FED NON VEDE RISCHIO RECESSIONE

L’economia Usa rallentera’ il passo ma la Fed non vede il rischio di recessione ne’ di ritornare alla ‘stagflazione’ degli anni ’70.
Lo ha detto il numero uno della banca centrale Usa, Ben Bernanke, nel corso di un’audizione al Congresso, sottolineando che l’economia americana riprendera’ a crescere a un tasso “piu’ ragionevole” dalla prossima primavera.

 

Era il Novembre del 2007, la grande crisi doveva ancora manifestarsi in tutta la sua entità, ma già gli esperti e le fonti autorevoli facevano a gara per rassicurare i mercati.
“Nessuna crisi all’orizzonte, qualche piccola flessione che si risolverà entro il 2008”.
Poi la crisi arrivò davvero, cogliendo di sorpresa le grandi firme dell’Economist e del Financial Times, del Sole 24 ore e del Corriere della Sera: “Non potevamo prevedere”, dissero gli  autorevoli economisti.
Eppure, sarebbe bastato dare un’occhiata a qualche sito di controinformazione, uno dei tanti che da qualche anno addietro annunciavano e descrivevano per filo e per segno quello che stava per succedere; non occorreva essere né maghi né indovini, d’altra parte, nello stesso modo in cui non occorre essere dei veggenti per affermare che un masso che rotola dalla montagna prima o poi arriverà a valle.

Così la crisi giunse davvero, e, tra panico e rassicurazioni, per qualche tempo un’incertezza diffusa si sparse per il globo.
Era il 2008, e mentre le solite fonti autorevoli si impegnavano a infondere ottimismo sulla ripresa, sul versante opposto si scatenavano coloro che preannunciavano gli scenari più catastrofici.

Questi ultimi sostennero che la crisi fosse sistemica, che la caduta fosse irreversibile, che grandi sconvolgimenti avrebbero avuto presto luogo.
In questo campo, si distinse ben presto l’analisi del gruppo di studio LEAP/E2020, composto da un team di esperti nel ramo economico che a differenza dei loro colleghi “colti di sorpresa” avevano saputo prevedere le tappe della crisi finanziaria con grande anticipo, ed in modo alquanto dettagliato.
Le accurate previsioni, in un campo in cui in pochissimi avevano saputo interpretare i segnali economici globali, aumentarono la fama e il prestigio dei ricercatori del LEAP/E2020 e i bollettini periodici emessi dal gruppo vennero letti con sempre maggiore attenzione.

Le previsioni del LEAP, così come quelle di molti analisti indipendenti, non furono quindi per nulla ottimiste: per il 2009 venne pronosticata un’aggravarsi della crisi, e vennero ritenuti altamente probabili fallimenti di interi stati, rivolte sociali, disordini, e non ultime possibili guerre di vasta scala.
Ma tutto questo non avvenne nel 2009.
Sembrava quindi, e sembra ancora, che le cosiddette “cassandre” avessero avuto torto, e che tutto sommato, in un qualche modo, anche da questa crisi prima o poi se ne uscirà fuori, senza bisogno di sconvolgimenti epocali.

Ma cos’era successo, nel frattempo?
Occorre qui fare delle importanti precisazioni.
Tutti coloro che avevano previsto una crisi sistemica, con gravi ed irreversibili conseguenze, non avevano fatto altro che analizzare i dati economici a loro disposizione e trarne le conseguenze.
In sintesi, si trattava semplicemente di osservare come i debiti pubblici dei paesi industrializzati dell’occidente fossero ormai fuori controllo, e come fosse impossibile rimettere in sesto le loro economie, considerato il livello raggiunto dai deficit e dal contemporaneo verificarsi di una serie di ulteriori fattori, quali il crollo dei consumi, la difficoltà delle banche, il fallimento di importanti agenzie assicurative, lo scoppio della bolla immobiliare.
In altre parole, coloro che vennero chiamati “catastrofisti” non fecero altro che trarre le logiche conclusioni stante l’evolversi della situazione in atto.

Quello che invece i catastrofisti non riuscirono a prevedere, e che cambiò completamente le carte in tavola, fu la reazione del governo statunitense e l’operato della Fed: l’inaudito intervento di soccorso alle grandi banche tecnicamente fallite ed al sistema finanziario nel suo complesso fu una mossa che pochi avrebbero immaginato, considerata l’entità dell’intervento stesso.

 

(confronto tra la spesa del governo statunitense nei 12 mesi centrali della crisi con le spese sostenute nei precedenti 206 anni)

Il governo degli Stati Uniti, dove la crisi stava per dare il colpo finale al complesso sistema finanziario internazionale, ha saputo con un atto disperato e potenzialmente suicida allontanare il momento del crollo finale, rendendo però il futuro istante della resa dei conti ancora più tragico.

Non vi è infatti logica alcuna nel pensare di risolvere una profonda crisi causata dall’esplosione del debito per mezzo della contrazione di ulteriore debito.
Eppure, è proprio quello che è stato fatto.
In questo modo, nonostante nel 2009 l’economia reale abbia incrementato il suo livello di sofferenza, si sono evitati gli scenari più catastrofici; ma il problema iniziale non è stato risolto, semmai accentuato.

Nell’osservare quindi gli sviluppi della crisi economica attuale, e i bilanci degli stati, la domanda che sorge è la seguente: gli stati sovrani possono fallire? E se falliscono, quali sono le conseguenze per le persone comuni?
La prima domanda andrebbe in verità posta in maniera differente.
Sappiamo già infatti che gli stati sovrani possono dichiarare bancarotta: è successo all’Argentina nel 2001, ad esempio.
Ma per quanto si tratti di una economia importante a livello mondiale, quella argentina non è minimanete paragonabile a quella statunitense.
Così, la vera domanda diventa: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, i paesi dell’area dell’Euro, possono dichiarare bancarotta?
Quali fattori devono verificarsi affinché questo succeda?

Già adesso, ad esempio, il debito pubblico degli Stati Uniti è totalmente fuori controllo, impossibile da ripagare, il che fa di quella americana una nazione a tutti gli effetti insolvente.
Pare però che l’abnorme dimensione di un debito pubblico non sia condizione sufficiente per determinare il default di una nazione.
Molti economisti, inoltre, sembrano ridimensionare tale questione.
Ecco ad esempio come si esprimeva il premio nobel per l’economia Paul Krugman, in un articolo pubblicato sul suo blog in cui metteva a confronto il debito pubblico in rapporto col PIL degli Stati Uniti con quelli del Belgio, del Giappone e dell’Italia, sottolineando come queste nazioni fossero “messe peggio” degli States:

 

La gente si chiede: “Perchè dovremmo paragonarci con Belgio e Italia? Quei due Paesi sono un casino”. Uhm, ragazzi, questo è il punto. Il Belgio è politicamente debole, perchè diviso linguisticamente. L’Italia è politicamente debole, perchè è l’Italia. E se questi Paesi possono gestire il loro debito che è oltre il 100% del Pil, anche noi possiamo.


In altre parole, per Krugman la spropositata dimensione del debito pubblico non doveva preoccupare.
Secondo la sua accurata analisi da premio nobel dell’economia, infatti, dal momento che altri sopravvivevano con tali sbilanci, anche gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo.

Eppure, lo stesso Krugman, nel lontano 2004, mostrava una minore voglia di scherzare:

 

L’Argentina, un tempo prototipo del nuovo ordine mondiale, è istantaneamente diventata sinonimo di catastrofe economica.
Che cosa possiamo dedurne? Quanti di noi hanno postulato che la sconsideratezza della recente politica americana possa provocare un disastro analogo sono stati liquidati come individui assillanti, in qualche caso addirittura isterici.[…]
Proiezioni più realistiche, infatti, evidenziano nel prossimo decennio un aumento colossale del debito, che si aggraverà ulteriormente quando i cosiddetti baby boomers (i figli del “boom”) andranno progressivamente in pensione in massa.
Ma per gli apologeti dell’Amministrazione, che a dispetto dell’evidenza continuano a sostenere di avere un “piano” per dimezzare il deficit, queste sono sempre soltanto chiacchiere, se non una sorta d’anatema.
Qualcosa di nuovo, però, c’è, ed è quello che Rubin ed i suoi colleghi hanno scritto in merito alle possibili conseguenze. Invece di focalizzare la loro attenzione sul danno che il deficit infliggerà gradualmente, essi hanno messo in rilievo una potenziale catastrofe.
Così ammoniscono: «I considerevoli deficit esistenti possono influenzare gravemente e negativamente le aspettative e la fiducia, e ciò a sua volta potrà innescare una sorta di circolo vizioso negativo nello strisciante deficit fiscale, nei mercati finanziari e nell’economia reale… I costi potenziali e le possibili ricadute di un simile sconvolgimento fiscale e finanziario potrebbero con ogni probabilità costituire la motivazione più forte per cercare di evitare simili considerevoli deficit di budget.”
Detto in altri termini: piangi pure per noi, Argentina. Stiamo per fare la tua stessa fine.
[…]Ciò che Rubin afferma adesso, e che Mankiw affermava quando era un indipendente, è che la tradizionale immunità di paesi sviluppati come l’America alle crisi finanziarie da Terzo Mondo, non è un diritto inalienabile.
I mercati finanziari ci concedono il beneficio del dubbio soltanto perché hanno fiducia nella nostra maturità politica nella volontà da parte dei nostri leader di fare tutto ciò che è necessario per tenere a freno i deficit, pagando di persona, se occorre, il costo politico che ciò comporta. In passato questa fiducia è stata ben riposta.
Persino Ronald Reagan alzò le tasse, dopo che il deficit del budget si era impennato. E noi? Abbiamo ancora quel grado di maturità?

 

Quindi, l’autorevole economista Paul Krugman che attualmente non si preoccupa molto del deficit statunitense, e che ha anche vinto un nobel dopo aver sostenuto la necessità di aumentare la spesa pubblica per uscire dall’attuale crisi, nel 2004 era iscritto nella schiera dei catastrofisti, e prospettava scenari da tragedia nell’eventualità in cui il debito pubblico non fosse stato messo sotto controllo.

Ovviamente, le persone possono anche cambiare idea nel corso degli anni, ma si suppone che un economista abbia almeno una vaga idea di come funzionino i fondamentali nella gestione degli stati.
In altre parole, il debito pubblico fuori controllo porta alla bancarotta, come sosteneva nel 2004, oppure ci si può ridere sopra, come invece ha fatto nel 2009?
Per Paul Krugman la risposta è semplice: la spesa fuori controllo è una disgrazia se attuata dai repubblicani, ma diviene salvifica e necessaria se operata da Barack Obama.
Sia chiaro, se ci si occupa di Paul Krugman, nonostante l’evidente confusione che emerge dalle sue analisi nel tempo, è solo perché ad egli è stato assegnato il premio nobel dell’economia: si tratta di una prova, in pratica, del fatto che per comprendere le attuali dinamiche le voci “autorevoli” valgono quanto tutte le altre, se non meno.

Tornando quindi alla questione iniziale, è possibile stabilire se l’eventualità di un fallimento di uno stato sovrano del calibro degli Stati Uniti sia effettivamente plausibile?
Una risposta potrebbe venire da un altro attore autorevole del grande gioco finanziario internazionale, ovvero Alan Greenspan, l’ex presidente della federal reserve statunitense e per anni vero Deux ex machina delle politiche economiche della nazione americana.

 

Nel 1999, in un articolo accademico rimasto a lungo segreto, due noti economisti, Alan Greenspan e Pablo Guidotti, avevano espresso la formula con cui pronosticare con precisione il momento ed il livello in cui diviene manifesta l’insolvenza sul debito pubblico di un Paese.
La formula, detta regola di Greenspan-Guidotti, prevede che un Paese deve detenere riserve convertibili almeno pari al 100 % delle scadenze di debito che maturano a breve.
Gli Usa hanno 8133,5 tonnellate di oro che secondo l’autore valevano – due mesi fa – circa 300 mld $.
Il petrolio detenuto dalla Riserva strategica Usa è di 725 mila barili che secondo l’autore valevano  – e valgono – 58 mld $.
Inoltre secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) gli Usa hanno 136 mld $ di riserve valutarie.
Il totale è circa 500 mld $ (455,5 mld $ secondo AsiaNews).
Se il debito pubblico è per il 44 % di proprietà straniera, su 2mila mld $ di debito in scadenza, circa 880 mld $ di debito è detenuto da stranieri.
I risparmi americani annualmente ammontano a circa 600 mld $.
Se il totale del debito da collocare (debito da rifinanziare più nuovo debito) nell’anno è di 3500 mld $ [3600 mld $ secondo noi] e pur ipotizzando che tutto il risparmio USA scelga i BOT (“Treasuries”), rimangono da collocare nell’anno circa 3 mila mld $.
Da dove proverrà tale ammontare ?


Ancora una volta, quindi, ci troviamo di fronte ad uno scenario apparentemente già scritto: gli Stati Uniti sono destinati al default, ed in brevissimo tempo.
Ma, di nuovo, potrebbe risultare azzardato fare simili pronostici, dal momento che è ormai chiaro che vi sono forze in gioco che sono in grado di riscrivere a loro piacimento le regole della gara, mutando inevitabilmente l’evolversi degli eventi.
Nonostante, quindi, la situazione sia già segnata, e la bancarotta sicuramente inevitabile, i tempi e i modi in cui tutto questo si verificherà rimangono non prevedibili.
E’ certo che il masso che rotola dal monte arriverà a valle travolgendo l’abitato, ma in uno scenario con tante incognite non è per adesso possibile calcolare il momento dell’impatto.

31 Dicembre 2009

2000 - 2009, l'opera al nero

Ancora poche ore ed avrà termine il primo decennio del III millennio, un decennio particolare, ad iniziare proprio dal nome, dal momento che un nome questo decennio nemmeno ce l’ha.
Abbiamo ancora eco degli anni quaranta, degli anni cinquanta, degli anni sessanta, settanta, ottanta , degli anni novanta, ma questi dieci anni che stanno per finire faticheremo a rievocarli.
Anni zero suona in effetti male, mentre il primo decennio del XXI secolo è formula assai laboriosa e lunga da recitare.
Comunque sia, anche tale decennio sta per finire, e come ogni decennio, anche questo ha portato eventi e date da ricordare, processi sociali, progressi e regressi la cui entità spesso si comprende solo a posteriori.
L’evento per eccellenza, quello che sicuramente si ricorderà nei secoli nei libri di storia, anche nei più sintetici, è rappresentato dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.
Un attacco che parte da lontano, preannunciato in qualche modo esattamente 11 anni prima, nell’11 settembre del 1990, da George Bush padre, quando in un discorso ormai storico per la prima volta un presidente degli Stati Uniti fece uso in maniera ufficiale del termine “Nuovo Ordine Mondiale”.
Si trattava di un progetto geopolitico a lungo cullatodai più importanti think tank globalisti, un progetto che conobbe una grande accelerazione proprio in seguito all’attacco subito dall’impero nel suo cuore finanziario e militare.
Un progetto che non ha mai avuto come fine ultimo l’egemonia incontrastata degli Stati Uniti sul resto del pianeta, come in molti avevano pensato, ma un programma a lungo termine in cui i poteri nazionali sarebbero passati in secondo piano rispetto alla guida sapiente di un insieme di circoli elitari transazionali, capaci di gestire e direzionare le strutture finanziarie, mediatiche e culturali di gran parte del pianeta.
In questo quadro, l’11 Settembre del 2001 ha rappresentato il giorno del sacrificio, il momento in cui si dette il via alla fase finale della distruzione delle strutture del vecchio ordine.
Così, gli Stati Uniti, concepiti dai padri fondatori come la nuova Israele, perdevano in pochi istanti il segno della loro vocazione messianica, le due torri che come le due colonne del Tempio di Gerusalemme segnavano il varco d’ingresso attraverso cui accedere nello spazio più sacro della Terra Promessa.
Crollavano le Torri e crollava il Tempio, e suonavano le trombe che davano il via ad un decennio di battaglie e devastazioni, una serie di guerre scatenate sulla base di menzogne e falsità palesi a cui l’universo occidentale, quello dei buoni, credeva con poche esitazioni.
Un sacrificio che prevedeva anche l’auto annientamento degli stessi Stati Uniti, scivolati ormai in una decadenza economica e sociale irreversibile.
Guidati per otto dei dieci anni del decennio dal presidente più incompetente della loro storia, un povero uomo schiavo dell’alcolismo e con un quoziente intellettivo di molto inferiore a quello della media del suo popolo, impotente e ignaro dei processi che attorno a lui si verificavano.
La sua presenza rendeva evidente il fatto che le strutture di potere ufficiali avevano un ruolo secondario, mentre diveniva palese anche ai più ingenui che le decisioni venivano prese da entità non immediatamente riconoscibili.
Gli Stati Uniti hanno quindi avuto il compito in questo decennio di porre fine al vecchio ordine, preparando il terreno per quello che sarà un ordine del tutto diverso, un ordine la cui forma è difficilmente prevedibile, e la cui costruzione richiede ancora del tempo.
Allo stesso modo è destinata a mutare l’intera architettura finanziaria che ha caratterizzato, con alti e abissi, la storia degli ultimi 100 anni.
Un’architettura priva di fondamenta, un castello di carte capace di crescere per decenni in maniera spropositata dando l’illusione di poggiare su solide basi.
Un sistema fondato sulla moneta creata dal nulla, su bolle che si gonfiano e si sgonfiano e che vengono sostituite da bolle ancora più grandi, in attesa dello scoppio finale; difficile dire quando il crollo avverrà, così come ignote saranno le modalità e le tempistiche.

Nel 2008 c’è stata una scossa generale, ed ancora adesso la maggioranza delle persone non ha compreso l’entità della “crisi” che si è palesata.
Ma l’inganno potrà ancora andare avanti a lungo, per anni, forse decenni.
Quello che è certo è che le economie fondate sui debiti che crescono in maniera esponenziale e sulla creazione incontrollata di moneta dal nulla non possono durare in eterno: arriva il momento in cui gli schemi ponzi collassano, nonostante per anni si possa avere l’impressione che nel gioco tutti possano guadagnare.
A livello politico-mondiale abbiamo quindi visto in questo decennio l’accentuarsi della decadenza morale ed economica della più grande potenza imperiale del secolo scorso, abbiamo sperimentato gli effetti delle prime crepe del complesso strutturale del sistema finanziario globale ed abbiamo anche assistito alla pianificazione di quel processo battezzato “scontro di civiltà”, preludio all’ atto finale che ci attende nei prossimi decenni.
Atto finale che con grande probabilità avrà come cornice il luogo che da sempre si prepara a tale compito, la Terra Santa per eccellenza.
Ma questo è un copione che deve ancora essere completato.Nel frattempo, siamo tutti spettatori di un momento storico emozionante e complesso, quel finale di partita in cui i giocatori più scaltri possono permettersi di giocare senza maschere, prendendosi il lusso di mostrarsi per quello che sono, nella consapevolezza che pochi saranno, comunque, in grado di riconoscere l’espressione dei loro volti.
Un addio quindi a questo primo decennio del XXI secolo che giunge a termine, un decennio che ha corso in modo molto rapido.
Ed un saluto anche agli anni che ci attendono, che perlomeno avranno un nome.
Viviamo in tempi assai interessanti.