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- Icona egizia del VI Secolo -






¿te quedarás, mi pesadilla
rondándome al oscurecer?


-o- Too late to die young -o-
3 Maggio 2007

La sera

Siamo nati al calare della sera
ed è inutile rimpiangere l’alba
o il mezzogiorno.
Ma guai a coloro che adorano il buio.


Prendo in prestito dal saggio Iperhomo queste poche e semplici parole, frasi che hanno il dono di sintetizzare il senso di una intera ricerca.

Nei secoli i giorni seguono le notti, e vi sono notti e giorni piccoli, e giorni e notti grandi.
Vi è un’unica Legge che regola i grandi e i piccoli cicli, e di questa lunga giornata a noi è toccato sperimentare il tramonto.
Questo è quello che raccontano unanimi tutte le tradizioni, e i miti e le leggende di popoli distanti nel tempo e nello spazio.

La percezione del tempo “ciclico” è propria di ogni concezione esoterica, così come la consapevolezza di vivere la parte conclusiva di un grande ciclo.

E giunti a questa consapevolezza, vi sono due strade da seguire: vivere fino in fondo questa sera che si impone, cercando di rendere in qualche modo meno nera l’ oscurità, oppure adorare questo buio, e invocarne la realizzazione, in previsione della nuova alba, un’alba dorata, e di una nuova era.
La grande differenza tra le vie sta tutta in questa scelta.

Guai a coloro che adorano il buio…

16 Aprile 2007

L'eugenetica, da Darwin all'America

di Mario A. Iannaccone

[…] Un giorno del 1930 sei macchine raggiunsero un villaggio in cima ad una collina.
Gli uomini, al comando dello sceriffo della contea di Montgomery, fecero presto: agguantarono sei bambini, li rinchiusero ognuno in una macchina diversa e sparirono.
Questo fatto accadeva negli Stati Uniti del New Deal nella zona degli Appalachi, stato della Virginia.
Lo sceriffo doveva sottrarre alle famiglie della collina, – famiglie unfit, cioè “inadatte” – i loro figli. Quei bambini andavano sterilizzati in modo che non propagassero quello che gli eugenisti chiamavano il loro “germe-plasma” difettoso.
L’incredibile e ancora poco conosciuta storia dell’eugenetica americana è raccontata da Edwin Black in «La guerra contro il debole» (War against the weak. Eugenics and America’s campaign to create a master race, edizioni Four walls eight windows, New York), già autore di Ibm e l’Olocausto (trad. it. Rizzoli, 2001).
Black è storico scrupoloso, specializzato nell’investigare l’attività d’aziende, governi e istituzioni, con l’ausilio di team di ricercatori. Setacciando archivi riservati, governativi e privati, Black ha ricostruito un’immagine nuova della storia dell’eugenetica americana, e del suo network, il cui centro era il Carnegie Institution’s Station for Experimental Evolution di Cold Spring Harbor fondato nel 1904.
Il primo dato sorprendente, – non nuovo, ma qui documentato nel dettaglio – è che l’eugenetica, nata nel XIX secolo in Inghilterra, ebbe il suo periodo d’oro negli Stati Uniti nei primi trent’anni del secolo scorso allorché s’organizzò in un potente movimento che tentò d’imporre una politica di miglioramento del patrimonio ereditario della popolazione attraverso il controllo sociale della riproduzione.
La parte più odiosa di questa politica fu la repressione nei confronti di coloro che erano definiti feebleminded (deboli di mente) o unfit (inadatti), sulla base di criteri vari e spesso arbitrari.
Il secondo dato documentato da Black è che dall’eugenetica americana derivò direttamente quella tedesca e poi nazista.

Negli Stati Uniti, la politica eugenetica fu esercitata soprattutto sulle classi più povere o su comunità isolate i cui membri, molto spesso, più che feebleminded erano semplicemente privi di una minima educazione.
Black colma lacune anche in merito all’appoggio fornito al movimento eugenetico da potenti soggetti istituzionali, scientifici, politici e finanziari.
Gli eugenisti non erano un gruppo di rari lunatici, ma un movimento ben rappresentato in istituzioni legate a famiglie facoltose, istituzioni pubbliche, università prestigiose (comprese Harvard, Yale e Princeton).
Da questa rete di simpatia il movimento ricavò la forza per attuare una vera e propria politica eugenetica articolata in tre programmi: innanzitutto lo studio degli alberi genealogici per identificare le famiglie “difettose” che generavano persone “inadatte”; poi l'”eugenetica negativa”, che prevedeva la segregazione e la sterilizzazione coatta; per ultimo, l’eugenetica “costruttiva” che doveva favorire la creazione di una master race, una razza dominante, modellata sulle caratteristiche dell’élite americana.

Nel corso di alcuni decenni centinaia di migliaia di “deboli di mente” ed “inadatti” subirono procedure di segregazione, sterilizzazione o ingiustizie di vario tipo.

Ma la ricerca dello storico americano riserva altri aspetti interessanti.
Per esempio emerge chiaramente lo stretto legame che si stabilì fra l’eugenetica e il movimento del controllo della nascite, di fatto due fasi dello stesso programma.
Gli ideologi della sterilizzazione di massa, della segregazione, delle politiche coercitive erano spesso gli stessi del controllo delle nascite.
Il collegamento è evidente nell’opera di Margaret Higgins Sanger (1883-1966) teosofa, darwinista sociale ed eugenista, e nei rapporti che la fondatrice del Planned Parenthood tenne per molto tempo con elementi estremisti del movimento.

È noto che l’accostamento della Sanger all’eugenetica provoca da sempre alzate di scudi, ma i contatti strategici, tattici e teorici fra i due movimenti sono ormai inequivocabili.

La Sanger, infatti, arrivava deprecare l’aiuto dei governi o delle istituzioni filantropiche per i poveri e gli inadatti, che dovevano piuttosto “sparire” e “morire di fame ” per non togliere risorse agli adatti. […]
Black rileva, infine, la continuità organizzativa e teorica fra eugenetica e genetica.
La genetica sarebbe la continuazione, sotto nuovo nome, della vecchia eugenetica ormai screditata per la sua metamorfosi sotto il nazismo.
Proprio negli asettici laboratori di ricerca genetica i vecchi demoni sopravvivono e ogni tanto si mostrano, per esempio quando guru della moderna ricerca genetica sostengono la necessità futura del “transumanismo” o anche dell'”autoevoluzione”: modificare il patrimonio genetico dell’uomo per “guidare l’evoluzione naturale”.
Qui la voce dell’autore, che commenta implacabile orrori passati, si sposta, inquieta, a scrutare scenari futuri, ancora inimmaginabili. […]

da Avvenire .it  3/9/2006

12 Aprile 2007

I murales dell'aeroporto di Denver


Il nuovo aeroporto di Denver venne costruito nel 1995.
Fu un’opera dispendiosa ed ambiziosa, con i suoi 137 chilometri quadrati di superficie e gli oltre 4 miliardi e mezzo di dollari necessari per la sua costruzione.
La sua collocazione non fu tra le più felici, essendo il sito prescelto particolarmente ventoso, circostanza che spesso ha portato alla soppressione ed alla deviazione di diversi voli.
Gran parte del complesso rimane inoltre inutilizzato.
Denver era dotata all’epoca di un aeroporto perfettamente funzionale, provvisto tra le altre cose di un numero maggiore di piste di atterraggio del suo illustre successore.
Anche la pianta dell’aeroporto è particolarmente curiosa, avendo come schema di base una croce uncinata, o svastica.

All’ingresso principale una pietra di marmo commemorativa reca il simbolo massonico della squadra e del compasso.


Queste sono solo alcune delle stranezze che rendono singolare tale complesso, ma il vero interesse risiede nel suo interno, in particolar modo in una serie di opere che avrebbero il compito di decorare le varie sale.
L’opera, composta dall’artista Leo Tanguma ha per titolo “The Children of the World Dream of Peace”, e vorrebbe rappresentare le devastazioni delle guerre e la speranza in un futuro di pace e fratellanza.
In verità tali dipinti appaiono alquanto inquietanti, e tale sensazione pervade molti dei visitatori che si ritrovano di fronte ad essi.
La composizione consiste di quattro parti.
Nella prima scena ha luogo una strana cerimonia.

 

Adagiate in tre bare vi sono tre figure femminili, una nativa americana, una bambina dai caratteri occidentali ed una donna di colore, circondate da sei bambini e diversi animali.
Alle spalle del gruppo vi è una città in fiamme, e scene di desolazione e distruzione.
La bambina bionda della bara porta cucita sul vestito una stella di David, e tiene tra le mani una Bibbia cristiana.

 

Rappresenta la tradizione giudeo cristiana occidentale, così come le altre due donne raffigurano rispettivamente la tradizione africana e quella americana pre coloniale.
Alle spalle delle bare una bambina regge una tavoletta in cui è raffigurato il tramonto del quinto sole secondo gli insegnamenti dei Maya, il momento in cui tra sconvolgimenti planetari avverrà il passaggio di era, evento che i Maya avevano previsto per il 2012.

 

Nella seconda scena compare un personaggio dalle fattezze inquietanti, una sorta di soldato deforme che uccide una colomba bianca, e si impone tra scenari di devastazione, delimitati da una donna che tiene tra le braccia un figlio morto e dei bambini che riposano su delle macerie.

Nella terza parte dell’opera lo scenario cambia.
Bambini in festa rappresentanti tutti i popoli del mondo portano le armi al centro della scena, dove un bimbo dalle fattezze ariane e vestito alla tedesca le distrugge.

Il soldato della scena precedente giace ora senza vita sovrastato dal gruppo dei bambini.
Particolare interessante, il bimbo tedesco addetto alla distruzione delle armi mostra un decisamente curioso pugno di ferro.


Infine, nell’ultima scena i bambini accorrono circondati da numerosi animali al cospetto di un guru-santone, che celebra un rito sacro a simboleggiare la nuova era che ha inizio.

Come si è visto, nelle intenzioni dei committenti il gruppo di questi murales vorrebbe rappresentare la distruzione portata dalle guerre e la speranza di un mondo migliore che si rispecchia nella innocenza dei bambini, nel disarmo e in una nuova spiritualità.
Chi si interessa allo studio delle tematiche care ai propagatori del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”  riconosce tutta la simbologia da tempo propagandata dai fautori del nuovo mondo, descritta qui in modo esplicito ed alquanto angosciante.
Il nuovo ordine mondiale è un progetto a lungo cullato dalle elite del potere, e consiste essenzialmente in un mondo “unificato” in cui una casta di esperti illuminati si prende la responsabilità di guidare con saggezza una popolazione che ha superato le antiche divisioni nazionali. Un mondo in cui ai “problemi globali” si danno soluzioni “globali”.
Le Nazioni Unite sono dalla loro creazione la testa di ponte di questo progetto, progetto a cui tengono in particolar modo diversi ordini esoterici, come la massoneria, senza farne mistero.
La pace così raggiunta però sarà il risultato di  un’ epoca di duri sconvolgimenti, di prove che l’umanità dovrà affrontare prima di conoscere un’era di pace e rinnovata spiritualità.
Il disarmo degli stati nazionali rimane un passaggio necessario per il raggiungimento di tale obiettivo.
Tutti questi aspetti vengono ripresi nell’opera dell’aeroporto di Denver, ed è anche significativo il fatto che sia il bimbo tedesco ad occuparsi dell’eliminazione delle armi.
Non si può infatti non collegare questo fatto curioso con l’origine teutonica della più importante   società segreta rivoluzionaria del settecento, quegli Illuminati di Baviera che ispirarono alcuni tra gli ordini iniziatici contemporanei  più influenti, a cominciare dalla celebre Skull and Bones statunitense.

Il pugno di ferro ricorda con grande chiarezza di intenti il modo in cui questa elite vorrà mantenere il suo ordine in questa nuova era.
La spiritualità New Age infine che traspare nella scena finale è parte fondamentale dell’intero progetto, una contro spiritualità che tutt’ora pervade i piani alti del potere.
I murales dell’aeroporto di Denver descrivono quindi in maniera palese il progetto di questo Nuovo Ordine, e le modalità in cui verrà raggiunto.
Un libro aperto, leggibile da chiunque abbia col tempo familiarizzato con il linguaggio che questa elite ama usare.

per approfondire:

The Denver airport
Airport Scenes

Aggiornamento del 12/7/2010:
Nei mesi seguenti alla pubblicazione di questo articolo sono stati pubblicati ulteriori interventi riguardanti la città di Denver e il suo aeroporto.
Per chi volesse approfondire, sono di seguito segnalati i relativi articoli.

La saga di Denver

Il cavallo dell’Apocalisse a guardia dell’aeroporto di Denver
La danza di Denver
Verso Denver
Le strade che portano a Denver
L’occhio del Colorado

 

6 Aprile 2007

Il Mondo Nuovo IV

Give me something to breathe
give me a reason to live


…Io penso che la natura della rivoluzione definitiva che abbiamo di fronte sia precisamente questa: siamo sul punto di sviluppare una serie di tecniche che consentiranno all’oligarchia al potere – che è sempre esistita e probabilmente sempre esisterà – di spingere le persone ad amare la propria schiavitù.
Questa è, io credo, una rivoluzione di malvagità definitiva, ed è un problema al quale mi sono interessato per molti anni e su cui ho scritto 30 anni fa un romanzo, Mondo Nuovo, che descrive una società in cui vengono utilizzati tutti gli strumenti disponibili – e alcuni degli strumenti che allora immaginavo sarebbero stati disponibili nel futuro – prima di tutto per standardizzare la popolazione, appiattendo le fastidiose diversità tra gli esseri umani, per creare, diciamo così, modelli di esseri umani prodotti in serie e organizzati in un sistema di classi basato sulla conoscenza scientifica.

Da allora mi sono interessato sempre di più a questo problema e ho notato con crescente raccapriccio che un gran numero delle previsioni che sembravano pura fantasia quando le feci 30 anni fa, si sono poi realizzate o sono sul punto di realizzarsi.
Un gran numero delle tecniche di cui parlavo sembrano essere già utilizzate.
E sembra che vi sia una corsa generale verso questa rivoluzione definitiva, un sistema di controllo attraverso il quale è possibile far piacere alla gente una situazione che, secondo i normali standard, non dovrebbe piacergli affatto.
Questo “apprezzamento della schiavitù”… questo sistema, come dicevo, è in evoluzione da anni e io sono sempre più interessato in ciò che sta avvenendo.
Vorrei brevemente paragonare la parabola descritta in Mondo Nuovo con un’altra parabola più recente, quella descritta da George Orwell nel suo libro 1984.
Orwell scrisse il suo libro tra il 1945 e il 1948, nel momento in cui il regime di terrore stalinista era al suo apice e subito dopo il crollo del regime hitleriano.
Il suo libro, per il quale ho una grande ammirazione – è un libro che rivela un grande talento e un’inventiva straordinaria – mostra una proiezione nel futuro del passato recente – di ciò che per lui era il passato recente – e dell’immediato presente; una proiezione nel futuro di una società in cui il controllo è interamente esercitato con il terrore e con continui attacchi alla mente e al corpo degli individui. 
Il mio libro, invece, fu scritto nel 1932, quando esisteva solo una forma di dittatura moderata, quella di Mussolini, quindi non era neppure sfiorato dall’idea del terrorismo; io ero perciò libero, in modi in cui Orwell non poteva esserlo, di immaginare altri metodi di controllo, metodi non violenti.
Sono incline a pensare che le dittature scientifiche del futuro – e io credo che ci saranno dittature scientifiche in molte parti del mondo – saranno più vicine allo schema di Mondo Nuovo che a quello di 1984.
Non certo perché i dittatori scientifici abbiano velleità umanitarie ma semplicemente perché lo schema di MN è molto più efficiente dell’altro.
Sempre che si riesca a convincere le persone a dare il proprio consenso allo status in cui vivono.
Uno status di servitù, in cui le loro diversità vengono annullate e asservite ai metodi di produzione di massa a livello sociale; se si riesce a fare questo, allora si otterrà, probabilmente, una società molto più stabile e duratura.
Una società controllabile molto più facilmente di una in cui il controllo sia garantito solo da manganelli, plotoni d’esecuzione e campi di concentramento…

Aldous Huxley

L’ultima rivoluzione I
L’ultima rivoluzione II

Testo della conferenza tenuta al Berkeley Language Center il 20 marzo 1962
Traduzione di Gianluca Freda

25 Marzo 2007

I 300 contro l' Occidente


E’ arrivato anche nelle sale italiane il film 300, che racconta ancora una volta la battaglia più epica che i testi di storia abbiano mai documentato.
Si narra del re di Sparta Leonida e dei 300 opliti che nel 480 a.C. si opposero all’esercito del persiano Serse, composto da centinaia di migliaia di uomini, rallentandone l’avanzata e permettendo all’esercito degli stati greci di organizzarsi.
Il film, diretto da Zack Snyder, si ispira ai fumetti di Frank Miller, autore di culto, e come nei fumetti la separazione tra buoni e cattivi nello svolgersi degli avvenimenti è netta.
Gli eroi sono belli e valorosi, i cattivi deformi, mostruosi, spietati.
C’è chi ha visto nel film una sorta di propaganda di guerra, una di quelle tipiche operazioni che i regimi compiono nel tentativo di disumanizzare il nemico in procinto di un attacco bellico.
In effetti in questo particolare momento storico, in cui gli Stati Uniti si apprestano a devastare l’Iran, ricordare l’epica resistenza dell’Occidente contro le orde orientali potrebbe essere funzionale allo scopo, ed è altrettanto nota la funzione di Hollywood quale forte strumento di propaganda ideologica.
Ma questa volta coloro che hanno avvallato tale operazione forse hanno fatto male i loro conti.
Sicuramente Leonida e i suoi sono un forte simbolo dell’Occidente, ma di un Occidente quale non esiste più da secoli.
Il nuovo Occidente da tempo non crede più nei valori che gli spartiati esaltavano, sacrificio, amor di patria, il rispetto di una legge superiore; l’Occidente di oggi è sostanzialmente “amorale”,nel suo “imperialismo” vuole inglobare a sé tutte le culture che si oppongono alla sua avanzata.
Nel film, l’Occidente odierno si incarna nelle orde barbare di Serse.
Lo stesso re dei persiani, alto e luccicante nel suo carozzone da gay pride, con il suo volto dilaniato da piercing si troverebbe molto più a suo agio tra le strade di Londra o di New York, piuttosto che a Teheran.

Il suo esercito è composto da schiavi e disperati, come i messicani che combattono sotto la bandiera a stelle a strisce in Iraq nella speranza di un futuro migliore, e il suo osservare da lontano ed al sicuro gli esiti degli scontri ricorda il comportamento dei guerrafondai da salotto che mandano i giovani americani al macello a mille miglia di distanza.
Leonida, il re che combatte in prima linea a fianco dei suoi soldati rischiando la vita per loro, non potrà mai essere accomunato a nessun sovrano odierno.
In un’ottica ancora più profonda, i 300 che si oppongono all’avanzata dei barbari, consapevoli dell’esito della battaglia, ricordano gli ultimi eletti descritti dai testi sacri che contrastano l’avanzata del Kali Yuga pur sapendo che la loro opposizione in un primo momento sarà vana, ma altrettanto consapevoli della necessità dello sforzo.
Una ultima, strenua opposizione alla decadenza dell’Occidente.